Stragi di cani in Marocco: la parola allo Stray Dogs International Project
Abbiamo intervistato Clara Caspani e Lorenzo Niccolini, rispettivamente vicepresidente e presidente dell’associazione che da dieci anni si occupa di cani liberi in Italia e all’estero.
Da settimane profili di social media e pagine di associazioni animaliste ripropongono la notizia di stragi di cani liberi in Marocco, per preparare le città ad accogliere i Mondiali FIFA previsti per il 2030. Il testo dei post è più o meno sempre lo stesso e si ripete come una litania, con inviti alla mobilitazione confezionati per l’occasione. Cosa sta accadendo dall’altra parte del Mediterraneo? Come è possibile fermare questa mattanza di cani in Marocco? È un evento eccezionale o questi episodi si inseriscono in una storia più intricata e meno facile da risolvere con uno slogan? Lo abbiamo chiesto a Clara Caspani e Lorenzo Niccolini, vicepresidente e presidente dello Stray Dogs International Project che, da dieci anni, si occupa di documentare e studiare con un approccio scientifico le condizioni dei cani liberi e le modalità di coesistenza con insediamenti umani in Marocco e in altre aree del globo.
Una situazione che dovrebbe essere sotto i riflettori 365 giorni l’anno
Purtroppo, non è la prima volta che ci sono uccisioni di massa di cani liberi nella zona: Clara Caspani racconta come, nel 2018, una popolazione di cani seguita da Stray Dogs insieme a un’associazione del posto è stata decimata, dopo che più della metà era stata vaccinata, sterilizzata e reimmessa sul territorio grazie a un programma TNR (acronimo di Trap, Neuter, and Release, in italiano Cattura, sterilizza e rilascia). Un’esperienza vissuta sulla propria pelle, attraverso cui Caspani e Niccolini hanno riflettuto e compreso le criticità di quell’area. La vicepresidente, a proposito del clamore mediatico intorno alle uccisioni legate ai Mondiali, dichiara: «Noi siamo assolutamente d’accordo nello schierarci contro le uccisioni dei cani liberi. Crediamo, però, che ci sia un’ipocrisia di fondo nel farlo solo nel momento in cui il fenomeno è portato alla ribalta. Siamo stati per dieci anni in Marocco a studiare i cani liberi, quindi anche il paese e il territorio, e sappiamo benissimo che questa pratica avviene spesso, non solo in concomitanza con grandi eventi».
Un’emergenza dai numeri fuori controllo
In Marocco e in altri paesi in via di sviluppo la convivenza con i cani liberi costituisce un’emergenza da gestire, con numeri esorbitanti e rischi elevati per la salute pubblica.Nell’intero paese nordafricano, grande circa 450.000 chilometri quadrati, si contano 3 milioni di cani vaganti, nella sola Tangeri ce ne sono circa 30.000. Per fare un confronto, sia pure parziale e incompleto, basti pensare che in Italia sono stati contati 358.000 cani liberi nel 2023 con un’area complessiva di circa 300.000 chilometri quadrati (il numero di cani liberi è stato stimato nel report di Legambiente “Animali in città” ).
Insomma, il Marocco non è molto più grande del nostro paese e si trova a gestire un numero dieci volte maggiore di individui. E poi c’è la rabbia, una zoonosi causata da un virus che colpisce animali selvatici e domestici e che si può trasmettere all’essere umano e ad altri animali attraverso il contatto con saliva di animali malati, quindi anche attraverso morsi, ferite e graffi. Il virus provoca un’encefalite che, una volta manifestati i sintomi, è ormai fatale. Senza cure intensive si muore inuna settimana.
In Marocco, ogni anno, muoiono 80 persone a causa della rabbia ed è una patologia che alimenta la percezione negativa dei cani, già considerati impuri da una frazione della popolazione di religione islamica. «Nelle convivenze ci sono anche delle situazioni emergenziali, fuori controllo, che in qualche maniera sono da gestire.
Spesso e volentieri, nei paesi in cui si presentano, quello che avviene è la soppressione dei cani. — spiega Caspani — Ciò che ci dispiace è il fatto che durante tutti gli altri giorni dell’anno, al di là dell’evento della FIFA, tutta questa attenzione non ci sia e non ci sia supporto verso quelle associazioni, locali e non, che lavorano con programmi TNR, gli unici che possono funzionare».


Equilibri vitali e una riflessione sull’Italia
Le notizie sulla mattanza dovuta all’organizzazione dei Mondiali hanno banalizzato una situazione molto complessa. Ci sono città in cui grandi numeri di cani sono soppressi con metodi violenti, avvelenando o sparando agli animali, e altre in cui lavorano associazioni che cercano di mantenere legami con le istituzioni e promuovere un modo più efficace ed etico per contenere il numero di cani liberi.
Sono legami fragili che potrebbero essere minacciati da un boicottaggio internazionale che accusa senza dare soluzioni.
Caspani sottolinea: «Il boicottaggio, se messo in atto in maniera oculata e mirata, con della conoscenza alle spalle, è uno strumento che funziona. Ma, appunto, ci deve essere conoscenza del problema e un messaggio preciso: non puoi boicottare un paese, devi boicottare una pratica e devi portare un modello positivo da seguire.
È inutile che boicotti qualcosa senza dare un’alternativa».
Lorenzo Niccolini, durante la nostra intervista, ironizza sulla possibilità di intitolare l’articolo “Da che pulpito viene la predica”, questo per via della storia del randagismo in Italia e degli attuali piani di eradicazione di altre specie.
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«Non siamo un grande esempio: molti dei luoghi in cui abbiamo portato i nostri progetti, nel sud Italia, non hanno ancora un programma di sterilizzazione e reintroduzione attivo.
Allo stato attuale, nella maggior parte dei casi, vengono prelevati cani dalla strada, portati in stalli o in canili, pochi saranno adottati e tanti, purtroppo, si ritroveranno ad alimentare staffette non riconosciute e canili lager, a sostenere le zoomafie».
Stiamo parlando di cani, ma non dobbiamo dimenticare che anche in Italia uccidiamo animali per controllarne le popolazioni: la chiamiamo eradicazione o piani di controllo ed è quello che stiamo facendo, per esempio, con i cinghiali a causa dell’epidemia di peste suina africana.
Il diverso ruolo che noi esseri umani attribuiamo a specie diverse modifica quasi sempre la reattività nel condividere una notizia o un post sui social media o la forza con cui presentiamo “una battaglia da combattere”. Un altro caso è quello delle nutrie in Emilia-Romagna.
«Ovviamente sono state avanzate delle proposte di sterilizzazione anche per le nutrie — commenta Niccolini — e sono il primo a dire che sarebbero degli investimenti incredibili da poter gestire per un paese per ridurre i numeri. Le nutrie, però, sono viste come animali poco piacevoli e allora facciamo finta di niente, si procede con le uccisioni». Permettendoci di andare oltre il discorso etico, i progetti di sterilizzazione e reimmissione sono onerosi anche per noi italiani, immaginiamo quanto possa essere difficile per un paese in via di sviluppo che, come evidenzia Lorenzo Niccolini, «ha necessità di migliorare dal punto di vista economico, sanitario, dal punto di vista dell’istruzione». Una buona parte della popolazione, come testimoniano i contatti in Marocco di Stray Dogs, non supporta l’uccisione dei cani, ma ci sarebbe bisogno di risorse e di leggi che possano traghettare il paese verso un maggiore rispetto per gli animali.
Meno slogan, più conoscenza e azioni
Meno slogan, più conoscenza e azioni
Tornando ai potenziali danni che un boicottaggio poco pensato può provocare, Niccolini prosegue: «Le due associazioni SFT Animal Sanctuary di Tangeri(https://www.instagram.com/animalsanctuary_tangier?igsh=bjl0NmRiYnJyZm5x ) e SunshineAnimal Refuge di Agadir (https://www.instagram.com/sunshine_animal_refuge_agadir?igsh=cGs5NWRoc3Fxbms4 ), che supportiamo in pieno e che, nei limiti delle nostre possibilità,aiutiamo per quanto riguarda censimenti, monitoraggi e analisi comportamentali dei cani, lavorano anche a livello politico e istituzionale cercando di costruire alleanze che possano portare piccoli cambiamenti. Con un boicottaggio rischierebbero di giocarsi quei minimi risultati possibili da raggiungere».
Da parte di alcuni media c’è stata superficialità, tanto da riportare in modo non completo le parole della primatologa Jane Goodall (https://westiesandbestiesmagazine.com/news/conservationist-jane-goodall-backs-iawpc-morocco-dogs-campaign/ ), la quale non si era limitata a condannare le stragi di cani in Marocco, ma aveva anche proposto delle possibili alternative, dando sostegno alle associazioni che lavorano nel paese.
Il polverone sollevato dalla stampa e da alcune organizzazioni potrebbe rimanere per l’appunto solo polvere negli occhi di lettrici e lettori, sostenitrici e sostenitori che amano i cani e non vorrebbero mai che fossero oggetto di tali crudeltà, inconsapevoli e poco informati su un paese lontano. Oppure una scintilla in grado di far esplodere i fragili equilibri tra associazioni presenti sul posto e governo marocchino.
«Senza proposte è una critica sterile su questioni che non conosci. — conclude Lorenzo Niccolini — Invece, dovremmo essere abituati a capire che non è con le chiacchiere che si fanno le cose, ma con proposte concrete. In questo c’è un po’ il nostro scontento: scontento di anni di tentativi, di studio, di attività sul randagismo, che però poi vengono sovrastate, nascoste o non valutate a causa di mosse politiche o di comunicazione. “Facciamo la campagna, raccogliamo le firme e intanto, però, sostienici perché noi stiamo lottando”. Chi è che lotta? E poi, soprattutto, potrebbe anche non essere una lotta, ma un lavoro tecnico svolto per produrre un cambiamento».
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