Tutti comportamentisti low cost con il cane degli altri
Mi occupo di problemi comportamentali da un po’ di tempo. Ho iniziato alla fine degli Novanta sotto la guida del mai abbastanza rimpianto Carlo Marzoli, mente cinofila incredibilmente brillante e, anche per questo, osteggiata dai sepolcri imbiancati dell’Enci.
Da allora ho lavorato, insegnato e studiato tanto e proseguo tuttora, perché la scienza scopre sempre più spesso nuove meraviglia nel cane. Ma più passa il tempo e più mi rendo conto di avere ancora tanto da imparare. E ho capito che una vita intera non basterà, non può bastare.
Questo, evidentemente, non vale per tutti.
Infatti, in particolare sui social (l’ineludibile maledizione della nostra epoca, tant’è che ci sto scrivendo “sopra”…), assisto a sbalorditive manifestazioni di competenza, come dire, “low cost”.
Per esempio, data la stagione spesso si parla di “botti” e delle ben note crisi di panico che innescano in tantissimi cani.

Un problema che, lo sappiamo, può avere svariate cause e manifestarsi anche all’improvviso, dopo anni di indifferenza del cane.
Sappiamo anche che non è di facile risoluzione, soprattutto perché lo stimolo scatenante, i fottutissimi botti, non è sotto il nostro controllo e perché l’udito dei cani sensibilizzati coglie anche le esplosioni che noi non sentiamo.
Ergo, desensibilizzazione e contro-condizionamento operante vedono la loro efficacia ridotta assai, mannaggia.
Ciò nonostante, sotto i post dedicati ai botti fioriscono sempre commenti che minimizzano (“ignoralo che poi si abitua”, sì come no…), che propongono soluzioni semplicissime (“dagli cibo mentre scoppiano i botti”, peccato che il sistema simpatico impedisca di mangiare a chi ha paura), che “bisogna abituarli da cuccioli” (ma va? davvero?
E se il cane è adulto e non aveva mai avuto problemi che faccio?
Compro una macchina del tempo?.
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E fanculo la genetica, gli eventi traumatici, la possibilità che le onde sonore provochino dolore a chi ha una gamma uditiva molto più ampia della nostra, le associazioni di eventi, la storia individuale del soggetto, il fatto che prima di formulare qualsiasi diagnosi e proporre rimedi bisogna osservare il cane, e tutto quello che avrebbero dovuto studiare prima di poggiare le dita sulla tastiera per rivelare al mondo la loro immensa “sapienza”.
Ecco, secondo me la dotazione indispensabile per chiunque voglia occuparsi di cani e di comportamento in particolare, oltre allo studio e alla pratica, dovrebbe includere l’umiltà.
Perché è la sola combinazione di fattori che permette a un bipede, ma mica sempre, di entrare nella testa di un cane che ha problemi e sperare di capire come aiutarlo a vivere meglio.
E non ci sono ricette pronte e adatte a tutti i cani, da usare indifferentemente per lo stesso problema, perché ciascuno di loro è un mondo, un individuo unico e irripetibile che come tale va interpretato, se possibile capito, di sicuro rispettato con atteggiamenti da persona serie e preparata. Ma questa è soltanto la mia umile opinione.
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