UMANIZZARE IL CANE: filosofia e biologia ci dicono “perché no”

Di Graziano Gentileschi

Una tendenza piuttosto comune ai giorni nostri è quella di vedere il cane come membro alla pari in tutto e per tutto, arrivando ad attribuirgli bisogni e doti totalmente estranee alla sua specie.

Se da un lato sono stati fatti sicuramente passi avanti nel riconoscimento di una maggiore dignità e dei bisogni propri degli animali in generale e di quelli da affezione in particolare, dall’altra alcune idee poco chiare sul comportamento animale e un eccessiva ideologia di tipo sentimentale/romantica hanno portato allo stravolgimento di quello che il cane è nei confronti della propria specie e di quella umana, cioè cos’è il cane in quanto cane e cos’è il cane in quanto membro di un gruppo interspecifico.

Nonostante lo spunto per parlare direttamente del cane, dei suoi bisogni e della necessità di non umanizzarlo, spostiamo oggi l’attenzione su discorsi accademici vecchi ormai quasi un secolo che spiegano sia biologicamente che filosoficamente la necessità di individuare confini tra le specie.

Nel semestre invernale 1929-1930 all’Università di Freiburg, Martin Heidegger parlando di metafisica prese in esame la teoria biologica di Jakob von Uexküll, zoologo e biologo estone.

Secondo Uexküll attraverso lo studio della struttura dell’organismo, è possibile risalire all’esperienza del mondo interno ed esterno dell’animale. Alla base della sua teoria si trova un’infinità di mondi percettivi differenti, in contrasto con l’idea di un mondo unico e uguale per tutti gli esseri viventi. Sarebbe quindi un errore supporre che uomini e animali possano percepire il mondo allo stesso modo, come lo sarebbe credere all’esistenza di uno spazio generico indipendente dalla percezione di qualunque essere. Sempre secondo Uexküll quando si pensa a uno spazio unico che include qualunque essere vivente, lo si fa perché in questo modo ci sembra più facile comprenderci l’un l’altro.

Tutto assume significati differenti in base all’animale che osserva, e questo deriva dal fatto che la percezione dello spazio, del tempo e di qualunque oggetto deriva dai bisogni interni a una specie. Tutto questo si concretizza attraverso organi di senso volti a individuare e percepire situazioni di interesse particolare per una singola specie. Questi organi possono interpretare in modi diversi stessi oggetti, arrivando a ignorare la presenza di certi particolari all’interno di un ambiente, in favore di altri più utili a soddisfare bisogni specifici.

Per spiegare in modo chiaro questo concetto, si pensi a come un’ape può percepire i colori di un fiore, arrivando a distinguere diversi tipi di fiori bianchi in base alla loro capacità di trattenere gli ultravioletti, e a come gli stessi fiori possono essere percepiti invece da una pecora. Gli organi di senso dell’ape le permetteranno di captare differenze in fiori apparentemente dello stesso colore per permetterle di indirizzarsi sulla fonte maggiore di cibo e scorte, mentre la pecora percepirà quegli stessi fiori alla stregua di un’insalata mista non ben definita.

Allo stesso modo la presenza di un predatore come un lupo scatenerà una serie di reazioni nell’organismo della pecora, che metterà in atto comportamenti necessari alla propria sopravvivenza, mentre non produrrà alcun effetto sull’ape, che probabilmente non si interesserà nemmeno alla situazione.

Ogni animale vive all’interno del proprio ambiente e ne percepisce ciò che l’ organismo è predisposto a ricevere. Con lo stesso schema funzionano le risposte agli stimoli, caratterizzate dalle necessità della singola specie.

Esistono una rete del percepire e una rete dell’agire che sono in perfetto equilibrio in ogni organismo. I sistemi ricettivi e reattivi che scaturiscono da queste reti danno vita a un circolo funzionale grazie al quale l’animale si trova adattato e inserito nel proprio ambiente.

La ricchezza dell’ambiente di ogni animale dipende dalla struttura morfologica dei suoi organi di senso: maggiore è la complessità ricettiva dell’organo, maggiore sarà la complessità dell’ambiente percepito e la struttura delle risposte messe in atto.

Il pensiero di Heidegger si accosta a queste riflessioni, definendo l’animale come “povero di mondo”.

La povertà non è in questo caso considerata come un giudizio, quanto più come una mancanza quantitativa di percezioni rispetto all’osservatore umano. Di contro, l’uomo non ha accesso per esempio al mondo creato dalla capacità sensoriale degli organi olfattivi del cane, restandone totalmente estraneo.

Per tornare al discorso iniziale, ovvero l’umanizzazione del cane, spesso si attribuiscono significati umani a comportamenti animali, senza considerare i due diversi mondi percettivi e reattivi, che danno come conseguenza schemi di comportamento che occasionalmente possono sembrare simili, ma a livello di significato possono essere totalmente opposti.

Per fare un esempio su cui nessuno potrebbe mai cadere in errore, si può pensare a una stessa azione che noi e i cani compiamo, con motivazioni opposte: mostrare i denti.

Un umano che vede un altro umano mostrare i denti, riconosce in questo un comportamento amichevole che rientra sotto il nome di sorriso. Al contrario, nessun umano penserebbe mai la stessa cosa di un cane che mostra i denti (a meno che non sia stato addestrato per farlo a comando). 

Questo esempio prende in analisi un comportamento estremamente conosciuto, il ringhio, e difficilmente viene quindi frainteso. 

Altri tipi di comunicazione possono invece indurre in errore, scambiando per esempio vocalizzazioni di richiesta con un pianto o un sentimento di tristezza del cane. Andando a rispondere in modo “umano” a quello che noi interpretiamo come tristezza e bisogno, potremmo ricoprire di attenzioni un cane che sta invece mettendo in atto una forma di richiesta in alcuni casi anche in modo abbastanza arrogante. L’apprendimento che ne deriva da parte dell’animale sarà “se io voglio, ottengo”, con conseguenze che alla lunga possono diventare deleterie.

Parallelamente un’eccessiva umanizzazione può invece andare a privare il cane dei suoi bisogni, portando a situazioni in cui animali di piccola taglia vengono tenuti esclusivamente in braccio e non possono essere liberi di svolgere il loro “essere cane”.

Può essere utile umanizzare in modo giocoso determinati comportamenti all’interno di uno schema addestrativo o di un rapporto in cui i ruoli sono ben definiti e non c’è per il cane possibilità di fraintendimento.

Questo deve però restare un momento percepito come eccezione, tenendo sempre in considerazione che cani e umani vivono sostanzialmente in due mondi diversi, che si intersecano in molti punti e che millenni di coevoluzione hanno portato a scoprirsi complementari e vicendevolmente utili, ma sempre distinti.

Dogsportal Redazione

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