Il “reset del nervo vago del cane”: la bufala più rilassante del web
Tra fraintendimenti scientifici e marketing emozionale, smontiamo una delle teorie più virali ma prive di fondamento nel panorama cinofilo contemporaneo.
Di Andrea Comini
(Consulenza scientifica: dottor Sergio Maffi, medico veterinario)
Immagine di copertina realizzata con intelligenza artificiale con senso ironico
Probabilmente sull’onda del diffondersi di concetti basati sulla “teoria polivagale” ideata da Stephen Porges in ambito umano (teoria tuttora ampiamente dibattuta ma priva di validazione scientifica condivisa) poi traslata nel mondo dell’educazione cinofila (ma anche qui non risultano lavori scientifici accettati ufficialmente), spuntano spesso sui social proposte, a pagamento, di metodi “miracolosi” basati sulla stimolazione manuale del nervo vago del cane.
E si sa, niente è più rilassante di una bufala ben confezionata. Specialmente se a beneficiarne è il nostro più caro amico. Pochi minuti di massaggi, qualche carezza dietro le orecchie ( che sarebbero un “accesso privilegiato al nervo vago attraverso la branca auricolare”…), un tono di voce che sembra uscito da un documentario sul Tibet e il miracolo è compiuto: il cane si “resetta”. Come un modem impallato.
Il protagonista di questa sceneggiatura è lui: il nervo vago. O meglio, il “reset del nervo vago”, una formula che da mesi rimbalza sui social come una verità rivelata. Secondo i promotori di questa trovata, sarebbe possibile “resettare” il sistema nervoso del cane stimolando manualmente il nervo vago; farlo porterebbe benefici miracolosi: sparisce lo stress, si riduce l’ansia, si placa l’aggressività, si ristabilisce l’equilibrio emotivo.
Una specie di “Ctrl+Alt+Canc+Cane”. Peccato che, come ogni bufala a scopo di lucro, anche questa sia costruita su un cumulo di mezze verità, furbe manipolazioni e balle vere e proprie. Vediamo perché.
Il nervo vago esiste, ma non si resetta
Partiamo da qui: sì, il nervo vago ovviamente esiste. Si chiama così perché “vaga” dal midollo allungato fino a cuore, polmoni, intestino e altri organi, innervando gran parte del torace e dell’addome (Guyton & Hall, Trattato di Fisiologia Medica) e lo fa anche nel cane (Evans & de Lahunta, Miller’s Anatomy of the Dog), dove esercita le medesime funzioni parasimpatiche di regolazione autonomica su più distretti corporei.
È una delle vie principali del sistema parasimpatico, cioè quella parte del sistema nervoso autonomo che, semplificando al massimo, dice al corpo “rilassati, non devi combattere né scappare” ed è l’antagonista del sistema simpatico, quello che si occupa della reazione a tutti i guai che capitano a un essere vivente come il cane o noi stessi. Non sempre con successo, peraltro.
Il fatto è che anche se il nervo vago esiste, nessun testo di neurofisiologia animale cita un “reset del nervo vago”: non esiste alcun protocollo manuale che contempli questa pratica.
Esiste invece in medicina umana una tecnica chiamata “stimolazione del nervo vago” (VNS), impiegata in casi gravi di epilessia farmacoresistente, per esempio. Si tratta di un intervento chirurgico che prevede l’impianto di un piccolo dispositivo nella parte superiore del torace, connesso mediante un elettrodo al nervo vago nel collo, che viene stimolato elettricamente a intervalli programmati.
In campo veterinario, una forma di stimolazione del nervo vago con dispositivo impiantabile (VNS) è stata sperimentata in cani con epilessia farmacoresistente, in contesti clinici molto specifici. Per esempio, uno studio su dodici cani ha documentato una riduzione delle crisi ≥ 50 % nei 2-3 anni successivi all’impianto (Harcourt-Brown & Carter, Journal of Veterinary Internal Medicine 2023, 37(6): 2102–2108, DOI: 10.1111/jvim.16908).
Scartabellando su PubMed, inoltre, si trovano anche studi sulla stimolazione del nervo vago sia nei cani sia negli esseri umani mediante dispositivi non invasivi che inviano impulsi elettrici attraverso la cute, con alterni risultati nel trattamento di forme di epilessia o neurologiche, oltre che sul fronte dell’attività cardiaca…
Ma è chiaro che non stiamo parlando di “massaggini”!
Il tocco funziona? Certo, ma non “riavvia” un bel niente!
Chiunque viva con un cane sa che le carezze hanno un effetto calmante. Possono abbassare la frequenza cardiaca, ridurre lo stress, migliorare l’umore (confrontare, per esempio, Broom & Johnson: Stress and Animal Welfare). Ma questo non significa che stiamo attivando il nervo vago in modo diretto né, tantomeno, resettando qualcosa.
È un effetto aspecifico, mediato da una cascata di risposte neuroendocrine e sensoriali. È un po’ come dire che guardare un tramonto sul mare cura la miopia: magari ci rilassa, ma non cambia la messa a fuoco.
Le tecniche di manipolazione proposte da inserzioni sui social non hanno alcuna documentazione scientifica a sostegno. Non ci sono articoli scientifici verificati né trial clinici e men che meno protocolli validati. Solo aneddoti e storytelling emotivo.
Cose che funzionano benissimo per vendere, in un mondo popolato sempre più da gente che non si prende la briga di leggere libri ma si informa sul web, non andando oltre le dieci righe, altrimenti gli viene mal di testa.
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La pseudoscienza è furba ma la scienza è più forte
Il termine “reset”, va detto, è potente. Sottintende una promessa: riportare tutto all’origine, cancellare gli errori, ricominciare. È il sogno di ogni bipede alle prese con un cane ansioso, reattivo o “dominante”, qualsiasi nonsenso etologico di specie si intenda con questa parola. Ed è proprio su questo che fa leva la retorica del “reset del nervo vago”.
Solo che, nella realtà, il sistema nervoso autonomo non si comporta come un software e il nervo vago non è un bottone nascosto da premere per resettarlo.
La scienza, però, non lascia spazio a queste bufale: una rapida ricerca su siti che raccolgono lavori scientifici con le parole chiave dog vagus nerve reset, canine vagal stimulation, manual vagus activation restituisce… il nulla. Zero pubblicazioni, zero evidenze, zero dati.
Tutti i testi di riferimento in ambito etologico, neurologico e comportamentale canino (dal volume Il comportamento del cane di Joel Dehasse al Manual of Clinical Behavioral Medicine for Dogs and Cats di Karen Overall, passando per Canine and Feline Behavioral Medicine di Bonnie Beaver e Behavior Problems of the Dog and Cat di Landsberg, Hunthausen e Ackerman, per esempio) trattano il nervo vago per quello che è: un’importante struttura fisiologica, non un interruttore magico.
Marketing del benessere ed effetto placebo
Perché, allora, questa bufala non sparisce, anzi prolifera? Perché è perfetta per il mondo dei social: offre una soluzione semplice a problemi complessi. In più, funziona benissimo come effetto placebo, visto che il cane si rilassa perché gli dedichiamo tempo e attenzioni e noi anche, perché crediamo di aver fatto qualcosa di utile, ovviamente senza la minima fatica.
In realtà, si tratta solo di una trappola emotiva: il cane si rilassa come si è sempre rilassato se assumiamo atteggiamenti calmanti e facciamo manipolazioni rilassanti, non per un’azione diretta sul nervo vago. Non si osservano variazioni misurabili del tono vagale né effetti comportamentali duraturi.
Come sottolineato anche nel BSAVA Manual of Canine and Feline Behavioural Medicine (Horwitz & Mills), è fondamentale distinguere i miglioramenti oggettivi da quelli percepiti, evitando di attribuire poteri terapeutici a tecniche senza fondamento scientifico.
Se senti odore di bufala, probabilmente è una bufala
Il “reset del nervo vago del cane” è l’ennesimo esempio di quella miscela tossica di ignoranza diffusa e furbizia comunicativa che prolifera online. Prende qualcosa di reale (il nervo vago), lo avvolge in una narrazione pseudoscientifica ma con radici serie (la “teoria polivagale”), lo infiocchetta con qualche testimonianza emozionale e lo spaccia come tecnica “rivoluzionaria” alla portata di chiunque.
“Ma se è così facile, come mai non lo sapevo?”, ti chiedi: “Perché i cattivoni che lucrano sull’educazione cinofila… noncelodicono!”, ti viene risposto.
Ma oltre a spillare quattrini a chi ci casca, “questa roba qua” (cit. non per tutti) crea un un danno culturale enorme perché allontana chi ha cani dalla conoscenza vera, quella difficile e faticosa perché fatta di studio, riflessione e confronto, non di “sette minuti di coccole al giorno”.
Se davvero vogliamo fare qualcosa per migliorare la vita del nostro fratello con la coda, sempre che che ne abbia davvero bisogno, sarà meglio cominciare a identificarle e a evitarle, le bufale. Non è difficile: se vi propongono una soluzione facile, veloce e senza impegno per risolvere un problema complesso, vi stanno sicuramente prendendo per il culo, come dicono i francesi.
Perché la scienza non funziona così. E nemmeno i cani.
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