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Ornella Vanoni e i barboni: il cane di famiglia dietro l’icona della musica italiana

Una vita con i cani. Da Why a Ondina, il filo che non si spezza

Quando se ne va una figura come Ornella Vanoni, si parla di concerti, teatri, dischi, premi. È inevitabile. Eppure, accanto alla “signora della musica italiana”, per anni c’è stato un altro elemento, costante e quasi silenzioso, che chi vive con un cane riconosce subito: la presenza dei suoi barboni. Ornella Vanoni e i barboni hanno condiviso un legame profondo e unico.

Non “barboncini” nel senso un po’ superficiale che spesso gli viene attribuito, ma barboni a tutti gli effetti, cani con una storia precisa alle spalle e una personalità che non si esaurisce nel ruolo di cane da salotto.

Ornella è morta il 21 novembre 2025, nella sua casa di Milano, a 91 anni. La camera ardente è stata allestita al Piccolo Teatro, lo stesso luogo in cui era iniziata la sua carriera. Una vita che, simbolicamente, si chiude dove era cominciata.

In mezzo ai ricordi del pubblico e agli omaggi del mondo dello spettacolo, molti hanno iniziato a porsi una domanda molto concreta, che anche noi lettori e lettrici di Dogsportal.it ci siamo fatti: che ne sarà di Ondina, la barboncina nera che da anni la accompagnava nelle giornate di casa e nelle apparizioni pubbliche?

La risposta è arrivata in fretta. Ondina resterà in famiglia. A prendersene cura sarà il nipote Matteo Ardenzi, che già la seguiva, insieme alla compagna. L’obiettivo è semplice, ma fondamentale: darle una vita il più possibile simile a quella che conduceva accanto a Ornella, senza strappi improvvisi, senza dover ricominciare tutto da capo in un contesto estraneo.

Dietro questa scelta c’è un’idea molto chiara del rapporto con gli animali: non presenze decorative, non accessori da palcoscenico, ma parte reale della famiglia. Al punto che, quando si parla di eredità affettiva, nel conto entra anche il futuro del cane.

“Prima di tutto una nonna, poi un’icona”

Alla camera ardente del Piccolo Teatro, Matteo Ardenzi ha raccontato a Vanity Fair una versione di Ornella lontana dall’immagine da diva. L’ha descritta come una nonna capace di esserci, di ascoltare, di incoraggiare. Una donna che sapeva riconoscere in lui “il bravo ragazzo con la schiena dritta” e che non smetteva di spronarlo sul piano umano e professionale.

Nelle parole dei familiari, delle persone che hanno lavorato con lei, degli amici più stretti, esce il ritratto di una figura affettuosa, ironica, spesso spiazzante, ma sempre molto presente nelle relazioni che contavano davvero. Dentro questo modo di stare al mondo si colloca anche il rapporto con i cani: fatto di vicinanza fisica, routine condivise, gesti ripetuti ogni giorno.

Non una simpatia generica per gli animali, raccontata per convenzione, ma una vera scelta di vita. Negli ultimi anni, i momenti pubblici più autentici la ritraevano spesso con un cane in braccio o al fianco, come se quella presenza fosse una parte naturale del suo modo di attraversare il mondo.

Why, il lutto che Ornella ha condiviso con tutti

Prima di Ondina, nella vita di Ornella c’era stata Why, un’altra barboncina che per anni è stata al centro del suo immaginario pubblico. La si vedeva in televisione, sul palco, nelle interviste, nelle foto diffuse alla stampa.

Nel 2017, la morte di Why fu una ferita talmente forte da diventare un annuncio pubblico, affidato direttamente ai social. Ornella raccontò che la cagna era stata aggredita da un altro cane e che era morta d’infarto, appoggiata su di lei. Scrisse che, con lei, una parte di sé se n’era andata.

Chi condivide la vita con un cane sa perfettamente cosa significhino parole del genere. Non si tratta di una nota di colore nella biografia di un’artista, ma di un lutto vero, che sconvolge abitudini, spazi, ritmi quotidiani.

Il fatto che Ornella abbia scelto di raccontare quel dolore in pubblico non è stato un gesto scontato. Ha significato dire a milioni di persone che la morte di un cane non è solo un episodio domestico da archiviare con pudore, ma un evento che merita rispetto e ascolto, al pari di altri lutti familiari.

Per molti, è stato proprio in quell’occasione che la profondità del suo legame con i cani è diventata evidente anche a chi l’aveva guardata sempre e solo nella veste di interprete.

Ondina, l’ultima compagna di viaggio

Dopo Why, il testimone è passato a Ondina, barboncina nera diventata a sua volta parte della quotidianità e del lavoro di Ornella. La si vedeva nelle interviste, negli spostamenti, nei camerini, nelle apparizioni televisive. Non era mai il “numero” da mostrare a tutti i costi, piuttosto una presenza costante, quasi ovvia, che semplicemente c’era.

Veronica De Andreis, che è stata sua assistente personale per otto anni, ha raccontato a Vanity Fair che tra Ornella e Ondina esisteva addirittura un linguaggio tutto loro. Il tono di voce cambiava, le parole si facevano diverse, come accade a molte persone quando si rivolgono a chi amano davvero. In quel modo di parlare si intravedeva una parte più leggera e quasi adolescenziale della sua personalità, che riaffiorava proprio nel dialogo con il cane.

Ora Ondina continuerà la sua vita con Matteo Ardenzi e la sua compagna. Non è solo una soluzione pratica. È una scelta che punta a garantire continuità: stessi volti, stessa famiglia, stesse mani che l’hanno accudita in questi anni. Un modo per proteggerla da un cambiamento già di per sé enorme, la scomparsa della persona a cui era più legata.

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Il barbone oltre il cliché del “barboncino”

Questa storia ci offre anche l’occasione per guardare con più attenzione al cane che Ornella aveva accanto. Il barbone, spesso ridotto nell’immaginario comune al ruolo di “cane da salotto”, ha in realtà origini molto diverse.

Prima di entrare nei salotti dell’Europa borghese, il barbone nasce come cane da lavoro, selezionato per la caccia in acqua e per il recupero della selvaggina, in particolare dei palmipedi. In francese è chiamato “caniche”, termine legato alla parola “canard”, anatra.

Immaginiamo per un momento la scena: acque fredde, canneti, ostacoli naturali, lunghe attese. Per quel tipo di lavoro servivano cani resistenti, motivati, capaci di tuffarsi senza esitazione e di mantenere l’attenzione sulla persona con cui collaboravano. Il mantello, che ancora oggi è uno dei tratti più riconoscibili del barbone, nasce proprio per rispondere a queste esigenze. È un pelo che cresce continuamente, elastico e privo di sottopelo, capace di proteggere e isolare il cane in acqua. Riccio, crespo o persino cordato: prima di essere un vezzo estetico, era una soluzione funzionale.

Da qui discendono molte delle caratteristiche che ritroviamo ancora oggi: una grande prontezza mentale, la capacità di apprendere in fretta, l’attenzione continua verso la persona con cui vive, una disponibilità al lavoro che, se gestita con equilibrio, fa del barbone un compagno estremamente versatile.

È anche per questo che tanti professionisti lo considerano un cane molto adatto alla vita familiare e urbana, soprattutto nelle taglie media e grande, a patto che non venga trattato come un soprammobile. Ha bisogno di movimento, di relazione, di allenare la testa oltre che il corpo. Solo così può esprimere davvero il potenziale per cui è stato selezionato.

Su Dogsportal® abbiamo dedicato un approfondimento proprio a questi fraintendimenti e alla storia della razza, con un titolo che dice già molto: “Parliamo del barbone, un cane ricco di storia (il barboncino non esiste)”. Chi vuole capire meglio le radici di questo cane può partire da lì.

Cosa resta, oltre la cronaca

La storia di Ornella Vanoni, di Why e di Ondina lascia qualcosa che va oltre il racconto di questi giorni.

Ci ricorda, innanzitutto, che il rapporto tra una persona e il proprio cane non è un dettaglio secondario nella biografia di qualcuno, ma una parte identitaria, soprattutto quando viene vissuto con costanza e consapevolezza. Nel caso di Ornella, questo legame è diventato visibile anche ai riflettori, ma resta, prima di ogni altra cosa, una storia domestica fatta di ritmi, abitudini, piccole cure quotidiane.

Ci ricorda poi che la responsabilità verso un cane non si ferma alla gestione del presente. Decidere chi se ne occuperà “dopo di noi” è una delle scelte più serie che possiamo fare in suo favore. La decisione di affidare Ondina al nipote Matteo, che già la conosce e l’ha frequentata, è un esempio di come la famiglia si sia fatta carico non solo del lutto, ma anche del futuro delle relazioni non umane che ne facevano parte.

Infine, ci invita a guardare ai cani per ciò che sono davvero, al di là dei cliché. Nel caso del barbone, significa andare oltre l’immagine del cane da borsetta per riconoscere il lavoratore d’acqua, il collaboratore attento, il compagno di vita capace di adattarsi a contesti molto diversi proprio perché selezionato per osservare, capire, rispondere.

Forse, anche in questo, Ornella aveva intuito qualcosa prima di molti altri. Scegliere un cane così, portarlo con sé, farlo entrare nella propria narrazione pubblica, non è stata soltanto una questione di estetica o di stile. È stata, a modo suo, un’ulteriore dichiarazione di quanto sapesse riconoscere e valorizzare le presenze importanti della sua vita, comprese quelle con quattro zampe e un mantello riccio.

Ed è anche il motivo per cui, su Dogsportal.it, continueremo a raccontare storie come questa: perché dietro ogni grande biografia, spesso, c’è anche un cane che l’ha attraversata in silenzio, ma lasciando tracce profondissime.

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