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Cani morti in eventi cinofili: una sequenza di casi che non andrebbe archiviata

Quando il cane muore in fiera: i precedenti che il mondo cinofilo conosce bene

La tragedia di Bologna, dove tre Drahthaar sono morti lasciati in due furgoni durante il World Dog Show, non è purtroppo un caso isolato. La storia recente della cinofilia italiana ed europea conserva episodi simili, in alcuni casi persino più gravi nei numeri. Ricostruirli serve a capire che non si tratta di fatalità isolate, ma di un rischio ricorrente legato al trasporto e alla gestione degli animali negli spostamenti verso le manifestazioni.

Rende 2016, la strage nel furgone dell’handler

Il precedente italiano più grave risale al maggio 2016. Durante la 21ª Esposizione Canina di Rende, in provincia di Cosenza, morirono numerosi cani di razza trasportati nel furgone di un handler professionista, secondo le fonti dell’epoca tra i tredici e i sedici esemplari su quindici presenti nel mezzo. La dinamica fu diversa da quella di Bologna e restò in parte controversa. La versione iniziale parlava di un probabile guasto all’impianto di condizionamento del furgone, regolarmente adibito al trasporto e dotato di doppio impianto di areazione. Alcuni accusatori sostennero invece che il mezzo non garantisse un ricambio d’aria sufficiente, non fosse omologato e che i cani fossero stipati in trasportini di plastica, con una morte per asfissia poi confermata dall’esame autoptico. L’handler, arrivato la sera prima, aveva fatto bere e mangiare gli animali e tenuto con sé i tre cani più piccoli, ritirandosi poi in hotel. Nelle ore successive il furgone si trasformò in una trappola mortale. L’organizzazione precisò che la responsabilità non poteva essere attribuita alla manifestazione, e i veterinari dell’Asp di Cosenza avviarono gli accertamenti. La vicenda accese un forte dibattito nel mondo cinofilo, anche perché molti dei cani erano frutto di selezioni importanti.

Il caso Claridge-Fleming, il colpo di calore costato tre vite

Spostandosi nel Regno Unito, un episodio dell’agosto 2023 mostra quanto il rischio sia trasversale a tutto il settore cinofilo, anche fuori dalle fiere. Andrew Claridge-Fleming, addestratore con esperienza al Crufts, lasciò quattro gundog nelle gabbie sul retro del proprio fuoristrada nella sua azienda agricola dell’Hampshire. Sostenne di aver lasciato acqua e portellone aperto, ma fu chiamato via all’improvviso per un’emergenza familiare e tornò solo dopo sei ore. Al rientro trovò il portellone chiuso e tre dei quattro cani morti per colpo di calore e ipertermia, con una temperatura esterna di appena 22-23 gradi. Tra le vittime, due cani affidati da clienti. Si dichiarò colpevole di aver causato sofferenze non necessarie agli animali e fu condannato a 27 mesi di carcere sospesi per 18, con 180 ore di lavoro di pubblica utilità. La giudice fu netta: in piena estate i cani sono estremamente vulnerabili nei veicoli e non andrebbero mai lasciati lì, una pratica che nel settore dei gundog può anche essere diffusa ma che resta sbagliata.

Il caso Jagger, lo scandalo del Crufts 2015

Un episodio diverso per natura, ma rimasto impresso nella memoria collettiva degli appassionati, è la morte del Setter irlandese Jagger al Crufts del 2015. Il cane, tre anni, morì poche ore dopo aver gareggiato a Birmingham. L’esame post mortem rivelò nello stomaco cubetti di carne contaminati con veleno. Non si trattò quindi di colpo di calore, ma di un sospetto avvelenamento, mai del tutto chiarito quanto a responsabilità. Il caso aprì un dibattito internazionale sulla sicurezza degli animali durante le grandi esposizioni e sul controllo degli spazi aperti al pubblico.

Il punto di Dogsportal

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Tre episodi, tre dinamiche diverse: un mezzo trasformato in trappola a Rende, una negligenza aggravata da circostanze impreviste in Inghilterra, un gesto doloso al Crufts. Eppure il filo che li lega è evidente. Il mondo delle esposizioni canine muove migliaia di animali, spesso trasportati per centinaia di chilometri, gestiti in spazi e tempi compressi, esposti a temperature che d’estate diventano un fattore di rischio costante. Bologna si inserisce in questa scia e dovrebbe spingere l’intero settore a interrogarsi seriamente. C’è poi una regola che non dovrebbe avere bisogno di essere ricordata, eppure ogni estate torna tragicamente d’attualità: un cane non va mai lasciato incustodito in un furgone oltre lo stretto tempo necessario. Anche il mezzo più attrezzato, con il miglior impianto di areazione, può guastarsi, surriscaldarsi o trasformarsi in una trappola nel giro di pochi minuti. Il tempo di assenza dovrebbe essere ridotto al minimo indispensabile, sempre con acqua a disposizione, ventilazione reale e un controllo costante. Affidare la vita di un animale a un climatizzatore che funziona o a una portiera che resta aperta significa lasciare un margine di rischio che, quando va male, non si recupera.

C’è poi un aspetto che meriterebbe una riflessione più scomoda. La sensazione, al netto di migliaia di iscritti e di organizzazioni grandi, imponenti e in molti casi davvero eccellenti, è che la morte di qualche cane venga troppo spesso archiviata come un effetto collaterale imprevedibile, colpa di singoli sprovveduti. Una fatalità isolata, di cui la macchina organizzativa non può rispondere. Ma proprio il modo in cui viene gestito, o non gestito, il controllo del benessere degli animali in questo tipo di eventi ci dice molto. Quando un’organizzazione è capace di coordinare migliaia di esemplari, ring, giudici, logistica e flussi di pubblico con precisione millimetrica, non è credibile che il benessere dei cani nelle aree di sosta e nei parcheggi resti l’unico anello lasciato al caso. La sicurezza degli animali non può essere demandata soltanto al buon senso del singolo conduttore: deve diventare parte integrante del protocollo dell’evento, con controlli severi e reali, perché è anche da lì che si misura la serietà di una manifestazione cinofila.

Servono allora protocolli più rigidi sul trasporto e sulla sosta dei mezzi, controlli effettivi nelle aree esterne dei quartieri fieristici e una riflessione sulla stagione in cui si concentrano questi eventi. L’estate non è amica dei cani chiusi in un veicolo, qualunque sia la ragione. L’autunno offrirebbe condizioni più sicure per tutti. Quello che resta, dopo ogni episodio di questo tipo, è la stessa amara constatazione: a pagare il conto sono sempre e solo loro, gli animali che dovrebbero essere al centro di queste manifestazioni.

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