Uccide i suoi segugi perché abbaiavano troppo.
Un uomo di 64 anni, residente nel Cremasco, è stato denunciato dai carabinieri della compagnia di Crema per uccisione di animali ed esplosioni pericolose. L’intervento è scattato intorno alle 16.30 del 23 giugno, dopo la segnalazione di una persona armata che stava sparando ad alcuni cani. I carabinieri, giunti sul posto, hanno raccolto le testimonianze dei vicini, che avevano sentito i colpi di arma da fuoco e avevano visto che erano diretti verso gli animali. Il GiornoCremonaoggi
Raggiunto presso la sua abitazione, l’uomo ha provato dapprima a depistare gli inquirenti. Ha riferito di aver sparato a dei polli, ma davanti alle domande incalzanti è crollato, ammettendo di aver ucciso poco prima due dei suoi cani, di razza segugio, perché abbaiavano continuamente.
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Per farlo aveva usato una carabina regolarmente denunciata e detenuta, poi con una piccola ruspa di sua proprietà aveva scavato una buca e sotterrato le due carcasse nel cortile. Sul posto è stato richiesto l’intervento del personale veterinario dell’Ats Valpadana, che ha estratto le carcasse e accertato che gli animali erano stati uccisi con colpi di arma da fuoco, confermando la versione dell’uomo. La carabina utilizzata è stata sequestrata e tutte le altre armi e munizioni, anch’esse detenute regolarmente, sono state ritirate cautelativamente dai carabinieri.
C’è una frase, in questa vicenda, che dovrebbe gelare il sangue più dei colpi sparati: “abbaiavano troppo”.
Due esseri viventi eliminati come si elimina un elettrodomestico rumoroso, con la freddezza di chi possiede una ruspa e la usa per nascondere le prove. Non un raptus, non un gesto disperato, ma una sequenza organizzata: l’arma, gli spari, la buca, la sepoltura, e prima ancora il tentativo di mentire ai carabinieri. È questa lucidità operativa, più ancora della crudeltà, a meritare attenzione. E c’è un dettaglio che pesa più di tutti, perché chi ha sparato non era un occasionale: deteneva legalmente un’intera dotazione di armi, ritirata solo dopo che il danno era stato fatto.
Su un piano strettamente giuridico la vicenda rientra ormai nel perimetro della legge 82 del 2025, la cosiddetta legge Brambilla, in vigore dal primo luglio dello scorso anno. Per l’uccisione di animali (art. 544-bis del codice penale) la pena base è passata dalla precedente reclusione da quattro mesi a due anni a una reclusione da sei mesi a tre anni, con multa da 5.000 a 30.000 euro. Nei casi più gravi, quando il fatto è commesso adoperando sevizie o prolungando volutamente le sofferenze dell’animale, la pena sale a una reclusione da uno a quattro anni con multa fino a 60.000 euro. La riforma ha inoltre reso tutti i reati contro gli animali procedibili d’ufficio e riconosce gli animali come soggetti dotati di diritti propri, non più come semplici cose di proprietà.
Tutto bene, dunque? Non esattamente. E qui Dogsportal intende dire qualcosa di scomodo.
La legge Brambilla, anche se fosse applicata integralmente e con il massimo della pena, resterebbe uno strumento incompleto. Lo dicono, peraltro, le stesse critiche emerse fin dall’inizio dal mondo animalista, secondo cui il testo approvato in via definitiva ha carattere smaccatamente repressivo senza tuttavia contemplare forme di prevenzione. Ed è esattamente questo il punto. Una norma che interviene solo dopo che i colpi sono stati sparati e le buche scavate arriva, per definizione, troppo tardi. Fanpage
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Il nodo che il legislatore continua a ignorare ha un nome preciso nella letteratura criminologica: si chiama “the link”, il collegamento documentato tra violenza sugli animali e violenza interpersonale. Chi è capace di uccidere a sangue freddo due animali con cui ha condiviso la propria casa, pianificando l’occultamento dei corpi e mentendo agli inquirenti, manifesta un tratto che gli studiosi del comportamento deviante considerano da decenni un campanello d’allarme. La crudeltà verso gli animali non è un episodio isolato e a sé stante, ma rientra spesso in un continuum di violenza che può rivolgersi, prima o dopo, contro le persone, in particolare contro i soggetti più vulnerabili dell’ambiente domestico, partner, anziani, minori. In numerosi ordinamenti questo legame è ormai riconosciuto sul piano operativo, con protocolli che impongono la segnalazione incrociata tra servizi veterinari, forze dell’ordine e servizi sociali. In Italia, no.
Ecco perché una buona legge sulle pene non basta. Punire l’uccisione di due segugi come reato compiuto è doveroso, ma trattare quell’uccisione anche come un indicatore di rischio, un segnale che impone una valutazione della persona e del contesto familiare, sarebbe stato un salto di qualità culturale che la riforma non ha fatto. Il caso del Cremasco lo mostra in modo quasi didascalico: le armi di quell’uomo erano tutte regolari, la sua idoneità a detenerle non era mai stata messa in discussione, e sono state ritirate soltanto a esecuzione avvenuta. Manca un sistema che colleghi il fatto di cronaca alla prevenzione, che trasformi un porto d’armi in una domanda più ampia: chi vive accanto a chi possiede un arsenale ed è capace di un gesto simile?
Dogsportal sta sempre dalla parte dei cani, e proprio per questo non si accontenta dell’inasprimento delle sanzioni. Chiedere pene più severe è facile e fa titolo. Costruire un sistema che intercetti la violenza prima che colpisca, animali e persone insieme, è più difficile, meno spendibile politicamente, e infinitamente più utile. Finché la risposta dello Stato resterà soltanto la denuncia a fatto avvenuto, continueremo a leggere di buche scavate nei cortili e di esseri viventi soppressi perché “abbaiavano troppo”, senza aver fatto nulla per impedirlo.
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