Un lupo troppo vicino: il caso di Arrone e ciò che non vogliamo vedere
Il lupo che non dovrebbe esistere.
La prima notizia è che la bambina sta bene. Ed è questo che conta più di ogni altra cosa, anche per il futuro dei lupi.
A quanto pare in un parco pubblico ad Arrone, in Umbria, un lupo avrebbe afferrato la maglietta di una bambina di quattro anni, cercando di trascinarla via. Per fortuna, le urla dei presenti sono bastate a farlo desistere e fuggire. Ma sarebbe potuta finire molto peggio e fingere il contrario non è accettabile, soprattutto da parte di chi vuole proteggere il lupo.
Archiviato il comprensibile sollievo, sarebbe ora il caso di evitare che il dibattito inneschi puntualmente lo scontro tra chi odia letteralmente i lupi, e sogna di poterli sterminare, e chi sembra disposto ad arrampicarsi sugli specchi pur di negare che il lupo possa, in casi eccezionali, rappresentare un pericolo reale. Due atteggiamenti che finiscono per ottenere lo stesso risultato: impedire una riflessione seria e utile, utile soprattutto al lupo.
Prima di tutto è necessario accertare con precisione la dinamica dei fatti e identificare senza ombra di dubbio l’animale coinvolto. Ma se davvero si tratta di un lupo, come appare al momento, allora possiamo affermare due cose:
• La prima è che ci troveremmo di fronte a un comportamento profondamente anomalo per il Canis lupus italicus.
• La seconda è che, proprio perché anomalo, non può essere liquidato come irrilevante, anzi.
Il lupo in Italia è sopravvissuto soprattutto perché ha imparato a evitarci. La sua diffidenza verso la nostra specie, la più letale del Pianeta, è uno dei principali adattamenti che gli hanno consentito di sopravvivere a secoli di persecuzioni spietate e, grazie alla protezione della legge, di riconquistare lentamente il territorio perduto dopo aver sfiorato l’estinzione, non più tardi di 50 anni fa.
Certo, è vero che il cane discende da lupi che persero almeno in parte quella diffidenza avvicinandosi progressivamente a noi. Ma è anche vero che quel processo ebbe inizio decine di migliaia di anni fa in un contesto ecologico irripetibile, nel quale gli esseri umani erano numericamente irrilevanti rispetto a tutte le altre specie e presenti in pochi luoghi della Terra.
Oggi la situazione è esattamente all’opposto: siamo noi ad aver occupato quasi tutto lo spazio disponibile e stiamo provocando la scomparsa di un numero incredibile di specie animali.
Il fatto che oggi incontriamo piuttosto facilmente i lupi, quindi, non significa che stiamo assistendo a una “nuova domesticazione”. Stiamo semplicemente osservando animali che non possono letteralmente evitarci, perché siamo ovunque.
Da anni ripetiamo che gli animali si avvicinano sempre più ai centri abitati. Ed è vero. Molto meno spesso ci chiediamo perché. La risposta è semplice: perché trovano rifiuti alimentari facilmente accessibili, cibo disperso nell’ambiente, alimentazione incontrollata destinata a gatti e cani randagi e persone che ritengono giusto nutrire volontariamente la fauna selvatica.
Tutto questo sta modificando il comportamento di diverse specie. Il caso più eclatante e facilissimo da osservare riguarda i cinghiali, sempre più “cittadini”. E, a quanto pare, coinvolge in parte anche i lupi, pur se con numeri minimi e quasi sempre con soggetti in dispersione, che giocoforza transitano dove ci siamo noi, cioè dappertutto, oppure indeboliti e incapaci di cacciare normalmente che, per questo, si avvicinano ai centri abitati in cerca di cibo “facile”. Il punto è che lo trovano, sempre.
Questo meccanismo funziona fin troppo bene e noi cinofili lo sappiamo: si chiama “rinforzo positivo” e fa sì che un comportamento che produce un vantaggio tenda a essere ripetuto. Se un lupo affamato scopre che avvicinandosi alle persone trova con facilità qualcosa da mangiare, quell’avvicinamento viene “premiato” e, con il tempo, diventa un comportamento consolidato.
Quindi, un lupo cosiddetto “confidente” non sta sviluppando una socializzazione interspecifica: sta semplicemente imparando che dove ci siamo noi c’è cibo.
Questo può creare aspettative positive nei nostri confronti e consolidare l’abitudine ad avvicinarci. La letteratura mostra che, nei rarissimi casi di aggressione predatoria o non provocata registrati in Europa e Nord America, erano molto spesso coinvolti lupi condizionati dal cibo “facile” e ormai poco timorosi verso gli esseri umani.
Ciò non significa che il passaggio dalla confidenza alla predazione nei nostri confronti sia automatico, ma che la perdita della diffidenza e l’associazione tra presenza umana e risorsa alimentare aumentano il rischio che un individuo più vulnerabile, come una bambina per esempio, possa essere valutato come una possibile preda.
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Solo che da anni il dibattito ruota quasi esclusivamente attorno alle richieste di abbattimenti, alle predazioni sul bestiame e ai livelli di protezione della specie: la prevenzione dello sviluppo di atteggiamenti confidenti è la grande assente.
Eppure, impedire al lupo di associare la nostra specie al cibo sarebbe molto più sensato che intervenire quando quell’associazione si è ormai consolidata. Significa gestire correttamente i rifiuti, eliminare le fonti di cibo facilmente accessibili e smetterla di alimentare la fauna selvatica per postare foto sui social o pensando di fare del bene, perché è esattamente il contrario.
Per questo, se le indagini dovessero confermare che l’animale coinvolto è effettivamente un lupo e che il comportamento è stato quello descritto, ritengo a malincuore che la sua eliminazione sia la scelta più corretta.
Perché un grande carnivoro che ha perso la naturale diffidenza nei confronti dell’uomo al punto di tentare una predazione su un individuo considerato più “facile”, una bambina, replicando così un meccanismo tipico della specie Canis lupus, cacciare i soggetti più vulnerabili, costituisce un rischio concreto e una deriva comportamentale pericolosa, soprattutto se il soggetto fa parte di un branco o ne dovesse creare uno.
La ragione è che i lupi vivono in gruppi familiari e apprendono anche osservando gli altri membri del branco: tecniche di ricerca del cibo e modalità di caccia possono quindi diffondersi attraverso l’apprendimento sociale.
Una simile evoluzione sarebbe socialmente inaccettabile e finirebbe per diventare l’argomento più forte, probabilmente decisivo, nelle mani di quella frangia di fanatici assetati di sangue di lupo che, purtroppo, in Italia gode di rappresentanza politica e di appoggi interessati in alcuni settori mediatici ed economici.
Un episodio come quello della bambina di Arrone, per quanto incruento, non danneggia soltanto le persone coinvolte. Danneggia anche il lupo. La conservazione di una specie non dipende infatti solo dal numero di esemplari presenti sul territorio ma anche dalla disponibilità della società ad accettarne la presenza.
Disponibilità che in Italia oggi esiste ma che viene erosa da ogni episodio in cui un lupo dimostra di aver ridotto la sua soglia di diffidenza nei nostri confronti, perché ogni incontro in luoghi antropizzati, persino i meno significativi, viene ripreso dai media e dai social per alimentare paure, irrigidire il confronto e offrire nuovi argomenti a chi, e non sono pochi, considera il lupo incompatibile con la specie umana. Follia? Certo, ma non mi pare che manchino esempi di irrazionalità al potere, di questi tempi.
Il problema è ciò che accade quando dimentichiamo che un animale selvatico deve rimanere selvatico. La distanza che il lupo mantiene da noi non è un ostacolo alla convivenza ma, al contrario, è la condizione che la rende possibile.
Ogni volta che, per superficialità, ignoranza o per un malinteso amore verso la natura contribuiamo ad abbattere quella distanza, non stiamo aiutando il lupo. Stiamo preparando il prossimo conflitto.
E, con ogni probabilità, il prossimo lupo che ne pagherà le conseguenze. Con la vita.
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