Un cane usato come arma a Torino e la trappola delle semplificazioni
Un uomo di 37 anni è stato arrestato a Torino, nel quartiere Barriera di Milano, con l’accusa di rapina aggravata e resistenza a pubblico ufficiale. Lo riporta La Stampa, che segue ora anche gli sviluppi legati alla perizia veterinaria disposta sull’animale. Secondo la ricostruzione degli investigatori del commissariato Madonna di Campagna, in corso Giulio Cesare l’uomo avrebbe avvicinato due giovani di origine bangladese con la scusa di chiedere una sigaretta, per poi aggredirli con una bottiglia di vetro colpendoli al volto e alle gambe. A quel punto avrebbe liberato dal guinzaglio il proprio Malinois, incitandolo contro le vittime per portare a termine la rapina. Durante il fermo, l’uomo avrebbe tentato di aizzare l’animale anche contro gli agenti. Il Malinois è stato recuperato in buone condizioni e affidato al canile municipale di Torino, mentre il 37enne è finito nella casa circondariale Lorusso e Cutugno.
Fin qui la cronaca. Ma è proprio davanti a episodi come questo che serve fermarsi un momento prima di trarre la lezione sbagliata.
La tentazione, ogni volta che un cane compare in una pagina di cronaca nera, è di spostare il baricentro sull’animale, e spesso sulla sua razza. Il Malinois è un pastore belga, un cane da lavoro straordinariamente motivato e capace, impiegato nelle forze dell’ordine di mezzo mondo proprio per la sua intelligenza e la sua disponibilità a collaborare con l’essere umano. È esattamente questa qualità, la sua enorme voglia di lavorare per chi lo guida, a renderlo un compagno meraviglioso nelle mani giuste e uno strumento pericoloso in quelle sbagliate. Il punto non è la razza: è chi tiene l’altro capo del guinzaglio. Il tema dei cani impiegati come strumenti di offesa, e la confusione che spesso si fa con i cani da difesa addestrati seriamente, lo abbiamo affrontato in modo specifico [LINK: https://www.dogsportal.it/cani-come-armi-cani-da-difesa/].
Un cane aizzato contro una persona non sta esprimendo un’indole aggressiva. Sta facendo esattamente quello per cui è stato indirizzato, spesso attraverso un condizionamento paziente e deliberato, da chi lo ha davanti come un’estensione del proprio braccio. Chiamarlo “cane arma” è comodo per il titolo, ma rischia di nascondere il vero soggetto della vicenda, che è l’umano che lo ha usato. L’animale, in una storia così, è il primo a subire: viene strumentalizzato, esposto a un contesto violento, e alla fine sequestrato e portato in canile senza alcuna colpa propria. In molti casi questa strumentalizzazione è essa stessa una forma di maltrattamento, un aspetto su cui ci siamo soffermati parlando di abuso legato alla razza [LINK: https://www.dogsportal.it/maltrattamento-e-abuso-di-razza/].
Qui entra la questione dell’addestramento, e anche qui semplificare fa danni. Esiste una differenza enorme fra un cane educato al lavoro di protezione secondo protocolli seri, con autocontrollo e capacità di interrompere l’azione a comando, e un cane manipolato da chi punta solo a ottenere una reazione violenta. Il primo è il frutto di competenze tecniche riconosciute, il secondo è quasi sempre il prodotto di ignoranza, incuria o dolo. Confondere i due piani, come talvolta accade nel dibattito pubblico, finisce per criminalizzare intere discipline cinofile legittime e, allo stesso tempo, per non colpire davvero chi produce cani pericolosi maltrattandoli.
Ne abbiamo scritto più volte, ragionando sui casi di aggressione in Italia e sulle proposte di legge che pretendono di affrontare il problema partendo dalla razza anziché dalla relazione tra cane e persona. Vale la pena ricordare, per esempio, la nostra posizione sul DDL 1572 [LINK: https://www.dogsportal.it/plp4-e-ddl-1572-la-posizione-netta-di-dogsportal-contro-una-legge-ingiusta-e-antiscientifica/], una norma che riteniamo ingiusta e antiscientifica proprio perché ragiona per categorie anziché per responsabilità. La perizia veterinaria disposta in questo caso servirà a stabilire le condizioni dell’animale, ed è proprio il tipo di accertamento che sposta l’attenzione dal pregiudizio ai fatti. È la direzione giusta.
Il punto di vista di Dogsportal. Un cane non decide di rapinare nessuno. Dietro ogni animale usato come strumento di violenza c’è una responsabilità umana precisa, ed è lì che devono guardare la cronaca, le indagini e, prima ancora, la nostra cultura del rapporto con gli animali. Ridurre tutto alla pericolosità di una razza o all’idea vaga di un “cane addestrato ad attaccare” significa mancare completamente il bersaglio, e per giunta scaricare sull’animale un peso che appartiene solo a chi lo ha tradito.
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Fonte principale: La Stampa (edizione Torino).
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