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Cuccioli di cane, in Spagna è vietato e in Italia è un business

In Spagna far riprodurre il proprio cane senza essere iscritti al registro degli allevatori è vietato per legge dal 2023.

In Italia la stessa cosa è libera, gratuita e senza controlli, e alimenta un mercato che vale un miliardo e trecento milioni di euro l’anno in Europa.

Quando si parla della legge spagnola sul benessere animale in Italia si finisce quasi sempre a discutere di balconi e di multe a sei zeri. Il passaggio davvero interessante di quel testo sta altrove, in tre righe che riguardano chi può far nascere un cucciolo e chi può cederlo, e che descrivono un modello opposto al nostro.

Chi può far nascere un cucciolo

La Ley 7/2023, in vigore dal 29 settembre 2023, all’articolo 27 lettera k) vieta l’allevamento commerciale di qualunque animale da compagnia e, insieme, qualsiasi forma di riproduzione di animali la cui identificazione individuale sia obbligatoria da parte di chi non risulti iscritto al Registro degli allevatori di animali da compagnia. Poiché in Spagna il microchip è obbligatorio per cani, gatti e furetti, la conseguenza è netta: la cucciolata occasionale del cane di casa, quella che da noi si racconta come un evento familiare, è vietata in sé.

L’articolo 26 lettera d) chiude il cerchio, stabilendo che la riproduzione può essere effettuata soltanto da persone iscritte a quel registro. L’articolo 27 lettera l) vieta la vendita di cani, gatti e furetti nei negozi di animali e la consente solo a partire da allevatori registrati. L’articolo 27 lettera m) vieta di commercializzare, donare o cedere in adozione animali che non siano stati previamente identificati e registrati a nome di chi li cede. La cessione gratuita resta possibile, purché formalizzata in un contratto tra le parti.

Il registro che non esiste ancora

Il modello, sulla carta, è coerente. Il problema è che il Registro degli allevatori fa parte del Sistema centrale dei registri per la protezione animale, e quel sistema attende ancora il decreto attuativo che lo renda operativo. È la stessa dinamica che abbiamo raccontato parlando del divieto spagnolo sui balconi [LINK: https://www.dogsportal.it/cani-e-gatti-vietati-sui-balconi-in-spagna-cosa-dice-davvero-la-legge-e-cosa-succede-in-italia/], dove una norma severissima resta sospesa perché manca lo strumento che dovrebbe applicarla.

Il 7 luglio 2026, durante un corso estivo dell’Università Complutense all’Escorial, la segretaria di Stato per i Diritti sociali Rosa Martínez ha indicato la tabella di marcia: quattro real decreto entro la fine della legislatura, prevista nel 2027, dedicati all’identificazione universale, agli allevatori, ai nuclei zoologici e al listado positivo. La bozza già circolata distingue perfino tra allevamento specializzato, professionale e occasionale, segno che l’intenzione è regolare anche l’accoppiamento una tantum. Tre anni dopo l’entrata in vigore, però, il divieto vive senza il registro che dovrebbe dargli gambe.

In Italia non esiste nemmeno il divieto

Da noi la domanda su chi possa far riprodurre un cane non ha una risposta, perché non esiste la norma che la ponga. Chiunque può far accoppiare il proprio animale, tenere la cucciolata e venderla, senza autorizzazioni, senza iscrizioni, senza contratto, spesso senza fattura.

I limiti che abbiamo sono tutti indiretti e nessuno tocca il punto. L’iscrizione all’anagrafe con microchip e il passaggio di proprietà riguardano il singolo animale, non chi lo produce. Il divieto di vendere come cane di razza un soggetto privo di pedigree tutela il compratore, non il cucciolo. La soglia oltre la quale l’attività diventa imprenditoriale e richiede l’autorizzazione sanitaria varia da Regione a Regione, e sotto quella soglia c’è il vuoto. Perfino la regola dei sessanta giorni prima della cessione non discende da una legge dello Stato, ma da un accordo Stato Regioni e dalle discipline regionali che lo hanno recepito, con applicazione disomogenea. La legge 201 del 2010 colpisce il traffico illecito e le introduzioni irregolari dall’estero, non la compravendita interna tra privati. La legge 82 del 2025 ha riscritto i delitti contro gli animali e alzato le pene, lasciando però intatta la filiera commerciale.

Il risultato lo conosciamo, e lo raccontiamo da anni. Le cucciolate incontrollate dei privati vendute online alimentano il mercato nero e vanificano le campagne sulla sterilizzazione [LINK: https://www.dogsportal.it/randagismo-e-sud-lalibi-per-non-guardare-al-problema-complessivo-in-italia/], mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi sulle liste di razze. A febbraio abbiamo messo per iscritto una proposta scomoda [LINK: https://www.dogsportal.it/basta-liste-e-patentini-inutili-svuotare-i-canili-e-fermare-il-randagismo/] che partiva esattamente da qui, dal divieto di annunci di compravendita sulle piattaforme generaliste e da un tracciamento completo della filiera, perché senza quello ogni discorso sull’abbandono resta un esercizio retorico [LINK: https://www.dogsportal.it/contro-labbandono-non-serve-una-campagna-serve-una-strategia/].

L’Europa entra dagli annunci

La novità arriva da Bruxelles, e prende la strada opposta rispetto a Madrid. Il 28 aprile 2026 il Parlamento europeo ha approvato con 558 voti favorevoli, 35 contrari e 52 astensioni il primo regolamento dedicato al benessere e alla tracciabilità di cani e gatti, poi adottato formalmente dal Consiglio. La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’Unione è attesa nel corso del 2026, con entrata in vigore venti giorni dopo e applicazione piena a distanza di due anni, quindi realisticamente dalla metà del 2028, con quattro anni di transizione per allevatori, venditori e rifugi, dieci per chi vive con un cane e quindici per i gatti.

Il punto che riguarda il nostro tema è uno e vale più di qualunque divieto. Chi pubblica un annuncio dovrà indicare informazioni di identificazione verificabili e il numero di microchip dell’animale. La Commissione stima che oltre il sessanta per cento delle vendite avvenga ormai online, su un mercato da un miliardo e trecento milioni di euro l’anno: portare l’obbligo di identificazione dentro l’annuncio significa colpire il canale, non l’intenzione. È la direzione che avevamo salutato con favore quando la trattativa era ancora in corso [LINK: https://www.dogsportal.it/cani-e-gatti-piu-tutelati-in-europa-microchip-obbligatorio-per-allevatori-venditori-e-rifugi/].

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Resta un nodo aperto. Nelle versioni negoziate era prevista un’esenzione per chi immette sul mercato una sola cucciolata ogni diciotto mesi o più, e il testo consolidato non era ancora disponibile al momento del voto. Se quella deroga è sopravvissuta, il canale italiano più diffuso, quello del privato con una cucciolata all’anno, resterebbe fuori proprio dalla norma pensata per intercettarlo.

Due modi di sbagliare, e uno di rimediare

Il confronto tra Spagna e Italia non racconta un paese avanti e uno indietro, racconta due errori diversi. La Spagna ha scritto il divieto senza costruire l’infrastruttura che lo rende esigibile, e da tre anni ha una norma perfetta e inapplicata. L’Italia non ha né il divieto né l’infrastruttura, e ha lasciato che un’attività economica a tutti gli effetti si svolgesse in un regime di totale invisibilità fiscale e sanitaria.

Il regolamento europeo suggerisce la sola via praticabile, che non passa dal proibire ma dal rendere visibile. Un cucciolo che compare in un annuncio con il proprio numero identificativo è un cucciolo di cui si conosce l’origine, la data di nascita, chi lo ha ceduto. Da quel dato discende tutto il resto, i controlli sanitari, la responsabilità di chi vende, la possibilità di distinguere l’allevatore serio [LINK: https://www.dogsportal.it/voglio-comprare-un-cane-di-razza-come-scegliere-lallevatore/] da chi improvvisa una cucciolata per arrotondare.

Finché in Italia sarà più semplice tracciare un pacco da cinque euro che un essere vivente venduto a mille, continueremo a discutere di razze pericolose mentre i canili si riempiono di cani che nessuno ha mai registrato.

Fonti: Boletín Oficial del Estado (Ley 7/2023), Ministerio de Derechos Sociales Consumo y Agenda 2030, Parlamento europeo, Consiglio dell’Unione europea, ANMVI, Altalex, Qué.

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