Abbaiano troppo? Il giudice dispone l’allontanamento: il caso che fa discutere
Una sentenza del Tribunale di Bologna ordina di trasferire i cani per immissioni “intollerabili”: cosa è successo, cosa dice la legge e perché questa vicenda apre un dibattito sulla gestione, il benessere animale e la convivenza nei condomìni.
La convivenza quotidiana nei condomìni mette spesso alla prova non solo i rapporti tra persone, ma anche la qualità della relazione che riusciamo a costruire con i nostri cani. Lo dimostra la recente ordinanza del Tribunale di Bologna, un provvedimento d’urgenza che impone alla proprietaria di alcuni cani di trasferirli altrove dopo mesi di rumori, odori e disturbi giudicati “intollerabili”. Una decisione rara e pesante, che ha riportato al centro del dibattito pubblico una domanda che riguarda tutti noi: come si concilia il diritto alla quiete con il benessere degli animali e con la qualità della gestione da parte delle persone che li custodiscono?
Secondo quanto emerge dalla sentenza, il vicino aveva documentato per mesi un abbaio costante, soprattutto notturno, accompagnato da odori definiti nauseabondi provenienti dall’appartamento di fronte. Le finestre dovevano restare chiuse, il sonno era diventato irraggiungibile e gli effetti sulla salute erano evidenti: ansia, insonnia, gastrite, disturbi intestinali e ricadute anche sull’attività lavorativa. Le registrazioni audio e le misurazioni fonometriche, che hanno rilevato un differenziale di ben diciotto decibel tra silenzio e abbaio, hanno confermato un superamento della soglia di tollerabilità molto al di sopra di quanto la giurisprudenza ritenga accettabile.
La giudice ha considerato decisive non solo le prove tecniche ma anche l’inerzia della proprietaria dei cani, che nonostante richiami e segnalazioni non aveva adottato alcuna misura per ridurre il disturbo. Da qui l’ordine immediato di trasferire gli animali, con una sanzione economica giornaliera in caso di ritardo. Non è un provvedimento contro i cani, e questo va detto chiaramente. È un provvedimento contro la cattiva gestione, contro la trascuratezza e contro l’idea che un cane possa essere lasciato a sé stesso, come se bastasse chiudere la porta di casa perché i problemi si risolvano da soli.
Per comprendere fino in fondo cosa significhi un cane che abbaia per ore, può essere utile leggere alcune analisi che su Dogsportal.it abbiamo dedicato all’argomento. In “Quando il cane abbaia troppo” (https://www.dogsportal.it/quando-il-cane-abbaia-troppo/) spieghiamo perché l’abbaio continuo è quasi sempre la spia di un disagio profondo, non di un comportamento capriccioso.
In “10 cose che dovresti chiederti se il tuo cane abbaia sempre e disturba tutti” (https://www.dogsportal.it/10-cose-che-dovresti-chiederti-se-il-tuo-cane-abbaia-sempre-e-disturba-tutti/) proviamo a ragionare su cosa c’è davvero dietro quei rumori ripetuti, invitando i proprietari a guardare il problema dalla prospettiva del cane. E in “Cane che abbaia in condominio: cosa sapere davvero” (https://www.dogsportal.it/cane-che-abbaia-in-condominio/) affrontiamo in modo semplice l’incrocio tra normativa e benessere animale, spiegando come prevenire esattamente situazioni come quella denunciata a Bologna.
Da queste letture emerge un punto fondamentale che questa sentenza mette in evidenza con brutalità: quando un cane abbaia insistentemente, il problema raramente è “il cane”, e quasi sempre è ciò che il cane sta vivendo. La solitudine prolungata, la mancanza di stimoli, l’ansia da separazione, la noia, la paura, l’imprevedibilità della routine o un ambiente povero di relazioni sono tra le cause più frequenti dei cori notturni che diventano, inevitabilmente, motivo di conflitto tra vicini. E conflitti così profondi non dovrebbero mai arrivare in tribunale, se la gestione fosse più attenta e se ci fosse più cultura della relazione.
Il caso di Bologna ci mette davanti anche a una contraddizione più ampia. Da un lato, siamo un Paese che ama i cani e li considera membri della famiglia. Dall’altro, non siamo ancora pronti — come società — ad assumere la responsabilità che questo comporta. Parlare di nucleo multispecie, di legame affettivo e persino di inserimento dei cani nello stato di famiglia ha senso solo se siamo in grado di garantire loro una gestione coerente con queste parole. Un cane lasciato solo per ore non è un cane “cattivo”, è un cane in difficoltà. E un proprietario che ignora segnali così evidenti mette a rischio non solo il benessere del suo animale, ma anche la serenità di chi vive accanto.
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La sentenza del Tribunale di Bologna non chiude un capitolo. Lo apre. Ci ricorda che il diritto alla salute e al riposo è fondamentale quanto il diritto del cane a vivere senza sofferenza emotiva. E ci invita a riflettere sul fatto che la vera società dog-friendly non è quella che adotta più cani, ma quella che li gestisce con competenza e rispetto, evitando che il loro disagio diventi un problema per altri.
Per noi lettori di Dogsportal.it, questa vicenda è un monito: la convivenza funziona solo quando gli animali stanno bene e quando le persone sono consapevoli delle loro responsabilità. La cultura cinofila serve proprio a questo, a prevenire conflitti che non dovrebbero mai arrivare davanti a un giudice. Anche perché quando succede, come a Bologna, a pagare il prezzo più alto sono sempre i cani, che non hanno scelto né dove vivere né come essere gestiti.
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