Christian Furia: educatore cinofiloEducazione cinofila

Amare un cane non basta: la responsabilità di comprenderlo

C’è una frase che sento spesso, e ogni volta mi fa riflettere: “ma io l’ho salvato”. Come se il fatto di aver tolto un cane da una situazione difficile fosse una sorta di credito illimitato, una giustificazione che autorizza a ignorare tutto il resto. Lo capisco, davvero. Il legame che nasce da un’adozione o da un salvataggio è qualcosa di potente, spesso viscerale. Ma quel legame non può diventare un alibi.

Perché intanto il cane non ti è passato in casa da solo. Non ti ha chiesto di salvarlo. E quella non è la giustificazione per cui puoi omettere quelli che sono i suoi bisogni, quelli che vanno ben oltre i fisiologici o il prendersi cura nel senso più elementare del termine. Curargli l’otite è doveroso: lo fai perché è malato, punto. Ma i bisogni di un cane non finiscono lì. Ci sono bisogni relazionali, comunicativi, etologici, che esistono indipendentemente da come quel cane è arrivato a casa tua. Ignorarli non è un’opzione, nemmeno se “l’hai salvato”.

Questa è la mia linea di pensiero, il mio modo di vedere le cose. Non è un giudizio: sono sempre all’interno di confronti funzionali, perché ognuno ha le proprie idee e opinioni. Ma questa è la mia.

Dall’altra parte dello spettro c’è un problema altrettanto serio, e riguarda chi decide di fare la cosa giusta: affidarsi a un professionista. Ci sono famiglie che vogliono approcciarsi, che vogliono anche impegnarsi, che vanno a cercare aiuto. E quello che troviamo spesso è che ci sono professionisti che analizzano e stabiliscono loro, in autonomia, che quel comportamento che gli viene descritto è un comportamento da correggere. E lo correggono in un modo che non ha niente a che vedere con la relazione, ma esclusivamente con una parte inibitoria.

Tutti sappiamo che inibire un cane, inibire un individuo, non è certo uno strumento funzionale e soprattutto necessario. È tappare una valvola. Prima o poi quella valvola si riapre, spesso in modo peggiore.

Detto questo, mi metto anche nei panni della famiglia che si affida a un professionista e che crede in quello che il professionista gli dice. È come quando andiamo dal medico e ci dice di prendere una data pillola perché serve: quella la prendiamo. Ovvio. Ma c’è un punto in cui quella fiducia deve incontrare la tua osservazione diretta. Se porti il tuo cane da un professionista e vedi che te lo picchia, se vedi che il cane scarica perché ha dolore, viene buttato a terra con un ginocchio sul costato, hai anche il titolo per poter dire: ho capito, questo magari è il tuo modo di pensare di risolvere le questioni, ma non mi appartiene, e quindi cerco di prendere le distanze.

Capisco però che chi non è del settore magari crede che quello sia oggettivamente l’approccio funzionale. Non ha gli strumenti per distinguere. Ed è esattamente qui che si innesta il senso di quello che faccio con “Essere cane per un giorno”.

Il format, come molti sanno, è stato oggetto di dibattiti importanti sui social. È una metafora ludica, e come tale va letta. Ma la sua finalità è tutt’altro che superficiale: per potermi immedesimare, per poter capire davvero un individuo, devo saper identificare almeno in parte il suo linguaggio. Non posso ignorarlo completamente, perché altrimenti resta sempre ed esclusivamente un’interpretazione umana. E un’interpretazione umana porta a letture come “guarda come giocano, stanno giocando”, quando magari non stanno giocando per niente. Ma tu non hai gli strumenti per capire che una zampa chiusa piuttosto che una zampa aperta è una richiesta di spazio piuttosto che un ingaggio al gioco.

Questi segnali non sono una competenza riservata ai tecnici. Credo che non sia solo il professionista a doverli conoscere. Nel momento in cui ti approcci a contesti come le passeggiate sociali cinofile o entri in un’area di sgambamento dove sganci il tuo cane in mezzo ad altri, le idee le devi avere. Proprio per tutelare quell’individuo, se dici di amarlo e di volerlo come membro della tua famiglia.

E allora, come membro della tua famiglia, è doveroso che tu abbia due dati in più, due informazioni in più, che possano essere utili nel percorso di vita che hai con un’altra specie. Ne avevo già parlato con Andrea Comini in una conversazione che vale la pena rileggere: crescere come cinofili per crescere come persone. Nel nostro caso parliamo di cani, ma il principio vale per qualsiasi altra specie con cui condividiamo la vita.

Non si tratta di perfezione. Si tratta di intenzione.

Articolo di Christian Furia – educatore cinofilo

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