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Caccia, cinofilia e tutela dell’ambiente: un trilemma risolvibile?

Negli ultimi giorni stiamo assistendo ad un acceso dibattito sul DDL Malan e le modifiche proposte alla legge 157 del 1992, che disciplina l’esercizio dell’attività venatoria sul territorio italiano.

Da cacciatore e appassionato di cinofilia venatoria, temo che questa opportunità di riforma della 157 rischi di tramutarsi, per l’ennesima volta, in una occasione persa. L’occasione di far dialogare cacciatori e ambientalisti, secondo un modello di co-responsabilità ambientale che è perfettamente funzionante in molti Paesi Europei.

Nelle democrazie mature, come quelle occidentali, qualunque proposta di modifica della legislazione dovrebbe passare da un confronto serio tra i diversi stakeholder, sia sul piano tecnico che politico, che risulta essere sempre più difficile in Italia a causa della polarizzazione della politica (e di riflesso, spesso, anche della società civile) su qualunque tematica. La caccia, su questo, non fa eccezione.

A prescindere dalla sensibilità morale di ognuno di noi, vi è una circostanza su cui qualunque persona di buon senso non può che concordare: l’amore per i nostri cani passa anche e soprattutto dal rispetto della loro etologia. Un Epagneul Breton correttamente selezionato sul piano genetico (e quindi con un istinto predatorio molto alto) raggiungerà il massimo benessere psico-fisico predando un fagiano, non certo scavando tartufi o girando su un green di Agility (attività utili a tenerlo mentalmente impegnato, ma non parimenti valide ai fini di una completa stimolazione della sua psiche). Se non siamo pronti ad accettare che anche il prelievo della selvaggina è funzionale al pieno soddisfacimento dei bisogni e delle attitudini genetiche dei nostri cani, allora non dovremmo avere la presunzione di condividere la nostra vita con un cane da caccia o, quantomeno, dovremmo essere consapevoli dei grandi limiti che gli stiamo ponendo. La natura non ha una morale, non ci sono buoni e cattivi e ogni tentativo di “umanizzazione” è un atto irresponsabile verso il benessere degli animali stessi. 

Ovviamente, il prelievo della selvaggina non deve mai essere eseguito in entità tale da compromettere la sopravvivenza della specie.

Per quanto possa sembrare paradossale, caccia, cinofilia e tutela dell’ambiente (e della fauna selvatica) compongono un trilemma la cui soluzione ha due grandi nemici: gli estremisti del “distruttivismo” ambientale (da un lato) e del “protezionismo” ambientale (dall’altro). 

Esiste un terzo approccio alla gestione dell’ambiente, che ho avuto l’occasione di approfondire grazie all’incontro illuminante con una grande naturalista di caratura internazionale: il conservazionismo. L’obiettivo del conservazionismo è mantenere l’equilibrio dell’ambiente naturale, proteggere la biodiversità e gestire le risorse naturali in modo sostenibile. Ma soprattutto, a differenza del protezionismo puro, riconosce l’uomo come parte integrante degli ecosistemi, puntando su una coesistenza regolata.

Il conservazionismo non è solo un approccio equilibrato e scientifico alla gestione ambientale, ma è anche un approccio favorevole alla cinofilia. 

Io e molti amici appassionati di cinofilia venatoria (quasi tutti cacciatori) siamo sempre stati conservazionisti, anche senza definirci tali. Lo siamo stati ogni volta in cui, durante l’addestramento dei nostri cani, abbiamo censito una covata di fagiani, chiedendo all’agricoltore di ritardare lo sfalcio di quel campo, in modo da dare ai fagianotti la possibilità di crescere e salvarsi dall’incedere della mietitrebbia.

Lo siamo stati ogni volta in cui, grazie alla nostra presenza costante sul territorio, abbiamo censito una coppia di starne, custodendola gelosamente nella speranza che potesse riprodursi e darci la possibilità di reintrodurre nelle nostre campagne un selvatico tanto affascinante quanto fondamentale ai fini della selezione zootecnica dei nostri cani.

Lo siamo stati ogni volta in cui abbiamo provato a spiegare agli agricoltori che le piantagioni intensive di mais sono la morte della biodiversità e sono causa della scomparsa di numerose specie animali autoctone.

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Scoprire il concetto di conservazionismo mi ha insegnato che un cacciatore può essere conservazionista, che un ambientalista può essere conservazionista e che cacciatori e ambientalisti possono stare dalla stessa parte.

E isolare gli estremisti, di entrambe le fazioni, è l’unica speranza per garantire la tutela dell’ambiente e la coesistenza equilibrata tra tutte le specie (uomo compreso).

Un contributo inviato alla Redazione di Dogsportal di Gian Maria Diano che pubblichiamo volenteri per arricchire il dibatitto.

La posizione espressa dalla Redazione in merito al DDL MALAN è la seguente:

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