Intervista a Jean Lessard: il “maestro Jedi” dell’educazione e dell’addestramento
Un confronto diretto con Jean Lessard tra etologia, formazione e responsabilità nel rapporto con il cane
Figura di riferimento internazionale dell’educazione cinofila contemporanea e del lavoro sui problemi comportamentali basato sulla scienza, sull’etica e non su qualche esotica “filosofia”, oltre che esperto di spicco nel lavoro sui grandi carnivori, inclusi lupi e orsi bianchi nell’ambito della ricerca e della gestione, Jean Lessard ha tenuto recentemente un corso intensivo di tre giorni alla scuola di formazione cinofila “Il Biancospino”
Il seminario ha offerto l’occasione per approfondire modalità avanzate di educazione e addestramento che integrano etologia, apprendimento e serenità emotiva, con l’obiettivo di ottenere risposte affidabili senza ricorrere a pressioni fisiche o psicologiche ma, anzi, con la piena e gioiosa collaborazione del cane.
Il percorso si è sviluppato attraverso sessioni teoriche e dimostrazioni pratiche, con particolare attenzione alla costruzione del comportamento attraverso il rinforzo positivo, il timing perfetto nell’impiego del clicker, la pianificazione della motivazione, l’adattamento del lavoro alle esigenze del cane.

Ne ho approfittato per approfondire la mia formazione, traendone grandissimo arricchimento. Ma potevo lasciarmi scappare l’occasione per un’intervista esclusiva per voi, cari lettori di Dogsportal.it? Ovviamente no! Eccola.
Questa è la tua sesta visita in Italia come docente nel settore cinofilo. Ti sei fatto un’idea dell’ambiente nel nostro Paese?
«Sì e no. Ogni volta resto soltanto due o tre giorni, quindi non abbastanza a lungo. Incontro tanti educatori e addestratori, certo, ma molti sono professionisti che già conoscono e apprezzano il mio lavoro, e dunque condividono la mia filosofia in tutto o in parte. Posso dire che in genere incontro persone di qualità, con una visione interessante del mestiere. Ma non posso avere un’idea complessiva di tutti gli operatori».
Alla fine dei tuoi seminari, osservando gli allievi lavorare, ti sembra che siamo ricettivi?
«Assolutamente sì. Venite per imparare, per migliorare la vostra pratica e ci riuscite. Nei miei corsi il pubblico è sempre molto eterogeneo: ci sono educatori e addestratori esperti, altri invece alle prime armi, ma anche veterinari, allevatori o comuni proprietari di cani. È una sfida che mi piace, perché bisogna trovare il modo di essere utile a tutti. Può capitare che i più esperti dicano “questo lo so già”: io rispondo che è vero, ma altri non lo sanno ancora, quindi procedo e poi propongo materiali e spunti più avanzati. È sempre stato così, in Italia come in Canada: un intreccio di livelli e competenze diverse nello stesso gruppo. Il bello è anche questo».
Dal tuo punto di vista, l’addestramento e la modificazione del comportamento sono cambiati negli ultimi anni?
«Sì, ovunque nel mondo. Naturalmente a livelli diversi, ma i progressi sono stati rapidi, soprattutto negli ultimi quindici o vent’anni. Ci sono sempre controversie, conflitti, visioni contrapposte, ma è normale: accade in ogni campo e la cinofilia tecnica non fa certo eccezione, anzi».
In diversi Paesi si assiste però a un ritorno dei vecchi metodi che si ritenevano ampiamente superati grazie alla scienza e all’evoluzione del rapporto con il cane. Perché succede, secondo te?
«È una sorta di “legge dell’equilibrio”: nasce una nuova tendenza, funziona, si afferma, si diffonde e poi, inevitabilmente, si produce una reazione, una sorta di “rivincita”. Dopo si compie un altro passo avanti, ma ci sarà sempre chi si oppone a quel passo. È un movimento oscillatorio, fatto di azione e reazione: si va avanti, si torna indietro, e così via. Ma ogni volta i progressi acquisiti restano, per chi li sa cogliere».
Come amante dei cani, non solo come professionista, che opinione hai di questi nostri grandi amici che appartengono a una specie diversa?
«L’alleanza tra uomo e cane va avanti da circa 30.000 anni ma la domesticazione, in realtà, non è ancora conclusa: quando selezioniamo soggetti via via meno aggressivi, più docili, stiamo ancora portando avanti il processo di domesticazione. Ma in certi casi, secondo me, siamo andati troppo oltre. Pensiamo agli ipertipi: cani troppo piccoli, nasi troppo schiacciati, tratti esasperati. Abbiamo esagerato e oggi alcune linee di allevamento hanno prodotto animali con problemi di salute gravissimi o addirittura cani che non riconoscono più il linguaggio dei propri simili. Alcuni di questi cani vivono un’esistenza fatta di disagio, altri sono ridotti a piccoli oggetti. Il nostro compito, come educatori, è aiutare i proprietari a considerare il cane per quello che è: un cane, con i suoi bisogni, la sua etologia, la sua dignità. E a rispettarlo».
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In molti Paesi, Italia compresa, ci sono problemi con cani “aggressivi”, soprattutto i terrier di tipo bull. Come si può affrontare la questione, secondo te?
«Occorrono regole chiare sull’allevamento e sulla selezione. È necessario arrivare a selezionare solo soggetti affidabili, ma non è facile cambiare questo mondo: c’è chi alleva solo per vendere, chi per l’estetica, chi non seleziona il carattere… Servirebbero norme precise che vengano fatte rispettare, perché oggi chiunque può mettersi a riprodurre cani, anche male, senza alcun controllo. È una questione complicata ma una cosa è certa: vietare una razza non è la soluzione».
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Quali sono i riferimenti culturali più importanti, oggi, per un addestratore o un educatore?
«Il campo più interessante è quello del benessere animale. Nel tempo siamo passati dalle “Cinque Libertà” (un modello nato nel Regno Unito negli anni Settanta che definiva i bisogni minimi dell’animale) ai “Cinque Domini”, che hanno spostato l’attenzione sullo stato mentale e sulle esperienze positive. Poi c’è stato il modello LIMA (Least Intrusive, Minimally Aversive), che ci ha insegnato a scegliere tecniche efficaci ma il meno intrusive e avversive possibile. Oggi disponiamo del modello LIFE (Least Inhibitive, Functionally Effective), proposto dal dottor Eduardo J. Fernandez nel 2024. È un ulteriore passo avanti: ci ricorda che dobbiamo ridurre l’inibizione, cioè aumentare scelta e il controllo da parte dell’animale; e che ogni intervento deve basarsi sulla funzione del comportamento e non solo sulla sua manifestazione. Ci insegna poi che per il successo del nostro intervento non basta che “funzioni: deve ottenere stabilità, ripetibilità e un impatto positivo sul benessere del cane. LIFE è pensato per noi tecnici ma ha un valore universale: se lo segui, diventi rispettoso verso ogni specie vivente. È un’evoluzione importante e si integra perfettamente con gli approcci force-free e fear-free che rifiutano coercizione e paura».
Tu lavori anche con i lupi, nei centri di conservazione e ricerca. In Europa il loro ritorno ha creato inevitabilmente problemi e contrapposizioni, e oggi si parla di ridurne ulteriormente la protezione. Che ne pensi?
«La parola chiave sarebbe “convivenza”. Ma sembra che non la vogliamo più, non sappiamo più cosa significhi. Difendiamo case, villaggi, città ma distruggiamo foreste e ambienti naturali. Poi ci lamentiamo se i lupi si avvicinano alle città: cercano cibo, perché nelle foreste, sempre più ridotte e impoverite a causa nostra, ce n’è poco. Non crediamo nella convivenza e allora li uccidiamo, proprio come distruggiamo la natura e noi stessi. La specie umana sta consumando le proprie risorse, il proprio futuro. Qual è la soluzione? Una bomba atomica che azzeri tutto? Spero di no. Forse la troveremo nella cultura, nella diffusione della conoscenza. Ma è difficile e non vedo politici interessati a cambiare davvero le cose. Mi dispiace dirlo, ma sono più pessimista che ottimista».
Caro Jean, non sei il solo…
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