Dal Vietnam allo Sri Lanka, i miei quattro passi in mezzo ai Cani pariah

Anno 2016, liceo appena concluso: trovo giusto il tempo di leggere con sufficiente attenzione la teoria dei Coppinger sui “cani da villaggio” e mi lascio decisamente affascinare.

Eccola spiegata – penso – la storia dei famosi “Cani pariah” tanto diffusi in tutto l’Oriente come prototipo di cani domestici, insomma… di quelle specie di randagi dall’aspetto misterioso e primitivo!

Coincidenza vuole che, proprio nelle vacanze estive post-maturità, io e i miei partiamo per il Vietnam e la Cambogia: quale occasione migliore, per soddisfare il “Coppinger in erba” che era in me, specialmente allora? E… tanto per non farmi mancare nulla, eccoci in un altro viaggio simile, alla volta dello Sri Lanka, appena la scorsa estate.

Armato di entusiasmo, spirito d’avventura e – ovviamente – di macchina fotografica, in questi viaggi asiatici mi metto sulle orme dei cani nativi, con un sacco di domande per la testa.

Come sono fatti? Quanto sono grandi? Sono sociali o solitari… e gerarchici? Cosa mangiano e dove dormono? Come si comportano tra loro? E con gli umani?

Proprio a questi interrogativi, i cani stessi hanno in buona parte risposto, e in questo mio racconto vi voglio proporre le mie scoperte.

Partiamo subito da ciò che si vede sulle prime: l’aspetto fisico dei Cani pariah.

Cani “fatti a cane”, punto. Anzi, “fatti a dingo”, si direbbe forse, con ancor più precisione.

Di taglia e struttura media – nel senso più ampio del termine – e lupoidi: dunque, sfoggiano orecchie a punta o quasi a paletta, coda a falce o un po’ incurvata sul dorso, muso lungo, fisico agile e asciutto, piedi piccoli e pure variamente speronati in tanti casi.

Vietnam – Soggetto tipico

I colori sono vari, ma i più comuni sono il fulvo(primo tra tutti, carbonato o meno), l’agouti “selvatico”, il nero (anche focato), il pezzato: insomma, quasi come il loro cugino più famoso, il Dingo australiano.

Lunghezza e tessitura del pelo le decide il clima:cortissimo dove c’è caldo umido, più fitto, lungo o ispido dove fa più freddo. Ciò che resta, lo determinano le varianti individuali, i meticciamenti, una parte di gusti umani e soprattutto gli effetti della domesticazione: non sono poi rari infatti, qualche orecchio pendulo, qualche coda mozza, come anche musi e zampe corti e deformi.

I prototipi canini più tipici di questo genere si chiamano “Dingo indochina” in Vietnam e “Sinhala hound” in Sri Lanka: grazie all’isolamento insulare, i cani singalesi in particolare sono così omogenei da risultare una vera e propria razza naturale, anche agli occhi del profano.

Secondo interrogativo: come, dove e di cosa vivono i Cani pariah.

Come animali addomesticati ma autonomi (non diversamente dai nostri piccioni cittadini), non vivono mai lontano dagli insediamenti umani: che lo si accetti o no, della selvaggia foresta non se ne fanno quasi più nulla, a meno che… non ce li porti qualche cacciatore primitivo a due zampe (cosa comunque poco diffusa in quei luoghi, specie in Vietnam).

Il loro “habitat naturale” sono i dintorni dei mercati, ricchi di avanzi di ogni genere di cui cibarsi facilmente: il clima è caldissimo e spossante, le prede a misura di cane sono davvero poche, quindi, niente di meglio che evolvere in animali spazzini! Contrariamente alle opinioni comuni, questi cani sono talmente adattati a “cacciare rifiuti”, che ignorano polli, anatre e scimmie, con cui convivono pacificamente nei villaggi.

Questo stile di vita ha fatto sì che sentano meno necessità di riunirsi in branchi organizzati: non dovendo cacciare,ma nemmeno volendo rischiare di contendersi gli avanzi umani in ogni occasione (perdendo così preziose energie), per lo più li si vede vagabondare da soli, o al limite in coppia o in terzetti formati da famigliari o “amici” (non di rado dello stesso sesso).

Dormono agli angoli delle case o nei templi, a volte perfino in mezzo alla strada: in questo caso, ritornano sociali, e riposano insieme, guardandosi le spalle. Per il resto, le grandi “adunate” sono un evento occasionale, per quanto non da considerare del tutto escluso. Anche il “grooming” però è un importante momento sociale,essendo questi cani troppo spesso consumati dai parassiti.

Una cosa straordinaria di questi cani cittadini indipendenti, è il loro adattamento al traffico: è rarissimo infatti che si facciano investire da un motorino o da un’auto, camminando con cautela a bordo strada e guardandosi intorno attentamente prima di attraversare!

Terzo interrogativo:

se non sono poi tanto sociali, allora è vero che i Cani pariah (e dunque i cani domestici in generale) non riconoscono più le gerarchie?

Ed eccoci giunti all’argomento “scottante”, che ha reso i nostri Cani pariah una sorta di mito per chi propone una visione idilliaca della vita dei cani primitivi!

Che dire? Beh, personalmente credo che, come in molti campi, la presunta “verità” potrebbe trovarsi nel mezzo della questione. Insomma… dipende!

Se per gerarchie si intendono quelle mutuate esattamente dal branco di lupi, selvatici cacciatori, allora possiamo dire che i cani, questo problema sociale lo hanno decisamente semplificato, anche e soprattutto per le ragioni viste sopra.

Però, se si prendono in esame i classici rapporti di “dominanza e sottomissione” tra individui… eccome, se ci sono!

Anzi, proprio per via della loro natura primitiva e assai poco manipolata dall’uomo, il loro repertorio comunicativo sul tema è quanto mai completo, tra creste alzate e pance all’aria: solo, sbrigano tutte le questioni in assoluto silenzio, sapendo ritualizzare al massimo ed evitando inutili e faticose zuffe (tratto perduto in molti dei nostri cani, per lo più per ragioni di selezione e di gestione… umane). In definitiva, dove nessuna delle risorse dell’ambiente è data per garantita, è assolutamente importante capire al volo di chi è quel determinato osso, quel lato del sentiero o quell’angolo del giaciglio, e ciò con il minor rischio e la minor fatica possibili.

Quarto interrogativo:

che rapporti hanno con l’uomo i Cani pariah (e a cosa servono)?

Abbiamo detto fin dall’inizio che questi cani sono spazzini, che vivono prevalentemente nutrendosi dei rifiuti umani: questo è il primo, più primitivo rapporto tra uomo e cane, che sopravvive evidente nei villaggi e nelle città dell’Asia.

Inoltre, in questi luoghi è poco diffusa l’usanza di tenere cani da compagnia e utilità, anche se si sta sempre più diffondendo: per questa ragione, non venendo spinti ad interagire con noi bipedi fin dalla giovane età, i cani locali hanno un rapporto diffidente con l’uomo, o al limite amichevole, ma comunque piuttosto distaccato, nel caso vengano trattati con maggiore considerazione.

Sri Lanka – Soggetto tipico

D’altra parte, è tristemente nota la propensione di alcuni popoli asiatici (e tra i “nostri”, quello vietnamita) a considerare il cane come animale da carne, tradizione in realtà antichissima e ancora presente, per quanto in lieve calo.

L’unica utilità evidente – e per noi occidentali “classica” – per cui alcuni di questi Cani pariah vengono tenuti nelle case e nei negozi, è fare la guardia, spesso legati alla catena davanti alle porte. In effetti, le ragioni territoriali(messe in atto prevalentemente per proteggere il giaciglio e poco altro da intrusi a due e quattro zampe) sono forse le uniche che li spingono ad abbaiare a gran voce, fatto ritenuto comodo da parte dell’uomo fin dai tempi primitivi.

Un altro scopo di alcuni di questi cani è quello di cani da caccia, favorito da una parte da una certa selezione artificiale, e dall’altra da rudimentale addestramento, volto a risvegliare la pulsione venatoria, spesso sopita dalle abitudini spazzine di questi animali: questa dei cani da caccia asiatici – o più in generale, dei cacciatori primitivi –

…è però un’altra storia, che merita almeno una parte tutta sua, in una nuova “puntata” futura…

Mattia Ceruti

Nato a Monza il 6 gennaio 1997, il mondo animale (dalla zoologia all'etologia, fino alla zootecnia, e alla cinofilia in particolare) è la mia massima passione fin dai tempi del passeggino. In barba alla spasticità che affligge le mie gambe, cammino, cammino e ancora cammino. E quando sto fermo, scrivo, scrivo e ancora scrivo, meglio se a proposito di animali misteriosi e sconosciuti, cani ampiamente inclusi. Sempre che non ci sia qualche animale da osservare dal vivo, o libro interessante da leggere, o bel soggetto da fotografare o ritrarre! Non brillando certo per socievolezza e mondanità, il mio migliore amico è ovviamente il mio - ormai vecchio - cane Clint: bestiaccia indocile da sempre, è però anche grazie a lui che sono diventato il cinofilo che sono ora, e che posso “fregiarmi” del titolo di addestratore ENCI diplomato, e con una ambizione su tutte: aprire le porte della cinofilia pratica ad altri disabili oltre a me, ed educare le giovani generazioni (e non solo) a un rapporto sano e attivo con i nostri amici e ausiliari a quattro zampe.

Mattia Ceruti

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