Il Pastore Maremmano-Abruzzese non sarebbe… maremmano!
Intervista a Giampiero Tartaglia, grande appassionato e studioso della razza
È uno dei cani da protezione del bestiame più noti e apprezzati a livello mondiale, tornato prepotentemente in auge anche in Italia con il ritorno del lupo e vanto legittimo della nostra cinofilia nazionale. Ma secondo alcuni, e non da oggi, la definizione di “Maremmano-Abruzzese non sarebbe… maremmano! Questa affermazione solleva interrogativi e dibattiti sulla corretta classificazione della razza.
Per approfondire la questione abbiamo intervistato Giampiero Tartaglia: 46 anni, abruzzese “doc” (è originario dell’Aquila) e tesserato del Circolo del Pastore Maremmano Abruzzese (CPMA), non è un allevatore né un giudice ma un ricercatore indipendente molto scrupoloso che ha dedicato anni allo studio della razza.
Dogsportal: Allora Giampiero, “chi è” davvero questo grande guardiano e quali sono le sue origini storiche?
GT: «Parliamo di un cane antichissimo, forse tra i più antichi in assoluto tra quelli documentati con precisione. Le prime testimonianze scritte risalgono al I secolo a.C., con il naturalista Varrone, e al I secolo d.C., con l’autore latino Lucio Giunio Moderato Columella. Entrambi descrivono un cane bianco da guardia del bestiame, specificando persino dettagli anatomici che oggi considereremmo criteri da standard di razza. Per esempio, viene indicato addirittura quanto debba essere teso il labbro del cane: un livello di dettaglio sorprendente per l’epoca!».

D: E perché secondo te la definizione di “maremmano” non sarebbe corretta?
GT: «Partiamo da un presupposto: esiste un’unica razza italiana di cane bianco da guardiania, quella utilizzata per la custodia degli armenti. La confusione nasce dal voler eludere la storia delle transumanze, ovvero lo spostamento stagionale delle greggi. Un tempo, quando la pastorizia era molto più diffusa ed economicamente importante, le greggi abruzzesi e molisane non transumavano verso la Maremma, come molti credono, ma esclusivamente verso la Puglia, nel Tavoliere. Parliamo di numeri enormi: circa un milione e mezzo di capi di bestiame si spostavano annualmente lungo questo percorso. In minoranza nella Campagna Romana. Al contrario, la transumanza in Maremma, pur esistita ed importante, era ben più limitata: al massimo 500 mila capi, non tutti ovini, con logiche implicazioni sul numero di cani impiegati. E ovviamente, i cani che accompagnavano e scortavano il bestiame, erano in ogni caso originari delle aree appenniniche di provenienza, non di quelle di “arrivo” come la Maremma laziale o toscana (quest’ultima proprio non frequentata dagli armenti dei pastori abruzzesi) così come, pure, della Puglia».


D: Come mai, allora, è stata scelta la denominazione “Maremmano-Abruzzese”?
GT: «Il termine “Maremmano” è frutto di un fraintendimento storico, nato in ambiente cinofilo tra fine Ottocento e inizio Novecento. La Maremma era, come detto, un pascolo invernale, al pari della Campagna romana e del Tavoliere e non il luogo d’origine (nel senso di natìo) della razza. Il nome corretto è Pastore Abruzzese perché fa riferimento all’effettiva area di selezione e di provenienza della razza – come d’altronde si riconosce ai pastori ed alle altre bestie. Pensiamo a questo esempio: nessuno chiamerebbe “Pastore Pugliese” il cane che svernava con il gregge nel Tavoliere delle Puglie! Eppure, per la Maremma, dove arrivavano bestie da vari luoghi dell’Appennino centrale, neanche tutti toscani, questa logica notazione è stata ignorata, portando alla diffusione di un nome improprio. Le transumanze sono ormai patrimonio dell’UNESCO: è universalmente riconosciuto che le transumanze orizzontali, siano dette, non a caso, anche “inverse”, proprio perché erano le popolazioni di montagna a portare in inverno le greggi sul piano. Dunque tutto ciò che a questo tipo di transumanze appartiene, non può in nessun caso originare dalle pianure. L’analisi morfo-funzionale del cane, poi, ci restituisce indiscutibilmente un profilo “di” e “da” montagna: le sue caratteristiche non si sono certo sviluppate per un clima mediterraneo o semi-paludoso, mi pare evidente».
D: Tu studi da molti anni la storia della razza: hai trovato riferimenti che confermino la tua tesi?
GT: «Ci sono diverse fonti storiche che la dimostrano. Per esempio, nel 1839 il professor Oronzo Gabriele Costa, dell’Università di Napoli, nel suo testo di tassonomia animale Fauna del Regno di Napoli, definisce la razza “cane da pastore od Apruzzese”. E nel 1897, nel Trattato medico veterinario della Reale Scuola dell’Università di Napoli, si parla sempre di “pastore abruzzese”. Prima ancora, nel 1833, articoli pubblicati in Inghilterra e in Francia, rispettivamente su The Penny Magazine e su Magazine Pittoresque, citano il “cane lupo degli Abruzzi”. Inoltre, c’è anche un documento del XIX secolo conservato all’Università di Amsterdam che riporta un disegno con la dicitura “Cane delle Calabrie – all’epoca per intendere la Puglia) o dell’Abruzzo”. Ma questi sono solo alcuni tra le decine di documenti che oggi conosciamo: sulla consistenza del “Maremmano” non esiste nulla, né a livello documentale né linguistico. La cosa interessante che emerge da queste fonti è che il nome “Pastore Abruzzese” non viene utilizzato dagli abruzzesi stessi ma da studiosi non abruzzesi, confermando che non si tratta di auto denominazione ma di una realtà storica riconosciuta. Si consideri pure che l’Enci stesso riconosce una verità storica inoppugnabile, e cioè che solo l’Abruzzo possieda storicamente una denominazione geograficamente identitaria per la razza: “Cane da Pecora”».
D: Dal punto di vista della cinofilia ufficiale, ci sono novità per quanto riguarda la denominazione della razza?
GT: «Per quel che concerne l’ufficialità, il Circolo del Pastore Maremmano Abruzzese, cioè l’associazione di razza riconosciuta dall’Enci, ha affrontato la “questione” già nel 2017 in maniera scientifica e ineccepibile dal punto di vista procedurale. È stata nominata una commissione costituita dai maggiori esperti della razza in ambito nazionale (e preciso: nessun abruzzese presente ma, anzi, un toscano) che ha prodotto una relazione, frutto di ricerche nello specifico ambito, proposta ai soci i quali, democraticamente, l’hanno votata e approvata. Sulla base di questo è stata inoltrata all’Enci l’istanza per tornare al nome “Cane da Pastore Abruzzese”. Dunque, l’Associazione di razza e i suoi soci (soci Enci) si sono ufficialmente espressi alla quasi unanimità a favore di questa denominazione. L’attuale posizione di ritrosia da parte dell’Enci si fonda su motivazioni a mio avviso piuttosto imbarazzanti che, infatti, non smentiscono minimamente le conclusioni inattaccabili della Commissione (per la competenza ed il livello di chi ne ha fatto parte) ma afferiscono unicamente alla inveterata abitudine di denominare la razza in un certo modo anche in ambito internazionale: una “non motivazione” (praticamente, una scusa) che nasconde tanto l’imbarazzo di non possedere argomenti storico-scientifici a sostegno quanto quello di non seguire le indicazioni dell’Associazione alla quale l’Ente stesso, secondo il proprio statuto, conferisce il compito di gestire le razze favorendone, tra l’altro, la continua ricerca e lo studio. Ricordo, infine, che la Regione Abruzzo riconosce ufficialmente la razza come patrimonio culturale della regione, denominandola “Cane da Pastore Abruzzese”. Una legge regionale che, in quanto tale, viene dopo le leggi ordinarie e i decreti legge nella gerarchia delle fonti, e la decisione dell’Associazione Regionale Allevatori (ARA) di inserire la razza all’interno di quelle da essa tutelate, rappresentano un combinato disposto che offre interessanti prospettive per il futuro.»
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D: Ricordo che già diversi anni fa qualche esperto aveva proposto di cambiare il nome della razza in “Mastino Abruzzese”. Cosa ne pensi?
GT: «Il termine “mastino” è stato usato nel tempo per indicare i cani da guardia e difesa, senza riferirsi a una morfologia precisa. Lo troviamo già in autori classici come Dante, Poliziano e Boccaccio, fino ad arrivare al Novecento. In alcuni dialetti abruzzesi e molisani, il cane viene ancora oggi chiamato “mastino”, ma questo non significa che sia una razza separata. Alcuni hanno cercato di attribuire il termine “Mastino Abruzzese” ai soggetti più massicci e possenti, contrapponendoli ai cani più snelli chiamati “Pastore Abruzzese”. Ma questa distinzione non ha basi storiche né scientifiche, è solo una costruzione recente. Paolo Breber, uno dei massimi studiosi della razza, ipotizza che il nome “mastino” indicasse l’importanza del dimorfismo sessuale: i maschi del Pastore Abruzzese devono avere una testa più grossa, un petto più largo e una muscolatura più evidente rispetto alle femmine con peluria più fitta, e questo potrebbe essere una della ragioni a monte della scelta del termine “mastino” per il maschio».
D: A proposito di morfologia: quanto è variabile nella razza, ieri e oggi?
GT: «Il Pastore Abruzzese ha una grandissima variabilità genetica e morfologica. Fin dai primi documenti fotografici di fine Ottocento, infatti, vediamo esemplari molto diversi tra loro: alcuni più longilinei, con muso allungato, altri più massicci, con testa squadrata e petto più largo. Questa eterogeneità è sempre esistita ed è una delle caratteristiche della razza. L’idea che esistano due tipologie distinte, una più “molossoide” (Mastino Abruzzese) e una più “lupoide” (Pastore Abruzzese), è una costruzione moderna priva di basi storiche o scientifiche».
D: Sappiamo che stai scrivendo un libro sulla razza e sulla questione della giusta definizione: quando uscirà?
GT: Il mio libro raccoglie anni di ricerche e documentazione per fare chiarezza sulla vera storia del Pastore Abruzzese. Lo sto terminando e spero di pubblicarlo entro il 2025.
D: Un’ultima domanda: secondo te qualcuno si arrabbierà per questa intervista?
GT: «Sicuramente sì, ma va bene così. La verità storica non può essere cambiata solo per convenienza o “abitudine”».
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