Quattro quesiti dell’addestratore cinofilo al Veterinario Comportamentalista

Il V.C. è quel veterinario che, iscritto all’ordine, esercitando la professione da almeno tre anni, ha seguito un Master Universitario (con superamento di un esame finale), partecipando a corsi formativi di Medicina Comportamentale o a convegni sulla materia negli ultimi cinque anni.

Nei casi in cui gli Ordini ritengano sussistere un’acclarata competenza e professionalità clinica del richiedente, possono valutare almeno tre dei seguenti requisiti:

  1. Pubblicazioni inerenti alla materia su libri e riviste mediche dotate di comitato scientifico
  2. Partecipazione a convegni con l’incarico di responsabile scientifico o di relatore
  3. Attività didattiche in corsi universitari formazione e/o aggiornamento per medici veterinari

Fonte ufficiale www.fnovi  (federazione nazionale ordine veterinari italiani)

Le osservazioni che seguono spero trovino risposta negli addetti ai lavori, così che attraverso il rapporto dialettico, vi sia, in ogni ambito della cinofilia, una crescita culturale che porti a quello che preme a tutti noi: il benessere del cane (ma anche del proprietario). 

Devo dire che ho fatto fatica a collaborare con la figura del V.C. perché le esperienze personali non sono state buone.

In passato ho avuto modo di seguire dei cani con loro e ho visto professionisti che avevano paura dell’animale, scegliendo quindi di tenersi a debita distanza.

Nel dialogo hanno sempre dimostrato una buona conoscenza del linguaggio del cane ma nei fatti non sapevano leggerlo.

Ho seguito cani sotto farmaco senza delle analisi preventive volte a evidenziare livelli carenti o eccessivi di questo o quell’altro neurotrasmettitore.

Ho sentito giustificare l’uso del farmaco inteso come apertura di un canale di comunicazione con il cane, mentre sconsigliavano l’approccio addestrativo, come lavoro parallelo, pensando che questo fosse in contrasto con il lavoro di riabilitazione.

L’unica terapia parallela che ho visto proporre è la Regressione Sociale Guidata considerata la panacea di tutti i mali.  (Mi è anche capitato un cane a cui era stato prescritto un tappetino su cui stare per esercizi di autocontrollo o qualcosa del genere).

Non ho mai visto un piano di svezzamento dal farmaco.

Inoltre sono arrivati al campo diversi cani con la stessa “cartella clinica”, la cui unica differenza era la parte anagrafica.

A onor del vero devo dire che è probabile che non siano piaciuti nemmeno alcuni miei interventi, culminati, sfortunatamente, in un conflitto con il cane.

Quindi le esperienze pregresse mi hanno sempre fatto guardare con sospetto queste figure.

Il pregiudizio ha fatto il resto.

Ma far di tutta l’erba un fascio non è corretto. Inoltre ho conosciuto un collega addestratore, Calogero Piscopo, che è anche V.C. ed il dialogo con lui non è stato solo possibile ma fruttuoso. Il lavoro sportivo poi fatto insieme non ha fatto che confermare che la collaborazione è la pietra angolare della crescita.

Dicevo, nella speranza del dialogo, ma anche col desiderio di creare collaborazioni tra professionisti volte al benessere del cane e non del mercato, pongo alcuni quesiti a cui spero gli addetti ai lavori vogliano, bontà loro, rispondere:

  • Punto di vista scientifico: è una cosa molto positiva che il mondo accademico si preoccupi del comportamento del cane, utilizzando gli strumenti metodologici e scientifici che fanno del comportamento un’oggetto di studio sperimentabile e replicabile, con delle leggi quindi, che possono essere studiate, comprese e applicabili per la risoluzione di problemi legati al comportamento. In realtà a tutto questo aveva già pensato l’etologia occupandosi, cosa molto particolare in quanto animale domestico, del cane. Qual è quindi, in questo scenario, il ruolo del V.C. che non è né etologo né addestratore?
  • Punto di vista epistemologico: spesso quando il V.C. prescrive il farmaco, lo fa andando a lavorare sul sintomo e non sulla causa. Quest’affermazione può sembrare paradossale in quanto, considerando che il comportamento ha origini comunque chimiche, sembrerebbe che il V.C. faccia proprio il contrario: ossia lavori sulle cause e non sul sintomo. Ma nel momento in cui, l’intervento chimico del V.C. non è preceduto da esami specifici, il suo intervento si limita a inibire il comportamento, non a cambiarlo. Mi spiego: quando in casi di aggressività si interviene modificando il livello di serotonina, senza aver fatto prima gli esami del caso, si sta intervenendo sul sintomo. Infatti, nel momento in cui non si va ad analizzare ed individuare il motivo dell’attacco (scoprendo le cause si può pensare ad una terapia comportamentale di intervento che risolva il problema e non solo lo gestisca), ma semplicemente si danno farmaci, non si risolve il problema e il fatto che il comportamento non si manifesti non vuol dire che non sia presente. La domanda è: che significato ha un intervento del genere?
  • Punto di vista comportamentale: Se un cane morde il proprietario perché questi gli tira le guanciotte per coccolarlo, seduto vicino a lui sul divano, anche mio figlio di tre anni sa che non è il neurotrasmettitore ad essere anormale. Perché quindi viene sconsigliato il percorso addestrativo che porta in atto quelle che sono le potenzialità del cane, facendo in modo che l’allievo non debba avere traumi quando si confronta con il principio di realtà?
  • Punto di vista bioetico: la questione diventa ancora più complessa perché riguarda il punto di vista sulla vita. Si tratta di rendere ragione dell’intricata rete di relazioni, interne ed esterne, emblematiche nel passaggio dal paradigma di semplicità a quello di complessità. Detto in parole semplici, ci si chiede (già dai tempi di Aristotele) se il Tutto è semplicemente la Somma delle Parti o invece se il tutto è maggiore della somma delle parti. È un po’ il problema di Frankenstein per intenderci. Laddove si pensi che il tutto sia semplicemente l’insieme delle parti, diventa lecito intervenire chimicamente su alcuni aspetti che compongono il tutto, pensando in questo modo di risistemare il macchinario. Se si pensa invece che il tutto sia la somma delle parti con qualcosa in più che lo fa essere Tutto, allora l’intervento chimico perde di significato. Non dimenticandoci inoltre che stiamo parlando del comportamento del cane, la cui mente, per quanto perfetta per quanto riguarda l’aspetto evolutivo della specie, non è uguale alla mente dell’essere umano, davvero pensate di risolvere un problema del comportamento intervenendo chimicamente su un singolo aspetto del tutto?
Davide Cardia

Davide Cardia

addestratore ENCI Sezione 1° Dog Trainer Professional riconosciuto FCC Direttore Tecnico del centro cinofilo Gruppo Cinofilo Debù Docente in diversi stage con argomenti legati alla cinofilia e alla sua diffusione Docente corsi di formazione ENCI per addestratori sezione 1 Ospite in radio e trasmissioni televisive regionali Preparatore/Conduttore IPO e Mondioring Autore del libro “Addestramento con il premio” edizioni De Vecchi Curatore del libro “Io e il mio Bullgod” edizioni De Vecchi

2 pensieri riguardo “Quattro quesiti dell’addestratore cinofilo al Veterinario Comportamentalista

  • 18 Dicembre 2018 in 7:25
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    Belle questioni, importanti. E bello anche il modo di porle, perché se non c’è il confronto – magari duro, ma onesto – non c’è dialettica, e senza questa non si esce dalla propria parrocchietta.
    La vedrei bene come discussione in un forum… qualcuno ha già risposto?

    Risposta

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