Riduzione IVA su cibo e cure per gli animali: ogni anno la stessa promessa, ogni anno lo stesso nulla
Ogni anno, puntuale come le elezioni, torna il tema della riduzione dell’IVA su alimenti e cure veterinarie per gli animali domestici. Torna nei programmi, torna nelle promesse. Su Dogsportal ne abbiamo parlato spesso, e la nostra posizione è chiara: siamo favorevoli. Considerare il cibo per il tuo cane o le spese veterinarie alla stregua di un bene di lusso è in contraddizione diretta con qualunque seria politica di benessere animale. Se chiediamo a chi vive con un animale di nutrirlo bene e curarlo bene, non possiamo poi tassarlo al 22%. Non ha senso.
Qualche numero per inquadrare di cosa stiamo parlando. Uno studio recente commissionato da LAV e realizzato da REF Ricerche stima che allineare l’IVA sul cibo per animali a quella degli alimenti umani (4%) e azzerare l’IVA sulle prestazioni veterinarie costerebbe circa 577 milioni di euro, interamente compensabili tagliando una quota dei Sussidi Ambientalmente Dannosi. Una misura fiscalmente neutra, dunque, almeno sulla carta. Il 23% delle famiglie rinuncia ad accogliere un animale per timore dei costi, e il 10% ha dovuto separarsene per ragioni economiche. Sono dati Eurispes, non impressioni. E nel frattempo la pet economy vale circa 7 miliardi di euro l’anno e sostiene quasi 96.000 posti di lavoro. Un settore enorme, tassato come se fosse un capriccio.
Eppure c’è un “però” che non sento abbastanza in questa conversazione, e che mi sembra invece importantissimo.
Ogni volta che si discute di questa riduzione, sembra che sia la panacea di tutti i mali. Si conta quante volte è stata promessa (molte), si verifica quante volte è stata mantenuta (pochissime), e ci si ferma lì, come se il problema fosse solo la mancata volontà politica. Ma il problema è anche un altro, ed è più sottile: in Italia, quando arriva un beneficio fiscale, spesso arriva accompagnato da un aumento silenzioso dei prezzi. Abbassare l’IVA non serve a nulla se produttori e distributori si adeguano verso l’alto, compensando il vantaggio concesso. Il consumatore finale non vede un euro di risparmio, il mercato si ribilancia, e tutto rimane come prima, salvo qualche titolo di giornale soddisfatto.
Non è un’ipotesi campata in aria: è un meccanismo che abbiamo visto funzionare in altri settori, e non c’è ragione per cui il pet food o la veterinaria sarebbero diversi. Soprattutto se consideriamo che il costo dei farmaci veterinari è già strutturalmente più alto di quelli umani, per ragioni che abbiamo approfondito su queste pagine, e che non dipendono certo dall’aliquota IVA.
Quindi prima ancora di chiedere la riduzione, bisognerebbe chiedere che venga fatta nel modo giusto: con meccanismi di monitoraggio reali, con obblighi di traslazione del beneficio al consumatore, con sanzioni per chi specula. Altrimenti è una battaglia simbolica. Giusta nella forma, inutile nella sostanza. Lo studio LAV e REF Ricerche indica una strada percorribile sul piano della copertura finanziaria. Ma la copertura finanziaria è solo metà del problema.
Questo ragionamento si inserisce in un quadro più ampio e, francamente, sconfortante. Ne abbiamo parlato quando ci siamo interrogati sulla sanità veterinaria pubblica e sull’illusione di un sistema che non riusciamo a costruire: la realtà è che lo Stato non ha né la volontà né le risorse per farsi carico seriamente della salute degli animali domestici, e non è un caso isolato. È un sintomo di qualcosa di più profondo, che riguarda il modo in cui l’Italia tratta la questione animale a livello legislativo. Come abbiamo già documentato analizzando i diritti animali tra ipocrisia legislativa e illusioni, il problema non è mai la mancanza di dichiarazioni di principio, ma la distanza abissale tra quello che si proclama e quello che si fa davvero. Se ne parla da sempre. Non cambia mai nulla di sostanziale.
Per chi, a questo punto, insorge con il classico “ma chi vi ha detto di prendere un animale”, la risposta è nei dati. Vivere con un cane può ridurre del 15% il ricorso alle visite mediche negli anziani, con un risparmio stimato per il Servizio Sanitario Nazionale di circa 4 miliardi di euro l’anno. Cani e gatti non sono un capriccio individuale: sono una questione sociale, con ricadute documentate sul benessere psicologico delle persone, sulla coesione delle comunità, sulla salute pubblica nell’ottica One Health. Trattarla con superficialità o con il benaltrismo da quattro soldi non è una posizione, è solo rumore.
Sosteniamo la riduzione dell’IVA su alimenti e cure veterinarie. Ma sosteniamo anche che una misura mal progettata sia peggio di nessuna misura, perché alimenta aspettative, genera consenso elettorale, e poi delude chi sperava davvero in un cambiamento. La battaglia è giusta. Va combattuta meglio.
In fondo, però, c’è una consapevolezza amara che vale la pena nominare: in un momento storico in cui si discute di accise, di bilanci di guerra, di priorità dettate dall’emergenza, la riduzione dell’IVA sugli animali domestici è un obiettivo lontanissimo dall’agenda reale. Non impossibile, ma lontano. E forse è anche per questo che torna ogni volta sotto elezioni: costa poco prometterla, e ancora meno mantenerla.
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