Il segugio ha nel cuore un guinzaglio invisibile, da “segugi e segugisti”

Ci sono libri che si illuminano tardi, che riescono solo tardi, magari a qualche decennio dalla loro pubblicazione, a far percepire tutta la loro profondità, la loro luce.

È il caso di ‘Segugi e segugisti’, di Giovanni Perrucci.

segugi e segugisti

Nel 1988 la prima edizione.

L’ho letto considerandolo un pregevole libro tecnico, ricco di spunti analitici e anche ben scritto, nulla di più.

Sbagliavo. Ripercorrendolo, si è illuminato.

Ecco perché. 

In principio fu il bracco: il bracchetto, per meglio dire, il briquet: un cane “delle campagne, per metà rurale e per metà cacciatore, in grado di trasformare il proprio comportamento nelle maniere più funzionali all’azione del momento.

All’occorrenza tendeva agguati, assaliva, inseguiva, attendeva la preda al varco, puntava, restava muto o dava voce con volubilità”.

Da questo cane generico nascono poi individui che fermano e individui che perseguitano: ecco il segugio.

Cane povero, austero, amato solo dai contadini:

il rifiuto del segugio, in Italia, va inquadrato proprio nel modello di comportamento tipico della borghesia ottocentesca, che accettò il cane da ferma, nazionale e estero, sì, ma non il segugio, considerato rustico, cane di campagna.

La sua caccia, ricca di fatiche e di organizzazioni gravose, non appariva congrua: si può sostenere il peso di una muta per un cervo, non per una piccola lepre: e dunque, il segugio e la sua specializzazione rimangono “divertimento prettamente umile”, come scrive il Faelli.

A questo punto il libro si snoda nella sua parte più tecnica, cara infinitamente a chi usa il segugio in lavoro, noiosa, forse, per altri: descrive le quattro fasi, il comportamento in caccia su selvatici diversi, scolpisce il segugio funzionale – snello, veloce, brillante, leggero, non monumentale né lento o troppo metodico come i colleghi francesi.

segugi e segugisti
segugi e segugisti

E poi, affronta un argomento chiave: il collegamento.

In fase di cerca, il segugio, scrive Perrucci, deve rimanere collegato, ovvero allontanarsi sì, cercando la braccata, ma “intuire che, se vuole andare a caccia per suo conto, con una irrazionale avidità, deve anche cercarsi un nuovo posto”, e un nuovo padrone.

Si muove dunque iniziando la cerca al suo tipico ‘galoppo frenato’, leggero, attento, circospetto – un magico bilanciare il suo allontanarsi e il suo rimanere collegato al conduttore.

“Il buon segugio, in fase di ricerca, non dovrebbe mai perdere il collegamento con chi lo guida: questo deve essere un imperativo costantemente presente nella sua attività. “

Se il cane si allontana troppo, non si cura del conduttore, non rientra, spaesa, evidentemente non ha nel suo bagaglio genetico l’attitudine giusta al collegamento:

“meglio selezionare, dunque, su ceppi di cani che alle altre qualità uniscano anche l’attitudine (sempre genetica) ad aspettare il cenno del padrone per la scelta della direzione di cerca, a cercare di lui quando lo si è perso di vista, a rintracciarlo prontamente anche a naso, da lontano, o cercando di tenerlo sott’occhio quando è possibile. Il segugio è e deve rimanere un cane domestico, che non va a caccia per conto suo, appena liberato dal guinzaglio”.

Perché il segugio ha nel cuore un guinzaglio invisibile

L’amore per il suo conduttore.

Esiste una grandezza, definibile ‘raggio di percezione della presenza del conduttore’, che può meravigliarvi. I

Il vostro segugio, anche al di là di due colline, sa che state aspettandolo, che state cacciando con lui – e sa se ve ne andate.

Ovviamente, la lealtà deve essere duplice.

segugi e segugisti

Un fallo in seguita per essere riallacciato può comportare mezz’ora.

Una seguita vivace può tranquillamente superare l’ora, o le due ore.

Il conduttore non può, ma deve aspettare il suo cane, cercando di avvicinarsi il più possibile al luogo dell’azione: ma, se se ne va, il segugio lo percepisce.

E non perché viene chiamato, anzi.

Ci sono dei momenti di concentrazione del segugio in cui ogni richiamo, anche l’alzare la mano nel momento inopportuno, diventa deleterio: il cane alza la testa, perde la traccia, e tutto va in rovina.

Infatti, scrive Perrucci,

“non solo è bene che il conduttore stia il più possibile lontano dai cani, se validi, ovvio, ma anzi non si deve abituare mai il segugio a essere chiamato in continuazione, imbeccato, guidato, aizzato. Sono cose che si debbono fare solo occasionalmente ed eccezionalmente in falli difficilissimi”: preferibile, “un silenzio di tomba”.

Eppure, se ve ne andate, o anche solo vi allontanate, il segugio lo sa.

Deve rientrare.

Deve essere lui a tornare da voi, e perché?

Perché è collegato profondamente.

Siete il suo centro, la sua base, il suo senso.

Vuol tornare.

segugi che scagnano

“Quando avevo Reno e Musichino, potevo stare con l’orologio alla mano per il loro pronto rientro dalla seguita. Erano cani che, non appena la lepre si allontanava di troppo, rientravano con una frenesia che denotava quasi il terrore di perdere il conduttore”.

Questo è Gildo Fioravanti, uno dei padri fondatori del segugismo.

E quello da lui descritto non è un miracolo, ma il guinzaglio invisibile e infrangibile che collega, nel profondo, segugio e conduttore, l’infinito inseguimento e il sicuro rientro, sempre.         

Susanna Pietrosanti

Susanna Pietrosanti , dottore di ricerca in storia della caccia in Toscana, é autrice di vari saggi sulla caccia in Italia e in Europa. Ha collaborato con la rivista ufficiale della SIPS, Società Italiana Pro Segugio. Ama i segugi e divide il bosco e la vita con loro da sempre.

Susanna Pietrosanti
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