Non è maltrattamento: a Padola lo sleddog ci racconta cos’è davvero
Sleddog su neve in Italia: a Padola l’unica gara di un inverno difficile
A Padola di Comelico si è disputata l’unica gara di sleddog su neve in Italia dell’inverno 2025/2026. Un evento che racconta una disciplina seria, regolamentata e centrata sul benessere animale — lontana anni luce dalle accuse di maltrattamento che negli ultimi mesi hanno alimentato polemiche infondate.
Nelle Dolomiti bellunesi, a oltre 1.200 metri di quota, il 21 e 22 febbraio 2026 si è disputata l’unica gara di sleddog su neve in Italia dell’intera stagione invernale. La location è Padola di Comelico; il protagonista, ancora una volta, è uno sport che in Italia resta di nicchia ma che nel mondo conta milioni di praticanti e decenni di storia sportiva codificata.
A organizzare la manifestazione è stato il CIS — Club Italiano Sleddog — insieme al Lucky Sleddog Club South Tyrol e al MUST (Musher Union Sudtirol Trentino), con il patrocinio della FIDASC, federazione affiliata al CONI. Ne parliamo con Maurizio Benotti – Club Italiano Sleddog,
Una sola gara in tutta italia: il clima che preoccupa
La scarsità di neve che ha caratterizzato l’inverno 2025/2026 ha ridotto a un unico appuntamento la stagione italiana dello sleddog su neve. Una situazione che Benotti sintetizza senza eufemismi:
«La gara di Padola è stata, purtroppo, l’unica occasione per vedere lo sleddog su neve in Italia durante l’inverno 2025/2026. La speranza è che, nonostante i cambiamenti climatici ormai evidenti, si possa continuare a praticare questo splendido sport tra le montagne italiane anche in futuro.»
Una preoccupazione reale, condivisa da tutta la comunità degli appassionati. Lo sleddog su neve dipende dalla montagna, e la montagna sta cambiando.














Immagini di Sabrina Garofoli SixLegs
Categorie e distanze: tutto calibrato sui cani
La gara si è articolata su cinque categorie con percorsi differenziati: dai 23 km della MD (15+8 di loop) fino ai 5 km della categoria Happy Dog e 2 dogs. Una struttura che non è casuale: ogni distanza è commisurata alla composizione del team e all’esperienza dell’atleta, con l’obiettivo primario di tutelare la condizione fisica dei cani in gara.
Il monitoraggio sanitario è parte integrante del regolamento:
«Al centro di tutto c’è stato il benessere degli atleti a quattro zampe: un team di veterinari ha monitorato i cani prima della partenza e all’arrivo, garantendo i massimi standard di salute.»
Non è un dettaglio marginale. È la struttura portante di ogni gara di sleddog agonistico: controllo veterinario obbligatorio in entrata e in uscita, protocolli standardizzati, stop immediato in caso di anomalie. Chi ha visitato una gara di sleddog dal vivo sa che il benessere del cane non è uno slogan: è l’unica ragione per cui la competizione funziona.
Chi è davvero il musher
Una delle incomprensioni più diffuse sullo sleddog riguarda il ruolo del conduttore — il musher. L’immagine stereotipata lo vuole immobile sulla slitta, trainato passivamente dai cani. La realtà è completamente diversa:
«Il conduttore, il Musher, non è un semplice “peso” sulla slitta. È un membro attivo del team che scende e corre insieme ai cani nelle salite e nei tratti più impegnativi: un vero lavoro di squadra per raggiungere il traguardo.»
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Il musher gestisce la slitta, legge il terreno, comunica con i cani esclusivamente attraverso la voce. Non esistono strumenti coercitivi: la guida è vocale, il rapporto è fiduciario. Chi ha lavorato sul campo con questi team — come il veterinario Sergio Maffi, che da anni è Chief Vet in importanti competizioni internazionali di sleddog — lo conferma con dati e osservazioni cliniche: i cani da sleddog moderno sono atleti volontari, selezionati per la corsa, che esprimono il loro benessere proprio nell’attività fisica.
Uno sport che cresce, e che coinvolge le famiglie
Tra i partecipanti di questa edizione spicca un dato significativo: la famiglia Diehl era presente con quattro componenti. Lucia, 15 anni, ha gareggiato insieme alla sorella Sara (18), al padre Christof e alla madre Angelika. Come sottolinea Benotti:
«Questo sport sta vedendo una partecipazione femminile sempre più numerosa e appassionata, diventando spesso un’esperienza che coinvolge l’intero nucleo familiare.»
È un segnale importante. Gli sport che crescono per trasmissione familiare sono quelli in cui i valori condivisi — rispetto per l’animale, fatica fisica, lavoro di squadra — vengono percepiti come autentici da chi li vive dall’interno.
Il punto di vista di Dogsportal: uno sport da difendere con i fatti
Negli ultimi mesi, alcune voci del mondo animalista hanno associato lo sleddog al maltrattamento animale. È una posizione che non regge all’analisi: confonde pratiche storiche pre-agonistiche — peraltro già documentate e superate — con lo sleddog moderno, che è una disciplina regolamentata da federazioni nazionali e internazionali, con protocolli veterinari, codici etici e sistemi di controllo che nessuno sport con cani ha sviluppato con altrettanta precisione.
Questo non significa che non si debba intervenire quando ci sono abusi: deve succedere, sempre, in qualsiasi contesto sportivo o non sportivo in cui il benessere animale venga meno. Ma generalizzare — applicare a un’intera disciplina e a una comunità di appassionati responsabili l’etichetta del maltrattamento — è disinformazione. E la disinformazione non aiuta i cani: li danneggia, perché distoglie l’attenzione da dove il problema esiste davvero.
Lo sleddog moderno, come raccontato in dettaglio nell’intervista a Sergio Maffi pubblicata su Dogsportal (Lo sleddog moderno: origini, evoluzione ed etica), è figlio di una trasformazione profonda. Medicina sportiva veterinaria, ricerca scientifica, controlli antidoping, standard internazionali: è un ecosistema che ha costruito la propria credibilità pezzo per pezzo, e che merita di essere valutato per quello che è — non per quello che qualcuno, senza conoscerlo, decide che sia.
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