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Caso Bruno: il cane da soccorso non fu avvelenato. Indagato l’istruttore

L’autopsia smentisce l’orrore dei bocconi chiodati e apre uno scenario ancora più inquietante: il Bloodhound sarebbe morto per un colpo di calore dopo ore senza acqua né cibo. La Procura di Taranto indaga l’addestratore.

Lo scorso luglio, la storia di Bruno, il Bloodhound “eroe” che aveva salvato diverse vite umane, aveva commosso e indignato l’Italia intera. La notizia della sua morte atroce, causata – secondo quanto riferito all’epoca – da un wurstel imbottito di chiodi, aveva sollevato un’ondata di sdegno trasversale, arrivando a coinvolgere le più alte cariche dello Stato, tra cui la Premier Giorgia Meloni e il Presidente del Senato Ignazio La Russa.

Oggi, però, quella narrazione sembra sgretolarsi di fronte alle indagini della Procura di Taranto, che delineano uno scenario, se possibile, ancora più tragico.

L’accusa: simulazione di reato

Come riportato dal Fatto Quotidiano e anticipato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, l’istruttore del cane, è ora formalmente indagato per simulazione di reato. Il Pubblico Ministero Raffaele Casto ha disposto perquisizioni presso l’abitazione dell’uomo e il centro di addestramento di Talsano (TA), dove il cane fu ritrovato morto il 4 luglio scorso, con il sequestro di computer, cellulari e documenti.

Secondo l’accusa, la scena del crimine – i famigerati bocconi chiodati – sarebbe stata una messinscena per coprire le reali cause del decesso dell’animale.

L’autopsia: “Nessun chiodo, stomaco vuoto da ore”

A ribaltare la verità è la relazione del veterinario e professore universitario Orlando Paciello, incaricato dell’esame autoptico. I risultati sono impietosi e smentiscono categoricamente l’avvelenamento o le lesioni interne da corpi estranei.

Nello stomaco di Bruno non sono stati trovati chiodi né tracce di wurstel. Al contrario, la relazione evidenzia uno stato di grave incuria:

«Lo stomaco e l’intestino del cane erano in tutto vuoti: quel cane non aveva mangiato alcunché da non meno di venti ore ma è possibile che non mangiasse anche da trentasei».

Secondo le indagini, l’ultima volta che le ciotole di Bruno erano state riempite risalirebbe al 2 luglio, due giorni prima del ritrovamento del corpo. In quelle giornate, la Puglia era stretta nella morsa di temperature torride. La causa della morte, dunque, non sarebbe la crudeltà di un ignoto avvelenatore, ma un probabile colpo di calore unito a disidratazione e digiuno.

I dubbi sul ritrovamento e il seppellimento

A pesare sulla posizione dell’istruttore ci sono anche le modalità di gestione dell’evento. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, nessuno avrebbe visto le polpette avvelenate prima dell’arrivo di Caressa, che avrebbe dichiarato di averle trovate vicino alla testa dell’animale.

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Inoltre, la Procura contesta l’irregolarità del seppellimento di Bruno, avvenuto in fretta e furia senza contattare né l’ASL né le forze dell’ordine, una procedura che il PM definisce come una probabile “attività di inquinamento probatorio”.

Una doppia tragedia

Se le accuse dovessero essere confermate in sede di giudizio, ci troveremmo di fronte a una doppia tragedia. Da un lato la morte evitabile di un cane che aveva dedicato la sua esistenza al servizio dell’uomo; dall’altro il tradimento del patto di fiducia che dovrebbe legare ogni conduttore al proprio animale.

La replica di Caressa

A seguito dell’avviso di garanzia l’istruttore accusato risponde pubblicamente così con una diretta social dove spiega la sua versione.

Dogsportal.it, che a luglio aveva riportato la notizia basandosi sulle informazioni disponibili all’epoca unendosi al cordoglio nazionale, continuerà a seguire la vicenda giudiziaria per dovere di cronaca e di verità nei confronti di Bruno.


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