Christian Furia: educatore cinofiloEducazione cinofila

Razze ineducabili non esistono, esistono approcci che ignorano l’individuo

Christian Furia, educatore cinofilo a Castelfranco Emilia e partner editoriale di Dogsportal, spiega perché la parola “metodo” è un concetto superato e cosa cambia quando si passa dai comandi alla relazione

La domanda arriva quasi sempre nella stessa forma: esistono razze impossibili da educare?

È una domanda che nasconde una scorciatoia, perché sposta la responsabilità dell’insuccesso sul cane e chiude il discorso prima di aprirlo. Per Christian Furia, educatore cinofilo attivo nel modenese e partner editoriale di Dogsportal, il punto di partenza è un altro: se il cane è un individuo, allora il problema non è quasi mai la sua educabilità, ma la qualità della comunicazione che gli arriva.

Perché parlare di approccio e non di metodo

Furia usa consapevolmente la parola approccio e rifiuta quella di metodo. La distinzione non è terminologica. “Metodo” evoca un protocollo rigido, fisso, standardizzato, qualcosa che si applica allo stesso modo a soggetti diversi. Un protocollo di questo tipo rischia di annullare l’individualità del cane, che resta un soggetto a sé, con caratteristiche che non si possono ignorare.

Parlare di approccio significa invece guardare al cane come a un individuo dotato di pensieri, emozioni e capacità di elaborare informazioni, non come a un automa che esegue comandi a comando. Il metodo standardizzato, sostiene Furia, spinge nella direzione opposta: cerca l’obbedienza cieca al posto della comprensione, si concentra sul comportamento visibile e trascura la causa che lo genera. Il cane abbaia diventa il problema da spegnere, mentre il cane abbaia perché ha paura resta fuori dal campo di osservazione.

Cosa vuol dire davvero trattare il cane come individuo

Guardare all’individuo significa mettere sul tavolo più informazioni contemporaneamente: lo stato emotivo del momento, le esperienze passate, la vita che quel cane sta conducendo ogni giorno, la genetica e la razza. Un border collie ha bisogni, motivazioni e risposte agli stimoli completamente diverse da un levriero o da un rottweiler, e questo non è un dettaglio da aggiungere a fine percorso.

Qui sta il ribaltamento più interessante della posizione di Furia. La razza non viene negata, viene usata in modo diverso. Non è una sentenza sull’educabilità, è una chiave di lettura dei bisogni. Il superamento dello stereotipo di razza non consiste nel far finta che tutti i cani siano uguali, ma nel non trasformare una predisposizione in un destino. Allo stesso modo il vissuto profondo influisce sul modo di apprendere, e gli stati emotivi (paura, ansia, eccitazione o facile eccitabilità) cambiano radicalmente il modo in cui gli stimoli vengono recepiti. Lo stesso esercizio, proposto allo stesso cane in due giornate diverse, non produce lo stesso risultato.

L’approccio comincia molto prima del contatto

Uno degli aspetti che Furia sottolinea con più forza riguarda il momento in cui l’interazione inizia davvero. L’approccio non si limita al contatto fisico, comincia quando siamo ancora a distanza, perché il cane osserva costantemente la nostra postura e i nostri movimenti. Per approccio, quindi, intende l’insieme delle modalità comunicative, fisiche e relazionali utilizzate per interagire con il cane in modo corretto, sicuro e rispettoso della sua specie.

È una definizione che ha conseguenze pratiche immediate, perché sposta l’attenzione dall’esercizio alla persona che lo propone. Prima ancora di chiedere qualcosa, stiamo già comunicando qualcosa.

Sentire e ascoltare non sono la stessa cosa

La frase su cui Furia insiste di più è anche la più semplice: sentire è un processo biologico, ascoltare è un processo cognitivo. Chi si limita a sentire registra il segnale, chi ascolta cerca di capire da dove arriva. Sentire il cane che abbaia e ascoltare perché abbaia sono due posizioni completamente diverse, e producono percorsi diversi.

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Chi vive insieme a un cane e si ferma al primo livello perde le informazioni che servono per intervenire: perde la causa, perde il contesto, perde la possibilità di prevenire. Resta solo la gestione del sintomo, che funziona finché la situazione non cambia. Se il cane è un individuo con una propria personalità, la comunicazione non può essere a senso unico.

Le nostre aspettative, i loro bisogni

Sul rapporto quotidiano Furia è diretto: proiettiamo spesso sul cane aspettative umane e finiamo per non accettarlo per quello che è, ignorando i suoi bisogni. A questo si aggiunge il tema dei tempi, che non sono i nostri. L’apprendimento ha ritmi propri, e comprimerli non li accelera.

Da qui due domande che l’educatore suggerisce di porsi prima di attribuire al cane la responsabilità di un mancato risultato: quello che sto chiedendo è chiaro? È davvero possibile che sia sempre lui a non capire? Sono domande scomode perché rimettono in discussione chi le pone, ma sono spesso il passaggio che sblocca una situazione ferma da mesi.

I due errori che nascono da uno schema rigido

Quando un impianto meccanico non funziona, secondo Furia si aprono due strade sbagliate, ed entrambe sono comuni. La prima è l’inasprimento della richiesta, cioè l’aumento della pressione psicologica o fisica sul cane, nella convinzione che il problema sia una quantità insufficiente di insistenza. La seconda è la resa, con la dichiarazione che quel cane è ineducabile solo perché non si adatta a uno schema fisso.

Nessuna delle due mette in dubbio lo strumento. Entrambe mettono in dubbio il cane. Ed è esattamente il punto da cui era partita la domanda iniziale sulle razze impossibili da educare: non esiste un metodo perfetto per ogni cane, ed è per questo che educare significa prima di tutto comprendere. Il percorso non si costruisce su un elenco di comandi, ma su una relazione in cui entrambe le parti hanno qualcosa da dire e qualcuno disposto ad ascoltare.

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