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DDL 1572 “Savelist”: l’assurda idea che un pedigree garantisca l’equilibrio comportamentale del cane

In questi giorni, purtroppo, due gravissimi aggressioni hanno riacceso, oltre alle usuali guerre di religione e disagi vari, il dibattito sul DDL 1572 detto “Savelist”, teoricamente pensato per ridurre i rischi di attacchi da parte di diverse tipologie di cani considerate, dagli estensori, più pericolose di altre. 

Protagonisti delle aggressione in questione sono stati dei Rottweiler, come già in altre occasioni. E far finta che non sia accaduto e quindi non parlarne non fa un favore a una razza eccezionale sotto molti aspetti ma non certo di facile comprensione o gestione.

Senza entrare nel merito del tragico incidente, che abbiamo raccontato qui, cogliamo quindi l’occasione per tornare a occuparci in modo approfondito della  proposta di legge appena citata, che qui a Dogsportal.it consideriamo una “corazzata Potemkin” della cinofilia, partendo proprio dal Rott, in virtù di un lavoro di selezione specifico che lo ha riguardato direttamente e che offre spunti molti interessanti, come vedremo.

Uguali ma diversi

Immaginiamo quindi due Rottweiler. Stessa età, stesso sesso. Uno ha il pedigree, l’altro no. Se il Disegno di legge 1572, detto paradossalmente “Savelist”, diventasse legge nella sua formulazione attuale, tra i proprietari dei due cani ci sarebbe una differenza non da poco: quello del cane senza pedigree dovrebbe seguire un percorso formativo composto da almeno 10 ore di teoria e 6 di pratica e, al termine, superare con il proprio Rott il CAE-1, il cosiddetto “Test di Controllo dell’Affidabilità e dell’Equilibrio Psichico” dell’Enci. L’altro, avendo il pedigree, ne sarebbe esentato.

Ma non perché il suo cane abbia già superato una valutazione comportamentale o perché qualcuno ne abbia verificato l’equilibrio. Semplicemente perché è iscritto a un libro genealogico.

È uno degli aspetti più grotteschi del Disegno di legge 1572, derivato da una proposta del Consiglio regionale della Lombardia, con l’obiettivo dichiarato di “tutelare il benessere dei cani e la pubblica incolumità”. 

Il provvedimento individua una serie di razze e tipologie canine sottoposte a obblighi particolari, ma esclude dagli stessi obblighi i soggetti iscritti ai libri genealogici, cioè quelli con pedigree rilasciato dall’Ente Nazionale Cinofilia Italiana. Come nel caso dei nostri due Rott.

La domanda fondamentale è: esiste una ragione scientifica per considerare il pedigree una prova di equilibrio comportamentale e quindi giustificare questa vera e propria discriminazione tra due cani? 
La risposta è chiarissima: NO. Vediamo perché.

Il pedigree dice varie cose, ma non questa

Partiamo da un punto che dovrebbe essere abbastanza scontato: la genetica conta e una selezione ben condotta può ovviamente incidere anche sul comportamento. Sostenere il contrario significherebbe negare buona parte della storia stessa della domesticazione e poi della selezione del cane.

Popolazioni selezionate per centinaia di generazioni per svolgere lavori diversi e specifici mostrano predisposizioni differenti, perché anche alcuni aspetti del comportamento hanno notoriamente una componente ereditaria (vedi tra gli altri Miklósi, Coppinger R. e Coppinger L., Serpell). Quindi un Border Collie e un Mastino Napoletano, per esempio, avranno reazioni diverse di fronte al medesimo stimolo proprio per la genetica di selezione che costruisce la cosiddetta “memoria di razza”, semplificando il concetto. 

Ma il punto è un altro: il pedigree certifica una genealogia e può riportare alcune informazioni importanti sulla salute degli ascendenti, quando siano stati sottoposti a controlli sanitari ufficialmente registrati, oltre a fornire indicazioni sulla selezione, sui risultati sportivi e in expo, da cui possono derivare determinate predisposizioni del cane.

Ma non certifica in alcun modo il carattere. Non può farlo.

Perché possiamo selezionare caratteristiche comportamentali e possiamo farlo più o meno correttamente. Ma dall’iscrizione di un cane a un libro genealogico non consegue automaticamente che quella selezione sia stata effettuata con particolare attenzione al comportamento e, soprattutto, non consegue che il singolo soggetto sia realmente equilibrato.

Del resto, la stessa Federazione Cinologica Internazionale, di cui l’Enci è parte, lo dice chiaramente. Nelle sue International Breeding Rules, cioè le norme internazionali che regolano la selezione e la riproduzione dei cani con pedigree nel sistema FCI, la Federazione stabilisce che per la riproduzione debbano essere utilizzati cani con pedigree che abbiano anche un “sound temperament”, espressione che in questo contesto possiamo rendere come “equilibrio caratteriale e comportamentale”, oltre a essere sani sotto il profilo funzionale ed ereditario. 

E nelle stesse norme della FCI, lo “unsound temperament”, cioè la presenza di caratteristiche comportamentali incompatibili con il suddetto equilibrio, compare tra i difetti che dovrebbero escludere un cane dalla riproduzione. Per rafforzare il concetto, la Federazione scrive espressamente che i pedigree sono “a certification of parentage rather than of quality of the dog registered”. Non credo serva la traduzione.

La conseguenza è logica e chiarissima: 

AVERE IL PEDIGREE ED ESSERE IDONEI ALLA RIPRODUZIONE IN TERMINI DI EQUILIBRIO COMPORTAMENTALE SONO DUE REQUISITI DIVERSI E NON CONSEQUENZIALI. LO SCRIVE NERO SU BIANCO LA FEDERAZIONE CINOLOGICA INTERNAZIONALE.

Se il primo requisito garantisse automaticamente il secondo, infatti, non ci sarebbe alcun bisogno di specificarlo con tanta enfasi.

Non lo sa nessuno degli estensori del DDL “Savelist”?  E neanche in Enci, dove le norme FCI le dovrebbero conoscere a menadito e osservarle religiosamente?

Quanto ci dice la razza sul comportamento?

Uno dei lavori più interessanti degli ultimi anni sul tema è stato pubblicato nel 2022 su Science da Kathleen Morrill e altri. I ricercatori hanno raccolto informazioni comportamentali relative a ben 18.385 cani, il 49% dei quali di razza pura, e sequenziato il DNA di 2.155 soggetti.

Lo studio conferma innanzitutto che la genetica conta, eccome: molti dei tratti comportamentali analizzati presentavano un’ereditarietà superiore al 25%. Ma questo non significa che conoscere la razza permetta di prevedere con altrettanta efficacia il comportamento di un singolo individuo. Sono due cose diverse e i risultati lo mostrano molto bene.

Nel complesso, infatti, l’appartenenza a una razza spiegava appena il 9% della variabilità comportamentale osservata tra gli individui. E persino questo valore cambiava parecchio a seconda del comportamento preso in considerazione. Per caratteristiche più ereditabili e maggiormente differenziate tra le razze, come la biddability, cioè la propensione a rispondere alle indicazioni e ai comandi, conoscere l’ascendenza di razza consentiva previsioni un po’ più accurate. Per altre, invece, serviva a ben poco.

Visto l’argomento di cui stiamo parlando, è particolarmente interessante il caso della cosiddetta “soglia agonistica”: in sostanza, quanto facilmente un cane reagisce a stimoli che gli provocano paura o disagio. Per questa caratteristica, meno ereditabile e molto meno differenziata tra le razze, gli autori dello studio appena citato definiscono l’appartenenza di razza “quasi priva di valore informativo”. Una pietra tombale.

La differenza tra popolazione e individuo è fondamentale. Alcune predisposizioni comportamentali hanno una componente genetica e possono essere più frequenti in determinate razze, ma all’interno di ciascuna rimane una grande variabilità individuale. Sapere a quale razza appartiene un cane può quindi dirci qualcosa sulle caratteristiche che sarà più probabile osservare, soprattutto per alcuni comportamenti; pretendere di sapere come si comporterà quel singolo cane in una determinata circostanza è un azzardo, invece.

E chi ha affrontato con me i test comportamentali del programma “CodaNonMente”, per esempio, ha avuto modo di accorgersene con chiarezza.

La selezione comportamentale

A questo punto, possiamo lasciare da parte le considerazioni generali e tornare ai nostri Rottweiler.

La scelta della razza per questo articolo, come accennato all’inizio, si deve al fatto che la selezione ha effettivamente modellato alcune predisposizioni comportamentali del Rott in tempi recenti in un paese europeo e si tratta di qualcosa che è possibile verificare a livello scientifico. Un’opportunità rara.

Nel grande studio sulle differenze di aggressività tra razze pubblicato nel 2008 da Deborah Duffy, Yuying Hsu e James Serpell, i Rottweiler mostravano livelli superiori alle media di aggressività verso gli estranei e, contemporaneamente, livelli di paura degli estranei inferiori alla media. Un quadro compatibile con la storia di selezione di un cane nel quale, davanti a ciò che viene percepito come una minaccia, è stata favorita una risposta di difesa attiva e non certo l’evitamento.

Questo non significa che ogni Rottweiler sia inutilmente aggressivo verso gli estranei, naturalmente, ma rende altrettanto poco sensato fingere che la selezione storica non abbia indirizzato il comportamento dei cani di questa razza a livello generale a fronte di una possibile minaccia percepita. Esattamente come è avvenuto per altri cani con un percorso di selezione simile, peraltro.

La cosa interessante, per il nostro discorso, è che nei Paesi Bassi, affinché i cuccioli di Rottweiler potessero ottenere il pedigree, dal 2001 al 2009 venne stabilito che entrambi i genitori dovevano aver superato il Socially Acceptable Behaviour test, o SAB-test. I soggetti che durante la prova manifestavano determinate risposte aggressive o di paura venivano esclusi dal programma riproduttivo che consentiva alla progenie di ottenere il pedigree.

La procedura non riguardava soltanto il Rottweiler. Dal giugno 2001, il Kennel Club olandese aveva introdotto l’obbligo del medesimo test comportamentale per i riproduttori di altre quattro razze: Mastino Napoletano, Fila Brasileiro, Cane Corso e American Staffordshire Terrier. Anche queste razze figurano tra quelle incluse nell’elenco del DDL “Savelist”.

Per il Rottweiler disponiamo però dei dati che consentono di valutare che cosa accadde negli anni successivi. Tra il 2001 e il 2005, furono sottoposti al test 256 soggetti destinati alla riproduzione. Lo superarono in 194, il 76%. Quasi un potenziale riproduttore su quattro, quindi, non soddisfaceva i requisiti comportamentali richiesti.

Qualche anno dopo l’introduzione del test, Joanne van der Borg, Elisabeth Graat e Bonne Beerda hanno cercato di capire se quella politica selettiva avesse prodotto qualche risultato. Hanno raccolto dati su 822 Rottweiler, il 48% con pedigree e il 52% senza, confrontandone il comportamento attraverso il noto questionario C-BARQ.

Nei Rottweiler con pedigree olandese, quindi discendenti dalla popolazione sottoposta alla selezione comportamentale, l’insieme dei comportamenti di paura e aggressività presi in considerazione dal SAB-test era presente in circa un cane su sei. Nei Rottweiler senza pedigree, quindi non interessati da quella politica selettiva, riguardava circa un cane su tre. Il doppio, in sostanza.

A prima vista si potrebbe utilizzare il risultato come una prova della maggiore affidabilità dei cani con pedigree. Ma quei Rottweiler non risultavano più affidabili semplicemente perché avevano un pedigree: appartenevano a una popolazione che per otto anni era stata sottoposta a una politica selettiva nella quale il superamento di un test comportamentale dei genitori costituiva una condizione per ottenere il pedigree della progenie. È tutta un’altra cosa.

Il documento genealogico olandese permetteva quindi di riconoscere i Rott discendenti da una popolazione sottoposta a quel programma selettivo, associato nello studio a una minore prevalenza di alcuni comportamenti di paura e aggressività. Ma non era certo il pedigree di per sé ad averne determinato il comportamento.

Poi c’è anche la vita…

Una cosa importante da ricordare è che il patrimonio genetico non è un “copione” che il cane si limita a recitare: interagisce continuamente con ciò che gli accade. Periodo sensibile, socializzazione e abituazione, ambiente di crescita primario e di destinazione, apprendimento esperienziale individuale e apprendimento sociale, relazioni intra ed interspecifiche, eventuale educazione e/o addestramento, eventuali eventi traumatici e altro ancora contribuiscono alla formazione della personalità e del comportamento di ciascun cane. Un lavoro pubblicato nel 2025 su Scientific Reports da Julia Espinosa e colleghi lo mostra con particolare chiarezza.

Gli autori hanno analizzato 4.497 cani, raccogliendo informazioni sulla loro storia e valutandone il comportamento sempre attraverso il questionario C-BARQ.
Leggi anche: Come le avversità nei primi sei mesi di vita influenzano paura e aggressività nel cane

Tra le esperienze prese in considerazione nei primi sei mesi di vita figuravano punizioni fisiche e maltrattamenti, periodi trascorsi in rifugio o per strada senza una figura di riferimento stabile, aggressioni da parte di altri cani, esperienze di forte paura provocate da persone, gravi incidenti o lesioni e lunghi periodi trascorsi legati all’aperto.

I cani che avevano vissuto una o più di queste situazioni mostravano, da adulti, livelli più elevati di paura e aggressività.

Ma c’è un altro risultato interessante: le medesime esperienze non sembravano avere lo stesso peso su tutti i cani che le avevano subite. L’associazione tra ciò che era accaduto nei primi mesi di vita e i livelli di paura e aggressività osservati da adulti cambiava infatti anche in relazione all’ascendenza genetica. In altre parole, alcuni cani sembravano più vulnerabili di altri agli effetti di esperienze traumatiche o fortemente stressanti anche in funzione delle caratteristiche ereditate dagli ascendenti. 

Genetica ed esperienze, quindi, non agiscono separatamente: interagiscono. Una determinata predisposizione può rendere un individuo più o meno vulnerabile agli effetti di ciò che gli accade nel corso della vita. 

E nessun pedigree può prevedere cosa accadrà nel percorso di crescita di un cane.

Attacchi, possibili cause e identificazioni

Passare dalle predisposizioni comportamentali alle aggressioni reali, dai presupposti alle azioni, complica ulteriormente il quadro.

Nel 2013, Gary Patronek e colleghi hanno ricostruito 256 aggressioni canine mortali, compiute anche da più soggetti insieme, avvenute negli Stati Uniti tra il 2000 e il 2009, andando oltre le solite imprecise e stereotipate cronache giornalistiche, e utilizzando rapporti delle autorità specializzate, indagini e interviste con gli investigatori.

Più che la presenza di un particolare fattore, colpisce la frequenza con cui diversi elementi compaiono insieme: 

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– nell’87,1% degli episodi mortali, non era presente una persona fisicamente in grado di intervenire; – nell’85,2% dei casi  la vittima non aveva familiarità con il cane o aveva soltanto contatti occasionali; 

– nel 77,4% dei casi la vittima aveva una capacità ridotta di interagire adeguatamente con il cane; 

– nel 76,2% dei casi i cani erano deprivati dalle normali interazioni positive con le persone;

– nell’80,5% delle aggressioni mortali erano presenti contemporaneamente almeno quattro dei fattori considerati dagli autori. E questo è un dato estremamente importante.

Naturalmente, questi dati non significano che ciascuna di queste condizioni provochi un’aggressione. Mostrano però quanto sia difficile spiegare un evento estremo attraverso una sola variabile: nell’80,5% dei casi erano presenti contemporaneamente almeno quattro dei fattori considerati dagli autori.

La medesima ricerca rivela anche qualcos’altro di importante: per molti soggetti, infatti, gli autori dello studio hanno potuto confrontare la razza indicata dai mezzi d’informazione con quella registrata dagli esperti intervenuti sul caso. 

Ebbene: nel 40,2% dei casi, poco meno della metà, i media avevano indicato una razza diversa da quella indicata dagli specialisti dei servizi pubblici coinvolti. Un’ignoranza e una superficialità inaccettabili ma che sembrano non avere frontiere, perché anche in Italia subiamo la medesima sciatta e impunita disinformazione.

Certamente, però, non è una buona ragione per smettere di registrare quali razze vengano indicate nelle aggressioni. Ma è anche un valido motivo per ricordare che una razza attribuita sulla base dell’aspetto del cane o riportata dalle cronache dei media non equivale a un’identificazione attendibile. Purtroppo.

Cosa valuta realmente il CAE-1 

Abbiamo spiegato che il DDL “Savelist” individua come prova da superare per i cani senza pedigree presenti nella lista il CAE-1 dell’Enci, che lo definisce così: “Test di Controllo dell’Affidabilità e dell’Equilibrio Psichico per Cani e Padroni Buoni Cittadini”.

Il regolamento specifico Enci contiene un elemento interessante. Il CAE-1 prende in considerazione il binomio cane-conduttore e non soltanto il cane, perché il suo comportamento può cambiare a seconda di chi lo conduce. Nulla di sorprendente, per chi si occupa di comportamento canino.

Quindi il CAE-1 non valuta soltanto il cane ma anche il rapporto con il conduttore e la capacità di quest’ultimo di controllarlo nelle situazioni previste dalla prova: la certificazione viene infatti rilasciata allo specifico binomio cane-conduttore e lo stesso cane può sostenere nuovamente il test con altri conduttori, ottenendo certificazioni distinte. La cosa ha decisamente senso.

Ma visto che il pedigree non può dare indicazioni di sorta sulla capacità del proprietario di gestire il proprio cane, che senso ha escludere i cani con pedigree, e relativi conduttori, da questa procedura? 

L’unico motivo che viene in mente è che si voglia spingere la gente ad acquistare i cani della lista solo se hanno il pedigree. Per evitarsi l’obbligo del test.

C’è poi un altro  problema. L’Enci dichiara che il CAE-1 mira a certificare un cane “socialmente affidabile e senza problematiche di comportamento” nelle situazioni proposte durante la prova. 

Ma superare un test comportamentale oggi non permette di dedurre che quel cane non potrà aggredire qualcuno domani. 

Un test comportamentale può avere una capacità predittiva, ma questa è necessariamente probabilistica e deve essere dimostrata attraverso studi specifici di validazione, studi che abbiano valore scientifico. 

Solo che, nel caso del CAE-1, non abbiamo trovato nella letteratura scientifica peer-reviewed (quella sottoposta a valutazioni da parte di figure autorevoli del settore coinvolto) studi che ne abbiano verificato la capacità di prevedere future aggressioni. 

E neanche studi non peer-reviewed che l’abbiano anche solo minimamente preso in considerazione… chissà perchè.

Peraltro, nessun test può comunque fornire la certezza che un cane non manifesterà mai un determinato comportamento in futuro: il comportamento può cambiare nel corso della vita in relazione alle esperienze, all’apprendimento, alle condizioni fisiche, al contesto e a numerosi altri fattori. Vale lo stesso anche per noi.

Nel percorso previsto dal DDL, inoltre, il CAE-1 arriva dopo almeno sei ore di formazione pratica con il proprio cane, durante le quali vengono simulate anche potenziali situazioni di criticità plausibilmente simili a quelle del test. La prestazione osservata durante il CAE-1 può quindi essere influenzata anche dall’apprendimento e dalla preparazione acquisita. Apprendimento che magari è utile, certo, ma superare correttamente quelle prove non equivale a misurare l’equilibrio caratteriale generale del cane in qualsiasi altro contesto.

Più che i test sul binomio, serve una selezione comportamentale

Il paradosso è che, contrariamente a quanto prevede il DDL “Savelist”, l’utilizzo di test comportamentali su soggetti con pedigree sarebbe probabilmente molto utile proprio alla cinofilia “ufficiale”.

Una selezione completa, che tenga conto del comportamento oltre che della morfologia e della salute, può modificare nel tempo la frequenza di determinate caratteristiche e offrire una maggiore probabilità di avere soggetti equilibrati. 

Lo ha dimostrato il caso dei Rottweiler olandesi citato in precedenza: attraverso test comportamentali finalizzati alla valutazione dei riproduttori, con esclusione dagli accoppiamenti dei soggetti che non li avevano superati, la prevalenza dei comportamenti di paura e aggressività considerati nello studio risultava sensibilmente inferiore nella popolazione sottoposta a quella politica selettiva.

E lo dimostra anche l’utilizzo in Svezia dei test del Dog Mentality Assessment (MH), tuttora impiegati soprattutto per le razze da lavoro, ai quali si è affiancato dal 2012 il BPH, destinato a tutte le razze. Grazie ai dati comportamentali raccolti nel tempo sui singoli soggetti e sulle diverse linee di sangue, gli allevatori possono disporre di informazioni concrete per orientare meglio la selezione e costruirsi una reputazione solida, perché fondata su fatti dimostrabili e non sulle chiacchiere.

Ma mi rendo conto che oramai sto virando verso la fantascienza, per il contesto medio della cinofilia nostrana e della competenza di chi scrive certe proposte di legge.

Tornando a terra, il pedigree ci dice chi sono gli ascendenti di un cane (almeno, così dovrebbe essere…) e diverse altre informazioni. Ma non dice quali caratteristiche comportamentali avessero gli ascendenti né come sia cresciuto il cucciolo e che esperienze abbia fatto. 

A livello di informazioni sul comportamento, il pedigree non può dirci nulla di realmente utile.

Torniamo allora ai nostri due Rottweiler, con e senza pedigree. Per capire quale dei due possa essere teoricamente più affidabile, potremmo informarci sui genitori e sugli altri ascendenti, sapere con quali criteri sono stati selezionati, ricostruire il periodo sensibile, la socializzazione e le esperienze dei due cani, osservarne il comportamento, scoprire se vi siano stati episodi significativi e valutare il rapporto con gli umani di riferimento. 

Ebbene, anche mettendo insieme tutti questi elementi, cosa tutt’altro che semplice in molti casi, probabilmente cominceremmo a capirci qualcosa ma… certezze inossidabili non ne avremmo comunque. Chiunque si occupi di comportamento canino su basi etologiche ne è perfettamente conscio.

Pensate allora se ci affidassimo solo al fatto che il cane abbia il pedigree e per questo lo considerassimo giocoforza equilibrato, come prescrivebbe il DDL 1572 “Savelist”: un controsenso etologico, logico e scientifico. In altri termini, una pericolosa pagliacciata.

Fonti:

– Disegno di legge S. 1572 – “Norme specifiche per alcune tipologie di cani a tutela del loro benessere e della pubblica incolumità” 

– International Breeding Rules of the FCI – Fédération Cynologique Internationale (FCI). 

– Ancestry-inclusive dog genomics challenges popular breed stereotypes — Kathleen Morrill et al., 2022. 

– Breed differences in canine aggression – Deborah L. Duffy, Yuying Hsu, James A. Serpell, 2008. 

– Behavioural testing based breeding policy reduces the prevalence of fear and aggression related behaviour in Rottweilers – Joanne A. M. van der Borg, Elisabeth A. M. Graat, Bonne Beerda, 2017. 

– Influence of early life adversity and breed on aggression and fear in dogs – Julia Espinosa et al., 2025. 

– Co-occurrence of potentially preventable factors in 256 dog bite-related fatalities in the United States (2000–2009) – Gary J. Patronek, Jeffrey J. Sacks, Karen M. Delise, Donald V. Cleary, Amy R. Marder, 2013. 

– CAE-1 – Test di Controllo dell’Affidabilità e dell’Equilibrio Psichico per Cani e Padroni Buoni Cittadini – Ente Nazionale della Cinofilia Italiana (ENCI). 

– Mentalbeskrivning Hund (MH) – Svenska Brukshundklubben (SBK) / Svenska Kennelklubben (SKK). 

– BPH – Beteende- och personlighetsbeskrivning hund – Svenska Kennelklubben (SKK), introdotto nel 2012. 

– Norme tecniche del Libro genealogico del cane di razza – Ente Nazionale della Cinofilia Italiana (ENCI).

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Andrea Comini

Educatore Cinofilo & Giornalista

Educatore e istruttore cinofilo FISC da oltre vent’anni, consulente comportamentale e giornalista professionista. Studioso di etologia del cane e del lupo, si è formato con maestri internazionali ed è docente in corsi per educatori.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

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