Non basta chiamarli pet: la relazione è la vera sfida
All’Italian Pet Summit 2026 numeri solidi, innovazione, sostenibilità e responsabilità, però tra premiumizzazione e fragilità sociali resta un divario che la politica non può continuare a lasciare sulle spalle di famiglie, volontari e associazioni.
di Rocco Voto
Con Dogsportal.it abbiamo partecipato all’Italian Pet Summit 2026 da osservatori, seduti tra il pubblico di un evento che continua a crescere e che, in questa edizione, ha mostrato più attenzione rispetto al passato anche ai temi della responsabilità, della sostenibilità e della qualità della relazione con gli animali domestici.
L’organizzazione, curata da Il Sole 24 Ore con Purina, è stata buona e la giornata ricca di dati, interventi e spunti utili; è stata anche, però, l’occasione in cui alcune contraddizioni sono emerse in modo molto evidente. La principale riguarda il divario tra un mercato che continua a crescere, soprattutto attraverso le fasce premium e super premium, e una parte sempre più ampia della popolazione che incontra difficoltà concrete nel sostenere le spese necessarie per vivere con un animale: alimentazione, prevenzione, cure veterinarie, farmaci e gestione quotidiana.
È chiaro che al centro di un summit dedicato alla pet economy ci sia l’economia, sarebbe strano il contrario. Il problema non è che se ne parli, semmai che alla crescita economica del settore non corrisponda ancora una risposta altrettanto forte ai problemi sociali che quella stessa convivenza porta con sé.
Un mercato da 5,4 miliardi che cresce da quindici anni

I dati presentati da Circana hanno restituito l’immagine di un comparto molto solido. Il totale pet food e pet care vale 5,4 miliardi di euro su base annua, considerando insieme mass market, canale specializzato e vendite online; nel perimetro omnicanale, il pet care è risultato il secondo comparto del largo consumo per valore. La crescita prosegue da quindici anni e nei primi sette mesi del 2026 ha anche accelerato.
Il dato più significativo riguarda però il modo in cui questa crescita si sta realizzando. Nel pet food, a luglio 2026, le vendite aumentavano del 3,6% a valore, ma soltanto dello 0,1% a volume, un andamento che nelle slide veniva collegato esplicitamente a uno spostamento dell’assortimento verso i prodotti premium. Crescono inoltre categorie come gli snack per gatti e, a doppia cifra, gli integratori.
Il mercato, dunque, non cresce soltanto perché si comprano più prodotti: cresce anche perché una parte dei consumatori acquista prodotti più costosi, più specifici e con un maggiore valore aggiunto. È una dinamica legittima e, in molti casi, collegata a una maggiore attenzione alla salute, alla prevenzione e alla qualità dell’alimentazione; la domanda che dobbiamo porci, però, è un’altra: questa crescita riguarda davvero tutti?
Mentre il mercato guarda al premium e al super premium, molte famiglie faticano a sostenere persino le cure veterinarie essenziali. Per una persona anziana, per chi vive solo, per chi attraversa una difficoltà economica o per una famiglia che deve affrontare una patologia importante del proprio animale, la convivenza rischia di diventare economicamente insostenibile.
Questo non è un problema che può risolvere da sola la parte imprenditoriale del settore. Le aziende portano avanti progetti di ricerca, formazione, sostenibilità e collaborazione con il mondo associativo che vanno riconosciuti; l’accessibilità alle cure, i servizi territoriali, il sostegno alle fragilità, la gestione dei rifugi e delle colonie feline, la formazione delle amministrazioni e l’applicazione delle norme restano però responsabilità pubbliche, e proprio su quel fronte il sistema continua a mostrare il suo vuoto più evidente.
Innovazione, sostenibilità e il bisogno di fonti autorevoli
Tra i passaggi più utili del summit c’è stato il tentativo di leggere la crescita non soltanto in termini economici, ma anche attraverso la resilienza e la sostenibilità del sistema produttivo.
Sara Faravelli di Purina ha ricordato che oggi non basta più limitarsi a ridurre consumi e impatti: le imprese devono ragionare in modo anticipativo, chiedendosi come rigenerare le risorse e garantire nel tempo la disponibilità degli ingredienti. Carlotta Giromini, dell’Università degli Studi di Milano, ha presentato invece il lavoro di ricerca su nuovi ingredienti ottenuti utilizzando matrici vegetali sulle quali vengono coltivate cellule bovine, di pesce o del tessuto adiposo, con l’obiettivo di arrivare a ingredienti personalizzabili in base alla specie e all’età dell’animale, verificandone sicurezza, digeribilità e appetibilità.
È un campo ancora in fase di sviluppo, con limiti economici e produttivi evidenti, che mostra però quanto la collaborazione tra ricerca e impresa possa aprire strade nuove; merita certamente un approfondimento autonomo, al di là delle semplificazioni con cui viene spesso raccontato il tema della carne coltivata.
Molto utili anche i dati Ipsos Doxa sul rapporto tra digitale e persone che vivono con un cane o un gatto. Per otto persone su dieci il digitale è ormai parte di quella relazione, e una su tre ha già utilizzato almeno una volta l’intelligenza artificiale per cercare indicazioni riguardanti il proprio animale; tra i più giovani l’uso diventa frequente e riguarda persino l’interpretazione dei sintomi, l’alimentazione e la scelta dei prodotti.
Allo stesso tempo, il 49% delle persone dichiara di trovare online molte informazioni senza riuscire a capire quali siano affidabili, mentre il 50% considera frustrante imbattersi in consigli tra loro contraddittori. Tra Gen Z e Millennials emerge persino quella che è stata definita “pet anxiety”: una preoccupazione che aumenta dopo aver consultato contenuti online.
Questi numeri raccontano un bisogno enorme di fonti riconoscibili, competenti e trasparenti, perché più contenuti non significano automaticamente più conoscenza; l’intelligenza artificiale, se utilizzata senza spirito critico e senza fonti verificabili, può moltiplicare la confusione invece di ridurla.
Le leggi esistono, ma chi le applica?
Uno degli interventi che ha messo meglio a fuoco la distanza tra il racconto della crescita e la realtà quotidiana è stato quello di Giusy D’Angelo, presidente nazionale ENPA.
Gli strumenti normativi e formativi spesso esistono, ha osservato, ma la loro applicazione continua a ricadere sulle associazioni e sui volontari. Rifugi, colonie feline, sequestri, animali appartenenti a persone fragili, fauna selvatica: dietro ogni problema ci sono operatori preparati che lavorano sul campo, mentre troppo spesso manca una struttura pubblica in grado di assumersi davvero la responsabilità di coordinare, controllare e intervenire.
Le domande lasciate in sala sono semplici e tutt’altro che retoriche: chi forma le amministrazioni? Chi verifica che le norme vengano applicate? Dove sono i servizi sociali quando una difficoltà umana coinvolge anche un animale?
È probabilmente questo uno dei punti centrali dell’intera giornata. La pet economy non è fatta soltanto di prodotti e fatturato, è fatta anche di collaborazione, volontariato, sanità pubblica, servizi territoriali, educazione e gestione delle emergenze, e tutto ciò produce valore sociale anche quando non genera direttamente denaro.
La politica è rimasta molto indietro
L’assessora del Comune di Milano Elena Eva Maria Grandi ha portato alcuni elementi concreti: la necessità di non creare nuove aree cani troppo piccole, il bisogno di migliorare quelle esistenti, il problema delle aree diventate isole di calore e l’accessibilità degli spazi freschi anche per chi vive con un animale. Andrea Gavinelli, della Direzione generale Salute e sicurezza alimentare della Commissione europea, ha richiamato invece l’importanza della formazione, della tracciabilità e di un sistema europeo integrato per l’identificazione di cani e gatti.
Sono temi importanti; nel complesso, però, la qualità degli interventi politici è apparsa molto più debole rispetto alla complessità presentata dai ricercatori, dai professionisti e dal mondo associativo.
Alla senatrice Michaela Biancofiore va comunque riconosciuto il merito di aver portato sul palco i grandi limiti che ancora incontra chi prova a viaggiare in aereo con un cane. Il punto più duro riguarda gli animali trasportati in stiva: la Corte di giustizia dell’Unione europea, applicando la Convenzione di Montréal sulla responsabilità dei vettori aerei, ha stabilito che gli animali da compagnia non sono esclusi dalla nozione di “bagaglio”, per cui quando il cane viene affidato al vettore e trasportato in stiva le tutele e i limiti di responsabilità sono quelli previsti per i bagagli registrati. Ne abbiamo già parlato su Dogsportal.it, perché non è accettabile che un essere vivente venga trattato, sul piano giuridico, alla stregua di una valigia. Leggi anche: Cani nella stiva dell’aereo: per la Corte Ue sono come bagagli
Biancofiore ha richiamato anche un’altra conseguenza estrema di questa impostazione: durante un’evacuazione la priorità è mettere in salvo le persone e un animale presente in stiva non può essere recuperato dal passeggero. Se qualcosa va storto, il rischio è che rimanga a bordo senza alcuna possibilità di intervento da parte della persona con cui vive. È una riflessione importante e tutt’altro che marginale.
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La domanda che avremmo voluto porre, se fosse stato previsto uno spazio per il pubblico, è però questa: siamo davvero obbligati a far viaggiare un cane nella stiva di un aereo? Chi vive con un cane può anche decidere di cambiare il proprio modo di viaggiare, scegliere un’altra destinazione o rinunciare a un volo. Vivere con un cane significa accettare compromessi, e qualche volta il compromesso deve andare nella direzione del cane, non della nostra comodità; non tutto ciò che è tecnicamente consentito è necessariamente una scelta giusta per quell’animale. Anche quando il viaggio in cabina diventa possibile, come abbiamo spiegato nella nostra guida ai voli ITA Airways con cani fino a 30 kg, rimangono da valutare preparazione, caratteristiche individuali e reale capacità del cane di affrontare quell’esperienza.
Aggiungerei anche un’altra domanda, e riguarda un punto su cui bisogna intervenire dal punto di vista politico. Che i cani siano bagagli fa schifo, su questo non ci piove, però ricordiamoci che cos’è il cane oggi in Italia per il codice civile: è una cosa. Come cosa viene gestito in ambito amministrativo, nelle controversie, nelle compravendite e in tanti altri aspetti della vita quotidiana. Dal 2022 la Costituzione, all’articolo 9, stabilisce che la legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali, mentre il codice civile continua a collocarli tra i beni mobili: una asimmetria che racconta bene quanto siamo rimasti indietro. Anche questo andrebbe cambiato con urgenza, perché finché la definizione di partenza resta quella, ogni tutela costruita sopra rischia di essere una toppa.
Leggi anche: Legge Brambilla in pratica: cosa cambia realmente rispetto al passato
Proprio per questo, tra le proposte avanzate dalla senatrice, quella di offrire ai cani delle pietanze durante il volo ci è sembrata decisamente meno centrale. Può essere un’attenzione gradevole, ma i nodi veri sono la sicurezza, il trattamento giuridico degli animali, le procedure in caso di emergenza e la possibilità stessa di scegliere modalità di viaggio compatibili con il loro benessere.
Abbiamo bisogno di molto di più, servono risposte pubbliche concrete, coordinate e misurabili. Non si può continuare a celebrare un settore che cresce lasciando poi alle famiglie, ai veterinari, ai volontari e alle associazioni il compito di gestirne tutte le contraddizioni.
Marchesini: non può esserci relazione se ignoriamo l’altro
L’intervento più dirompente, e tra i più applauditi dal pubblico, è stato quello di Roberto Marchesini, che in pochi minuti ha spostato il discorso dall’economia alla relazione, ricordando una cosa che in un evento di questo tipo rischia facilmente di rimanere sullo sfondo: un cane e un gatto non sono semplicemente “pet”.

Marchesini ha dichiarato apertamente di non amare questa parola, perché tende a cancellare le differenze di specie e a trasformare animali profondamente diversi in un’unica categoria rassicurante, fatta di coccole, affetto e consumo. Vivere con un cane significa invece confrontarsi con ciò che vuol dire essere cane, vivere con un gatto significa riconoscere la dimensione felina della sua esperienza, e vivere con un Rottweiler non equivale a vivere con un Labrador.
Il rischio dell’antropomorfizzazione è che gli animali diventino specchi delle nostre aspettative o sostituti di qualcos’altro: un figlio, un amico, una mancanza. In questo modo, però, non incontriamo davvero l’animale, lo utilizziamo per confermare noi stessi.
Ha insistito anche sull’ignoranza etologica, aggravata dal fatto che molte persone non sanno di non sapere, con una metafora molto efficace: se andiamo a Londra e vogliamo comunicare, dobbiamo imparare l’inglese; allo stesso modo, non possiamo pretendere di vivere con un’altra specie senza conoscerne il linguaggio, i bisogni e le caratteristiche.
La frase che resta, e che sintetizza meglio il senso del suo intervento, è questa: «Non ci può essere un rapporto se tu ignori l’altro».
Forse è proprio da qui che dovrebbe partire ogni discorso sulla pet economy. La responsabilità non consiste soltanto nel comprare prodotti migliori o spendere di più: significa conoscere l’animale con cui viviamo, rispettarne la diversità e costruire condizioni sociali che permettano a tutti, non soltanto ai consumatori con maggiore capacità di spesa, di garantirgli una vita dignitosa.
Il valore di esserci, anche fuori dal palco
Dal punto di vista del networking, essere presenti all’Italian Pet Summit è stato molto importante. Oltre ai relatori, tra il pubblico abbiamo incontrato tanti professionisti che conosciamo e stimiamo, persone che lavorano ogni giorno nella pet economy e contribuiscono a costruirla con competenze spesso molto diverse tra loro.
È stato bello incontrarsi e riconoscersi; come dicevo a proposito del trasporto aereo, ci sarebbe piaciuto che il programma prevedesse anche uno spazio per domande selezionate dal pubblico, perché in una giornata così ricca il confronto con chi opera quotidianamente nel settore avrebbe potuto aggiungere ulteriori prospettive e far emergere alcune delle contraddizioni rimaste sullo sfondo.
Ho notato anche un’altra cosa, e qui correggetemi se dico una sciocchezza: l’età media dei relatori era abbastanza alta. Questo non significa che l’età sia un elemento per stabilire le competenze di chi sale su un palco, assolutamente no. Mi chiedo però perché, in un mondo così vivace, ricco di start-up innovative e di giovani professionisti che si stanno facendo il mazzo in tanti ambiti di questo settore, ci fossero così tanti giovani nel pubblico e così pochi giovani sul palco.
Secondo me è un altro aspetto da prendere come consiglio per il prossimo anno, e per qualsiasi evento che voglia raccontare questo mondo. A volte consideriamo la pet economy come se avesse un target univoco, mentre i target sono davvero tanti e molto diversificati.
Noi abbiamo iniziato a farlo fuori dal palco, intervistando molti dei professionisti presenti e ponendo a tutti la stessa domanda: che cos’è, per te, la pet economy?
Sono emersi punti di vista molto diversi, che pubblicheremo nei prossimi giorni sui canali di Dogsportal.it insieme ad altri approfondimenti sui temi affrontati durante il summit e all’intervento completo di Roberto Marchesini.
I numeri sono importanti, però per capire davvero questo settore bisogna ascoltare anche ciò che accade dietro quei numeri: nelle famiglie, negli ambulatori, nei rifugi, nelle amministrazioni, nelle imprese e nella relazione quotidiana con gli animali.
Tra le fonti: dati Circana e Ipsos Doxa presentati all’Italian Pet Summit 2026
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