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La “mia” CSEN Cinofilia non è questa. Intervista a Cristina Bizzi, la promotrice della petizione su Change.org

L’istruttrice e tecnico di terzo livello di Agility CSEN ci parla della petizione e del perché ha deciso di diffonderla dopo la notizia dell’affiliazione di Scuolapercani al Centro Sportivo Educativo Nazionale.

Con toni altisonanti, lunedì 12 ottobre scorso, Tommaso Castellano ha annunciato l’affiliazione della sua Scuolapercani a CSEN, ente di promozione sportiva riconosciuto dal CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) e dal CIP (Comitato Italiano Paralimpico). La notizia è stata accolta con sconcerto da quella larga parte degli iscritti che non condivide metodologie e messaggi del neo-membro del Centro Sportivo Educativo Nazionale e ha visto in questa decisione una negazione dello stesso codice etico-deontologico che regola le attività CSEN. Ne è seguito un comunicato ufficiale dell’ente che non ha placato e, se è possibile, ha alimentato ancora di più la preoccupazione e le perplessità di associazioni e tesserati. Cristina Bizzi, istruttrice cinofila, tecnico di terzo livello di Agility CSEN e responsabile del centro Waeve a Dream di Fano ha espresso il suo dissenso facendosi promotrice di una petizione sulla piattaforma Change.org. Il suo titolo è La “mia” CSEN Cinofilia non è questa .

Abbiamo chiesto a Bizzi di raccontarci le sue riflessioni sull’affiliazione di Scuolapercani e i motivi che l’hanno spinta a diffondere la petizione.

Prima di tutto le chiedo qual è la sua storia. Come è entrata a far parte del CSEN Cinofilia?

«Mi occupo di cinofilia dal 2005 e ho iniziato, come tanti, con il primo cane di casa, facendo agility per caso, una disciplina che poi è diventata una passione. Dopo circa otto anni ci sono stati altri cani e ho intrapreso percorsi agonistici. Sono originaria della Toscana e, a un certo punto, mi sono trasferita nelle Marche, regione in cui in quel momento non c’erano strutture per l’agility. Ho, quindi, cercato un campo per poter allenare i miei cani e continuare a partecipare alle gare. Alla fine l’ho trovato in una polisportiva e questa situazione mi ha messo nelle condizioni di decidere di diventare istruttore, perché non potevo allenare solo me stessa all’interno di una struttura sportiva. A quel tempo avevo già maturato delle conoscenze e ho deciso di frequentare un corso. Ho seguito un percorso non direttamente con CSEN, ma quando con la mia ASD (Associazione Sportiva Dilettantistica) ho iniziato a partecipare a tutti i circuiti di gare e così via, mi sono affiliata come ETS (Ente del Terzo Settore) a CSEN e quindi ho chiesto la conversione dei miei titoli. Tutto questo mi ha portato oggi a essere un istruttore CSEN, un tecnico di terzo livello Agility CSEN e in teoria, a novembre e a marzo, al mio campo dovrebbero partire due corsi istruttori CSEN. Dico “dovrebbero” perché al momento è tutto congelato, per quanto mi riguarda».

Come si è resa conto di ciò che stava accadendo?

«Al di là di altri miei ruoli, sono all’interno del consiglio direttivo del Gruppo Cinofilo Cane Sportivo ENCI, per cui sono una persona che, volente o nolente, è molto conosciuta nella cinofilia in Italia, soprattutto per quanto riguarda l’agility. Al mattino iniziarono ad arrivarmi messaggi su WhatsApp e telefonate: io sono un architetto, per cui la mattina lavoro in studio e il pomeriggio al campo. Cominciarono a scrivere, raccontandomi cosa fosse accaduto e io cascai un po’ dalle nuvole perché ero in studio e non potevo sapere di cosa parlassero. Sapevo, però, chi fosse Tommaso Castellano, perché purtroppo siamo tutti presenti sui social media e le vicende di questa persona le conoscevo, ma preferivo ignorarle almeno fino all’affiliazione CSEN. Conosco bene Francesco Brescia, Coordinatore Nazionale CSEN Cinofilia, per cui gli ho scritto privatamente, come hanno fatto tantissime altre persone: ho avuto con lui un confronto molto civile, lui è stato molto disponibile, però alla fine ognuno è rimasto della propria opinione. Quindi, come tanti altri, inizialmente ho pubblicato un post e poi ho pensato a una raccolta firme».

Nella petizione ha esposto il suo punto di vista rispetto a quella che è stata la scelta del CSEN di accettare l’affiliazione di Scuolapercani. Le andrebbe di ampliare con noi il discorso e spiegarci qual è lo scopo della raccolta firme?

«Lo scopo della mia petizione è far sentire la voce di chi la cinofilia CSEN la fa da anni. Il mio obiettivo è che CSEN si renda conto di che cosa ha combinato. Non penso che queste persone si siano svegliate la mattina, abbiano fatto uno scivolone e non abbiano ragionato su che cosa avrebbe prodotto. Non credo lo possano fare persone che hanno creato quello che hanno creato, perché oggettivamente CSEN, ad oggi, è una realtà enorme, che ha dato spazio a tantissimi sport cinofili minori. Tolta l’agility, la disciplina di cui mi occupo e che ha una buona cassa di risonanza anche in altri enti, non si può dire lo stesso per le altre discipline ed è questo bacino di utenza che l’Ente ha costruito. Suppongo che non ci si svegli una mattina rischiando di perderlo, se dall’altra parte non si pensi di avere qualche vantaggio.

Ciò che desidero è che CSEN si renda conto di che cosa ha fatto. Non chiedo ai membri di ritirare l’affiliazione, ritirare le tessere, non organizzare le gare, perché quelle sono scelte personali, che ciascuno prenderà facendo i conti con la propria etica e non solo. La cinofilia per me è un secondo lavoro, ma c’è gente che, invece, ha intrapreso una strada diversa: sono conoscenti e cari amici che si occupano di docenze e organizzazione di corsi di formazione, di organizzazione di gare e magari sono giudici di qualche disciplina, per cui percepiscono dei rimborsi. Il loro stipendio proviene all’80% da questo schema, strettamente connesso con CSEN. L’Ente non può ignorare questa situazione, perché queste persone, dall’oggi al domani, non possono dire “Io butto la tessera e le do fuoco”, in quanto così perderebbero il lavoro. Per cui la mia petizione vuole comunicare che CSEN sta sbagliando, che non siamo d’accordo, che dovrebbe rivedere le sue posizioni e fare qualcosa. Dovrebbe dimostrare che ci ascolta, che per 15 anni noi l’abbiamo seguito, ma che non siamo stati solamente un limone da spremere, che effettivamente quello che veniva raccontato in televisione, negli eventi, aveva un senso. Altrimenti si stava raccontando della fuffa, noi siamo stati un po’ stupidotti a credergli e quindi qualcuno adesso sarà in difficoltà».

Ha ascoltato altre colleghe e altri colleghi? Qual è l’atmosfera che si respira in questo momento?

«Ho sentito tantissimi colleghi. Chi è dentro il CSEN è spiazzato e tanti sono incerti sul da farsi. C’è chi ha preso posizioni drastiche perché poteva permetterselo, professionisti per cui questa decisione non cambia la propria condizione. Devo essere sincera: sono un po’ dispiaciuta nel vedere che dal mondo dell’agility, che io conosco meglio, ci siano tanti assenti. Non solo nella petizione, in generale. Poi so che c’è chi è assente sui social, ma ha contattato direttamente il CSEN o altro. Io però penso che, se si riveste un ruolo, alle volte metterci la faccia è un aiuto per chi ha paura di farlo. Se ho una grande visibilità e la mia voce ha un peso elevato, nel momento in cui non condivido qualcosa non c’è niente di male nel dichiarare di non essere d’accordo. Come ho scritto in un post, la petizione è composta da tante piccole gocce. Esistono tuttavia anche contributi che potrebbero essere dei secchi più che delle gocce.Poi ognuno fa le sue valutazioni, voglio solo augurarmi che nessuna delle persone che conosco in cinofilia e non si espone avvalli o giustifichi i video che ho visto, quegli atteggiamenti e il messaggio cinofilo che passa nei contenuti di Castellano».

Tra i commenti sui social media si accenna a un problema di verifica del rispetto del codice etico-deontologico presente ancora prima di questa affiliazione controversa.

«Ti rispondo con una provocazione: se Tommaso Castellano e la sua scuola si fossero affiliati al CSEN e fossero entrati alla chetichella, senza grandi proclami e senza il video, sarebbe cambiato qualcosa? Secondo me la risposta è sì. Perché lo sappiamo che quel tipo di cinofilia non è che sia appannaggio esclusivo di Castellano. C’è, esiste. Ci sono i campi dietro casa e tantissimi altri che usano i collari elettrici, per esempio. Non è che sia meno sbagliato, è sbagliato lo stesso. Però, se io ho una cassa di risonanza grande e questo messaggio lo vomito addosso a migliaia di persone, è diverso. È molto diverso. Un social è una porta aperta sul mondo e a una grande visibilità si accompagna una grande responsabilità. Se Tommaso Castellano non avesse pubblicato il reel, oggi non staremmo parlando di questo, sarebbe stato dentro il CSEN lo stesso e probabilmente non si sarebbe indignato nessuno. Anche se devo dire che l’indignazione è realmente esplosa con il comunicato del CSEN, perché il messaggio emerso è “il fine giustifica i mezzi”. Mi è stato detto che non volevano dire questo, però è ciò che è stato recepito e loro non hanno ancora smentito sui canali ufficiali».

Ci sono altri aspetti di cui crede sia importante parlare in questa occasione?

«Uno su tutti, secondo me, è rappresentato dalla missione del CSEN, che io non sposo al 100%, a prescindere da ciò che è accaduto in questi giorni: “la cinofilia per tutti”. Arrivare a casa di tutti i proprietari di cani. Se questo diventa il tuo obiettivo, puoi passare sopra un sacco di cose, perché sicuramente Castellano ti fa raggiungere una grossa fetta di pubblico che dentro ai centri cinofili non c’è mai stata. Mi chiedo, tuttavia, se è proprio necessario bussare alla porta di queste persone con quel biglietto da visita. La cinofilia per tutti è la strada giusta? Siamo proprio sicuri che tutti i cani che non frequentano i centri cinofili stiano peggio di quelli che li frequentano? A mio avviso questo è un tema molto importante. Conosco proprietari di cani che hanno dei rapporti bellissimi con loro e non hanno la necessità di frequentare un centro cinofilo.

Inoltre, i cani con gravi problemi comportamentali difficilmente possono dedicarsi a uno sport e, soprattutto, l’istruttore non è il professionista a cui rivolgersi per risolverli: se riesce a farlo, significa che non c’era un vero problema comportamentale. Io collaboro con una veterinaria comportamentalista e alzo le mani davanti a casi in cui finisce la mia competenza e inizia la sua. Quello che fa un buon istruttore è lavorare su una mala gestione. Altrimenti, se ci sono problemi di altra natura, l’istruttore non è in grado di fare nulla e serve il supporto di un altro tipo di professionista. Purtroppo, la normativa da questo punto di vista è inesistente e quindi in molti si improvvisano in recuperi comportamentali».

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Alessia Colaianni

Dottoressa di ricerca in Geomorfologia e Dinamica ambientale, sono poi approdata sulle rive della comunicazione e divulgazione scientifica. Sono diventata giornalista e, un articolo dopo l’altro, mi sono ritrovata a raccontare le storie di animali umani e non umani e dell’ambiente in cui vivono. Sul mio cammino ho incontrato lo sguardo di molti cani e questo mi ha convinta a suonare ai cancelli di Dogsportal per poter curiosare nella loro storia e nel loro comportamento insieme a voi.

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