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Warhound, i cani clonati per il Pentagono: il cane come “abbonamento”

Una startup texana nata dall’incontro tra Colossal Biosciences e il fondatore di Anduril raccoglie 200 milioni di dollari per clonare e modificare geneticamente i cani militari americani. Abbiamo letto le fonti originali. E ci siamo chiesti cosa resta del cane quando diventa un servizio in abbonamento.

C’è una frase, nell’articolo con cui Fortune ha dato in esclusiva la notizia il 22 ottobre, che riassume tutto meglio di qualunque commento. La pronuncia Ben Lamm, il CEO di Colossal Biosciences, quello del “metalupo”: «Il cane è il più antico sistema autonomo che esista».

Un sistema autonomo. Non un compagno, non un individuo, non un collega di lavoro del conduttore. Un sistema. È da qui che bisogna partire per capire Warhound.

Cosa è successo

Warhound è una startup con sede in Texas uscita allo scoperto con un round seed da 200 milioni di dollari (circa 184 milioni di euro). L’idea è nata da Lamm e da Palmer Luckey, fondatore di Anduril, l’azienda di tecnologia militare. Tra gli investitori citati da Fortune ci sono Sequoia Capital, ARK Invest, Franklin Templeton, Lux Capital e In-Q-Tel, il fondo di venture capital legato alla CIA. A guidarla c’è David Spirk, ex Marine ed ex chief data officer del Dipartimento della Difesa statunitense, tra i pionieri del Project Maven sull’intelligenza artificiale militare.

Il piano, come lo descrive l’azienda, è in quattro passaggi:

  1. individuare i migliori cani militari che hanno già completato l’addestramento;
  2. conservarne il materiale genetico in una biobanca (un congelatore vicino a Dallas);
  3. clonarli;
  4. intervenire con l’editing genetico per eliminare varianti legate a malattie ereditarie, a partire dalla degenerazione muscolare. Lamm parla apertamente anche di «futuri potenziamenti genetici».

Le razze di partenza sarebbero Malinois e Pastore Tedesco. I primi cuccioli clonati sarebbero già in gestazione, con l’obiettivo di avere cani operativi in circa due anni. Anduril fornirà “l’hardware”: protezioni per occhi e orecchie, giubbotti balistici e l’integrazione con il visore a realtà aumentata Eagle Eye. Il commento di Luckey: «Il miglior amico dell’uomo merita la miglior tecnologia dell’uomo».

Il modello commerciale di cui si discute con il governo ha un nome che da solo vale un editoriale: “Canine-as-a-Service”. Lo Stato non compra un cane: sottoscrive un flusso continuo di cani, come si fa con un software.

Per ora, va detto, Warhound non ha clienti firmati e non ha fissato un prezzo per cane. Quella che abbiamo davanti è una promessa industriale, non ancora una realtà.

Il problema che dice di risolvere

Il punto di partenza è reale. Il Military Working Dog Program statunitense conta oltre 2.200 binomi cane-conduttore e, secondo i dati riportati da Fortune, più dell’80% dei cani viene acquistato in Europa. Già nel 2020 la commissione Forze Armate del Senato americano segnalava costi di acquisto dei cani europei «alle stelle», a causa del numero limitato di allevatori (Military Times). E soprattutto: per avere 100 cani operativi bisogna acquistarne e addestrarne circa 200, perché meno della metà supera un percorso di circa tre anni.

Fermiamoci su questo dato, perché è il cuore della questione. Se metà dei cani non arriva in fondo, il problema è davvero il loro DNA? O è anche il modo in cui vengono allevati, socializzati, selezionati, addestrati e gestiti? Warhound legge un fallimento di sistema come un difetto del cane, e propone di correggere il cane.

Cosa non vediamo quando si parla di clonazione

Ogni volta che si parla di cani clonati, la foto è quella del cucciolo sano e identico all’originale. Quello che resta fuori dall’inquadratura sono gli altri cani.

Il primo cane clonato della storia, Snuppy, nacque nel 2005 in Corea del Sud dopo il trasferimento di 1.095 embrioni ricostruiti in 123 cagne riceventi: tre gravidanze, due cuccioli nati, uno sopravvissuto (Lee et al., Nature, 2005). Da allora le tecniche sono migliorate e i cani clonati nel mondo sono oltre mille (Scientific Reports, 2022), ma la clonazione resta una procedura che richiede donatrici di ovociti e madri surrogate sottoposte a trattamenti ormonali e interventi invasivi.

Lo dice senza giri di parole Lisa Moses, veterinaria e bioeticista di Harvard, intervistata da Scientific American: la clonazione è ancora «un processo piuttosto inefficiente» e richiede che molti cani subiscano procedure invasive per produrre un solo cucciolo (Scientific American via Yahoo News). Ben Novak, chief scientist di Revive & Restore, aggiunge il dubbio scientifico: i tratti che rendono eccellente un cane da lavoro possono dipendere da centinaia o migliaia di varianti, e non è affatto chiaro quale elemento genetico produca cosa. Persino Robert Lanza, tra i pionieri della clonazione, ritiene gli obiettivi raggiungibili ma «molto improbabili senza molti, molti fallimenti e difetti».

Ogni “unità” consegnata in abbonamento porterà con sé un costo in vite animali che non comparirà in nessuna fattura.

Un cane non è il suo genoma

C’è poi un equivoco di fondo, che avevamo già affrontato parlando della clonazione dei cani da compagnia: un clone è una copia genetica, non una copia dell’individuo. Un cane militare eccellente è il risultato di un genotipo, certo, ma anche di una storia: la madre, la socializzazione, le esperienze dei primi mesi, il metodo di addestramento, la relazione con il conduttore. Nessuna di queste cose si conserva in un congelatore vicino a Dallas.

È lo stesso motivo per cui sosteniamo che il modo in cui educhiamo e addestriamo dice molto di come vediamo gli animali. Se il cane è un “sistema autonomo”, allora le sue prestazioni sono una specifica tecnica da replicare. Se il cane è un soggetto, le sue prestazioni nascono da una relazione, e non si clonano.

Dalla selezione all’ingegneria: il salto

Qualcuno obietterà: l’uomo modifica i cani da millenni. È vero, ed è un’obiezione che io stesso ho posto a Roberto Marchesini quando abbiamo discusso dei beagle anallergici modificati con CRISPR. La sua risposta, che trovate nel nostro articolo Bioetica e cani: possiamo, ma è lecito?, è che la differenza sta nel metodo: la selezione sceglie tra varianti già presenti, l’ingegneria genetica interviene direttamente sul genoma. E una volta aperta quella porta su una specie, non sappiamo dove porterà.

Warhound è un esempio perfetto. Si parte dalle malattie ereditarie, obiettivo che nessuno può contestare. Ma nella stessa frase si annunciano «potenziamenti futuri», senza dire quali. Più resistenza? Meno paura? Meno sensibilità al dolore? Quando il committente è un esercito, la domanda su cosa sia un “miglioramento” non riguarda più il benessere del cane: riguarda la sua utilità.

È ciò che Marchesini chiama esproprio adattativo: nei domestici la pressione evolutiva viene sostituita da una selezione che avvantaggia l’uomo. Con Warhound questo esproprio diventa un modello di business, con il patrimonio genetico dei cani migliori trasformato in un asset proprietario e licenziato da una società privata.

Il cane non sceglie la guerra

C’è infine la questione più scomoda. I cani militari non hanno scelto di andare in guerra, e non possono dare alcun consenso. Il loro impiego solleva già oggi interrogativi seri, come abbiamo raccontato a proposito delle accuse sull’uso dei cani militari a Gaza. Progettarli geneticamente per quello scopo, e venderli come un servizio continuo, significa spostare il cane ancora di più dalla parte degli strumenti. Ma sulla scelta, entriamo in un campo minato, non scelgono neppure di passare la vita su un divano, ma questa è un’altra storia.

Va riconosciuto un elemento positivo: l’American Humane Society certificherà i programmi di addestramento e aiuterà a ricollocare i cani a fine carriera presso i loro conduttori. È giusto. Ma è anche rivelatore che, in un progetto da 200 milioni, la parte che parla del cane come individuo arrivi solo alla fine, quando ha smesso di servire. In Italia per esempio, il governo nell’ultima finanziaria non ha pensato ai cani poliziotto in pensione.

Cosa pensiamo noi

Non siamo contrari alla genetica, né alla ricerca: i test genetici per individuare malattie ereditarie e orientare un allevamento responsabile sono strumenti preziosi. Siamo contrari all’idea che ogni limite del cane sia un bug da correggere e che la risposta a un problema di allevamento, benessere e addestramento sia produrre cani su specifica.

Se il problema è che gli Stati Uniti dipendono dagli allevatori europei e che metà dei cani non completa l’addestramento, le risposte meno spettacolari esistono già: programmi di allevamento nazionali con ampia base genetica, attenzione allo sviluppo comportamentale dei cuccioli, metodi di addestramento basati sulla relazione e non sulla coercizione, valutazione onesta di ciò che si chiede a un cane. Costano meno di 200 milioni e non richiedono madri surrogate.

Lamm, alle critiche dei genetisti sul metalupo, ha risposto più o meno che «un cane resta un cane». Ha ragione. Ed è proprio per questo che non può diventare un abbonamento.


Per approfondire

Se volete andare oltre la cronaca, nella biblioteca di Dogsportal® Academy trovate il webinar Parliamo di bioetica nel cane e nel gatto con Roberto Marchesini: selezione e ingegneria genetica, eutanasia e responsabilità, consenso informato. Gli strumenti per ragionare su casi come Warhound, senza dogmi e senza slogan. È incluso nell’abbonamento all’Academy.

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Fonti


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Rocco Voto

Rocco Voto è fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore Pet, si occupa di divulgazione scientifica e cultura cinofila. Promuove un approccio basato su etica, competenza e benessere animale, per offrire un'informazione utile e lontana da mode passeggere.

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