Cani da ricerca e naso elettronico: cosa ci dice il nuovo studio
Un sensore può aiutarci a capire che cosa sta segnalando un cane da ricerca? Un nuovo studio australiano prova a confrontare le risposte di tre cani con quelle di un naso elettronico. I risultati aprono domande interessanti, ma non dimostrano che una macchina possa sostituire il cane.
Quando guardiamo un cane al lavoro, vediamo dove si ferma, come si muove e quando segnala. Non possiamo però annusare quello che annusa lui. È da questa distanza tra la nostra percezione e la sua che parte la ricerca di Amber O. Brown e colleghi, pubblicata il 21 ottobre 2026 su PLOS One: confrontare le segnalazioni canine con misure strumentali degli odori presenti sul terreno.
Tre cani, un naso elettronico e una sola sepoltura
Il lavoro, svolto presso la struttura di ricerca AFTER della University of Technology Sydney, ha coinvolto tre cani della polizia del Nuovo Galles del Sud specializzati nella ricerca di resti umani. Il dispositivo NOS.E, dotato di sensori per diverse classi di composti volatili, è stato utilizzato sulla stessa sepoltura sperimentale, insieme ad analisi chimiche di laboratorio.
La pubblicazione è recente, mentre le prove sul campo risalgono al 2020. Sono state condotte in sei giornate, circa tre–cinque mesi dopo la sepoltura di un donatore umano. Non tutti i cani erano presenti ogni volta, a causa dei loro impegni operativi. È dunque uno studio pilota, non una prova su larga scala.
Se il cane non segnala, che cosa significa?
La domanda sembra semplice: se una sorgente è presente, perché il cane non dovrebbe trovarla? Il problema è che presenza della sorgente e disponibilità dell’odore non sono la stessa cosa. In questa ricerca gli autori hanno confrontato le risposte prima e dopo l’introduzione di sonde nel terreno, che favorivano la fuoriuscita dei composti dalla fossa.
Dopo quell’operazione aumentavano i segnali strumentali e i cani riuscivano a localizzare la sepoltura. Le osservazioni suggeriscono che siano importanti sia le classi di sostanze presenti sia la loro concentrazione. Non consentono però di stabilire una regola universale su ciò che ogni cane percepisce.
È un tema che attraversa da tempo la cinofilia scientifica: nel nostro archivio lo abbiamo affrontato anche nel contenuto dedicato ad Adee Schoon e alla scienza dell’olfatto. Capire il fiuto richiede di osservare il cane e di interrogarsi sulle condizioni in cui lavora.
Che cosa lo studio non dimostra
Le correlazioni tra intensità dei sensori e tipo di segnalazione non erano statisticamente significative dopo la correzione per confronti multipli. Il numero di cani e di osservazioni era limitato; una sola sepoltura non rappresenta la varietà di terreni, condizioni ambientali e sorgenti che si possono incontrare sul campo.
Le prove non erano in doppio cieco: il responsabile dell’addestramento conosceva la posizione della fossa. Inoltre, tornando sullo stesso sito, i cani potevano acquisire familiarità con il luogo. La valutazione delle loro risposte utilizzava anche il giudizio dell’istruttore e il confronto con i segnali di NOS.E: non era quindi una validazione completamente indipendente del dispositivo. Nell’ultima giornata una sonda perforò accidentalmente i resti, liberando altri composti: gli stessi autori avvertono che quei segnali non rappresentano una ricerca ordinaria.
Per questo non sarebbe corretto ricavare una percentuale generale di affidabilità, proclamare un vincitore o trasferire i risultati a ogni attività di soccorso.
I cani robot sostituiranno i cani veri?
È una domanda che accompagna spesso le immagini dei robot quadrupedi. Questo studio, però, non sperimenta un cane robot: NOS.E è un sistema di sensori, non un quadrupede autonomo. Non verifica se una macchina sappia cercare, muoversi e collaborare con una persona come fa un’unità cinofila.
Il contributo possibile è più circoscritto: affiancare alle segnalazioni del cane informazioni misurabili sull’ambiente olfattivo. Potrà aiutare a progettare prove più accurate e a capire meglio certe mancate segnalazioni? È un’ipotesi da verificare con più cani, più siti e protocolli adeguati. La sostituzione del cane non è una conclusione di questo lavoro.
Su un impiego diverso, la ricerca di esplosivi, abbiamo raccontato anche l’evoluzione degli standard ECAC. Non sono risultati direttamente confrontabili: cambiano il compito, gli odori bersaglio e i criteri di valutazione.
Il fiuto è anche un lavoro di squadra
Per chi desidera esplorare il ruolo del cane e del conduttore, resta attuale la nostra intervista su cognitivismo nei cani da ricerca e soccorso con Stefano Mozzettini. Un esempio concreto, distinto dalla ricerca di resti umani, è il ritrovamento a Cantalupa raccontato nel 2025, in cui le indicazioni delle unità cinofile contribuirono al lavoro dei soccorritori.
La domanda aperta, allora, è anche questa: quali strumenti ci aiutano a comprendere meglio il lavoro del cane, senza attribuirgli infallibilità e senza ridurlo a un sensore? Questo studio offre un primo confronto sperimentale. Per risposte più ampie serviranno altre prove.
Chi vuole approfondire può consultare il testo scientifico originale, sottoposto a revisione paritaria, e il repository di dati NOS.E e codice indicato dagli autori. L’articolo è firmato da Amber O. Brown, Sandali Alahakone, Erin Lamb, Daniel Pasin, Darryl Hawker, Taoping Liu, Wentian Zhang, Shari L. Forbes, Steven Su e Maiken Ueland.
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