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Il ritorno delle specie estinte? Una riflessione etica oltre la fantascienza

Il ritorno delle specie estinte: dalla suggestione del metalupo alla possibilità del mammuth – perché la de-estinzione solleva più domande che entusiasmi, tra genetica, etologia e responsabilità ambientale

Di Roberto Marchesini

Il tema della de-estinzione, che oggi torna alla ribalta con la questione del metalupo, che si suppone in modo erroneo sia stato risvegliato dal sonno del passato, è da qualche decennio argomento di dibattito tra naturalisti, ecologi e bioeticisti.

Il ritorno delle specie estinte è un argomento complesso che richiede un’attenta analisi.

Si tratta di una questione ricca di sfaccettature che merita una discussione analitica, cioè punto per punto.

Andando oltre l’argomento di attualità, se si tratta del ritorno dell’enocione (Aenocyon dirus) oppure se siamo di fronte a una pur complessa attività di editing genetico, parlare di de-estinzione apre numerosi interrogativi. 

Sappiamo che il prossimo candidato è il mammuth, il cui risveglio dal freddo della Siberia è già materia di studio, nel paradosso dell’attuale scioglimento dei ghiacciai. 

Dove metteremo il mammuth?

Forse nella Groenlandia trumpiana a competere con l’estrazione di terre rare?

O è più probabile che finisca in uno zoo?

Ma torniamo ai nostri interrogativi. 

Il primo, forse il più generico ma anche quello di base, è quello di chiedersi se sia possibile parlare del ritorno di una specie, prescindendo dall’habitat e dall’apprendimento sociale. 

Difatti, stiamo parlando di mammiferi cioè di animali che hanno una complessa ontogenesi parentale e un rapporto con l’ambiente basato sull’eredità di nicchia. Vorrei aggiungere, peraltro, che nel caso del mammuth, conoscendo i proboscidati attuali, dovremmo parlare anche di componenti culturali.

Ma poi ci sono anche questioni più di ordine biologico.

Sappiamo infatti che il fenotipo è dato dal rapporto tra patrimonio genetico e fattori epigenetici intracellulari e di ambiente di sviluppo, fattori che non potrebbero essere assolti visto che il patrimonio genetico verrebbe inserito all’interno di una cellula di un animale attuale e impiantato in un animale attuale.

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C’è indubbiamente un aspetto di fascino, inutile negarlo.

Da piccolo, andavo ancora alle scuole elementari, sognavo di avere una macchina del tempo per osservare le trilobiti del Cambriano, i grandi anfibi del Devoniano, i primi rettili del Permiano e poi il mondo dei dinosauri e la moltitudine di mega-mammiferi del Miocene.

Quando nel 1993 uscì il film di Spielberg Jurassic Park fu per me un divertimento assoluto e mi identificai subito con i due paleontologi Alan Grant e Ellie Sattler e con il loro stupore.

Quindi sarei ipocrita nel non ammettere che avrei una curiosità indicibile nel vedere un mammuth. 

Ma poi ci sono un gran numero di interrogativi cui non è facile dare risposta: per metterlo dove, per farlo stare con chi, nel dubbio che sia un soggetto sofferente. Ora io penso che anche in questo caso si debba ritornare alla domanda classica della bioetica:

tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche lecito?

Un animale ha una sua costituzione interna, che normalmente associamo – sbagliando – alle caratteristiche genetiche; ma anche volendo seguire questa visione, oggi sappiamo che un genoma definisce un insieme di possibili esiti fenotipici, che variano a seconda dell’ambiente in cui la traduzione gene-proteina si realizza.

Nell’idea di credere nel determinismo genetico non rischiamo forse di far rientrare dalla finestra ciò che faticosamente Darwin aveva accompagnato alla porta, ossia l’essenzialismo? 

E poi vogliamo faticosamente riportare in vita animali estinti e non ci curiamo delle migliaia di specie che ogni anno lasciamo estinguere? 

Si tratta solo di alcune delle domande che dovremmo porci, per cui sarebbe auspicabile lasciare il metalupo della serie il Trono di Spade nel regno della fantasia.

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