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Educazione e addestramento dicono come vediamo gli animali

Il confronto tra rinforzo positivo e correzioni non è solo una questione tecnica, perché dentro c’è anche un’idea di animale

Quando si parla di educazione e addestramento del cane, la discussione viene quasi sempre trattata come una questione tecnica: che cosa funziona meglio, in quanto tempo, con quali risultati. Uno studio pubblicato su Anthrozoös da un gruppo di ricercatori delle università di Copenaghen ed Edimburgo (Tracy Weber, Thomas Bøker Lund, Björn Forkman, Kevin McPeake, Iben Meyer e Peter Sandøe) sposta il ragionamento altrove. Secondo gli autori è il primo lavoro a mostrare un legame diretto tra i metodi che una persona usa con il proprio cane e il modo in cui, più in generale, pensa agli animali.

La ricerca si basa su un questionario online somministrato a 964 persone che vivono con un cane negli Stati Uniti, delle quali 500 hanno soddisfatto i criteri di inclusione. Il termine usato dagli autori, training, comprende sia quella che in Italia chiamiamo educazione sia l’addestramento vero e proprio, quindi le tecniche indagate riguardano tutto ciò che si fa per insegnare qualcosa al cane. Ai partecipanti è stato chiesto quanto spesso usassero diversi strumenti e, in parallelo, di rispondere a una serie di affermazioni sul rapporto tra esseri umani e animali, con una scala che distingue quattro orientamenti etici: diritti degli animali, protezione degli animali, antropocentrismo e utilitarismo di senso comune. In sostanza, chi ha un orientamento antropocentrico considera gli animali a disposizione dei bisogni umani; chi si riconosce nella protezione ammette l’uso degli animali ma ritiene che vada garantito il loro benessere; chi si riconosce nei diritti attribuisce agli animali un valore morale paragonabile a quello umano.

I dati sulle abitudini raccontano già qualcosa. Il 97% dei partecipanti dichiara di usare l’elogio verbale e l’86% usa almeno qualche volta bocconcini o giochi come premio; allo stesso tempo il 46% ammette di ricorrere, a volte, a qualche forma di correzione o punizione, il 25% a metodi fisicamente aversivi come gli strattoni al guinzaglio, e solo il 18% circa si affida esclusivamente a metodi basati sul rinforzo positivo. Il quadro è meno polarizzato di quanto suggerisca il dibattito online, dove le due posizioni sembrano campi contrapposti: nella pratica quotidiana la maggior parte delle persone mescola strumenti diversi.

Il risultato centrale arriva dall’analisi statistica. Più il punteggio antropocentrico è alto, meno la persona usa il rinforzo positivo e più ricorre alle correzioni fisiche, con differenze statisticamente molto solide. Al contrario, chi ottiene punteggi alti nella protezione degli animali tende a usare più rinforzo positivo e meno correzioni fisiche, e anche l’orientamento dei diritti degli animali risulta associato a un uso minore di correzioni fisiche. Come ha sintetizzato Sandøe nel comunicato dell’università di Copenaghen, l’addestramento non è un’attività neutra: è un’attività in cui la visione che chi la pratica ha dell’animale diventa evidente (traduzione nostra dall’inglese).

Ci sono limiti che vale la pena ricordare. Il campione non è rappresentativo, quindi i numeri non dicono quanto siano diffusi questi metodi nella popolazione generale; la ricerca è stata condotta negli Stati Uniti, e non sappiamo se lo stesso quadro valga in un contesto come quello italiano; i dati sono dichiarati dai partecipanti; infine si parla di associazione, non di causa: lo studio non dice che una certa idea di animale produca un certo metodo, ma che le due cose vanno insieme.

Per noi di Dogsportal il punto più utile riguarda il modo di parlarne. Se la scelta dei metodi di educazione e addestramento dipende anche da valori, allora un confronto che si limita a citare l’efficacia scientifica di una tecnica rischia di non arrivare a destinazione, perché dall’altra parte c’è una visione del cane che nessun grafico basta a spostare; è un tema che si inserisce nell’evoluzione dei modelli di benessere e addestramento di cui abbiamo già scritto. Gli stessi autori riferiscono che le persone che usano correzioni fisiche si sentono facilmente giudicate, anche quando la ricerca è impostata in modo neutro, ed è un elemento che chi lavora con i cani, educatori e addestratori in primis, dovrebbe tenere presente. Capire con quale idea di animale arriva l’umano di riferimento non è un dettaglio secondario del lavoro: è il punto da cui partire per costruire un percorso che poi regga nella vita quotidiana. Resta aperta la domanda su come cambierebbero i numeri con un campione italiano, e sarebbe una ricerca che varrebbe la pena vedere.

Fonti: Anthrozoös (Weber et al., vol. 39, n. 1, 2026), University of Copenhagen, Psychology Today, EurekAlert

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Rocco Voto

Rocco Voto è fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore Pet, si occupa di divulgazione scientifica e cultura cinofila. Promuove un approccio basato su etica, competenza e benessere animale, per offrire un'informazione utile e lontana da mode passeggere.

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