Cani curiosi dall’India: i veri Pariah e i loro cugini

Il subcontinente indiano è una delle aree geografiche più popolose al mondo: se sono così tanti gli umani che vivono qui (quasi un miliardo e mezzo di persone nella sola India), anche i cani non sono pochi. È l’India infatti il Paese che detiene il record di maggior numero di cani liberi presenti sul territorio, tra campagne e città: l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima il loro numero attorno ai 35 milioni di individui!

Quelli che oggi sono più noti nella letteratura cinofila come “cani da villaggio” (a cui ho dedicato già altri articoli), portano un nome storico che richiama proprio l’india: sono detti Cani Pariah, e pariah è una denominazione locale mutuata dagli Occidentali per indicare gli Indiani appartenenti alla fascia più bassa della popolazione, gli emarginati quindi, sia umani che – per slittamento di significato – canini. Talvolta questi cani sono anche chiamati pye-dogs o pi-dogs, probabile corruzione linguistica del nome tipico già citato.
Sono letteralmente “cani fatti a cane”, i più primitivi, lupoidi di media taglia nati per sfruttare al meglio la vicinanza con noi esseri umani fin dagli albori della civiltà. Storicamente mal visti come portatori di malattie e mangiatori di immondizia, ora stanno riscuotendo una nuova fama grazie alla loro frugalità come cani da compagnia e da guardia: sono oggi più noti con il nome inglese di Indian Pariah dogs, e col nomignolo di INDogs o Desi dogs (desi è un aggettivo che designa qualcosa di tipicamente indiano).

Ogni popolazione indigena umana, ha la sua popolazione canina annessa: tra i cani pariah dell’India, i più omogenei e primordiali sono i Cani dei Santal, che prendono appunto il nome dalla popolazione Santal dell’India Occidentale: sono cani lupoidi tutti rossi di manto (tratto che li separa dalle altre famiglie affini), per il resto in nulla differenti dai più ordinari cani da villaggio… e dal mitico dingo, cane selvatico per antonomasia.


Presso i Santal questi cani sono apprezzati come cacciatori: seguono la preda in muta ed emettono uggiolii quasi come i nostri segugi durante la caccia, mentre in altri contesti non usano abbaiare, anzi piuttosto ululano in branco, come altri cani molto primitivi. Nella mitologia Santal essi sono associati alla dea della foresta e della caccia Chandi: curioso parallelismo con Diana-Artemide della mitologia classica!

Una coppia di Cani dei Santal dal tipico mantello rosso.

Non tutti i cani pariah, frutto per lo più della selezione naturale, nascono agili e snelli, ma non per questo non possono trovare un posto attorno ai villaggi umani, e… la possibilità di metter su la loro stirpe! Questo è sicuramente il caso del Kattai: il suo nome significa basso nella lingua dei Tamil dell’India del sud, perché la sua caratteristica, forse fissata per isolamento geografico o forse per mano dell’uomo, è il nanismo, che rende le sue strane proporzioni al pari del famosissimo Basset hound. Cane robusto nonostante tutto, è un guardiano di proprietà e armenti, oltre che un valente cacciatore, come gran parte dei cani da villaggio.

Un Kattai con le sue zampette corte.

Se si vive tra spiagge assolate e paludi, il pelo folto non è necessario: il Jonangi (o Kolleti jagila) è un cane da villaggio che sembra quasi glabro, tanto che sotto il suo finissimo pelo s’intravedono spesso le macchie della pelle, e la prima volta che mi sono imbattuto in una foto di questa razza ho creduto di aver trovato un nuovo cane nudo, solo meno noto di quelli sudamericani. Si tratta di un cane semiselvatico,che pure non abbaia quasi mai, se la cava per conto proprio e anzi è noto per l’abilità con cui scava la propria tana nel morbido terreno del suo ambiente naturale, verso le coste dell’Andhra Pradesh (India nord-occidentale).
Quando un tempo era tenuto come animale domestico, la sua dimestichezza con l’ambiente acquatico lo rendeva adatto a un compito assai curioso, ovvero quello di custode e conduttore di anatre. Nei decenni più recenti, le popolazioni della sua zona sono passate dall’allevamento tradizionale allo sfruttamento delle risorse del mare, e il Jonangi è ora in forte pericolo di estinzione.

Una Jonangi dalla pelle maculata.

Sempre nella regione dell’Andhra Pradesh, ma nell’entroterra e non verso il mare, un altro cane particolare e molto raro vive e caccia con le popolazioni indigene: è il Pandikona, il cui nome porta in sé la parola pandi, che in lingua Telugu significa “cinghiale”. Inutile dire che si tratta di un cane da caccia grossa, specializzato nell’attaccare i cinghiali, che vengono poi finiti dai cacciatori del villaggio di Pattikonda con le tipiche lance dette ballem.
Lupoide di taglia media dal manto corto e solitamente fulvo o pezzato, è piuttosto aggressivo e rinomato anche come guardiano. Secondo le credenze popolari, i giovani cani destinati alla caccia vengono marchiati sui fianchi con la lama di coltelli, sia come distintivo che per aumentare il loro ardore venatorio… Per ragioni più pratiche e meno discutibili, anche le loro orecchie – altrimenti lunghe ed erette, facili a ferirsi – vengono mozzate.

Un Pandikona: notare le orecchie mozze e le cicatrici ai lati del corpo.

Oltre alle orecchie, al Cane dei Tangkhul (Tangkhul hui) viene mozzata anche la coda, perché il folklore di questo popolo – i Tangkhul Naga – abitante nel Manipur al confine con il Myanmar, vuole che i loro cani da caccia somiglino alla loro stessa preda: l’orso nero asiatico. Cane rarissimo, di taglia poco superiore alla media, ha fisico robusto e manto folto di colore nero, spesso con macchie bianche. Nonostante sia una razza canina conservata con gelosia dal popolo a cui è legata, molti degli ultimi soggetti viventi sono oggetto di commercio con alcuni altri Paesi asiatici a scopo di macellazione.

Quattro esemplari di Cane dei Tangkhul di varie età.

Come le due razze presentate nei paragrafi precedenti, il Combai è un cane allevato per la caccia, nel suo caso sia al cinghiale che all’orso (labiato, la specie del famoso Baloo dei romanzi di Kipling).
Noto e temuto per il suo temperamento focoso, ha una qualche somiglianza estetica con il Rhodesian ridgeback o per lo meno i suoi progenitori nativi, con cui condivide il colore del mantello e il coraggio di cacciatore. In ogni caso, si tratta di una razza tutta indiana, che sembra esser già stato apprezzato presso i sovrani Marvar addirittura nel IX secolo a.C., nella città di Combai, che gli dà il nome.
Durante l’assedio britannico della città di Kalayarkoil, dominata dai fratelli Marudu signori di Sivaganga, intorno alla seconda metà dell’Ottocento, si narra che non fu possibile ai militari penetrare nel palazzo reale, se non dopo aver ucciso l’intera muta di Combai tenuti dai sovrani come cani da guardia!
Oggi rischia l’estinzione, sia per il suo aspetto non molto appariscente, che per le sue caratteristiche comportamentali, troppo spinte e non più gradite ai cinofili moderni del suo Paese.

Un elegante Combai sdraiato.

Concludiamo questo viaggio in India con un piccolo cane che è davvero cosmopolita, e fa compagnia a quasi ogni popolo del mondo fin dai tempi preistorici: quello che noi chiamiamo volpino, il cui parente indiano è l’Indian spitz.
Frutto del contatto con gli spitz locali e quelli tedeschi portati in India dagli Europei nel XIX secolo, è un cane di taglia medio-piccola dal pelo solitamente bianco, ma talvolta anche pezzato. Oggi è spesso confuso col cosiddetto Volpino di Pomerania, ma è stato rilanciato come cane locale da guardia e compagnia (oltre che ex cacciatore di piccoli animali nocivi) anche grazie al grande schermo di Bollywood, in cui figura come accattivante presenza animale già dagli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, periodo in cui pare che abbia vissuto un certo boom di popolarità.

Un candido Indian spitz.

Mattia Ceruti

Nato a Monza il 6 gennaio 1997, il mondo animale (dalla zoologia all'etologia, fino alla zootecnia, e alla cinofilia in particolare) è la mia massima passione fin dai tempi del passeggino. In barba alla spasticità che affligge le mie gambe, cammino, cammino e ancora cammino. E quando sto fermo, scrivo, scrivo e ancora scrivo, meglio se a proposito di animali misteriosi e sconosciuti, cani ampiamente inclusi. Sempre che non ci sia qualche animale da osservare dal vivo, o libro interessante da leggere, o bel soggetto da fotografare o ritrarre! Non brillando certo per socievolezza e mondanità, il mio migliore amico è ovviamente il mio - ormai vecchio - cane Clint: bestiaccia indocile da sempre, è però anche grazie a lui che sono diventato il cinofilo che sono ora, e che posso “fregiarmi” del titolo di addestratore ENCI diplomato, e con una ambizione su tutte: aprire le porte della cinofilia pratica ad altri disabili oltre a me, ed educare le giovani generazioni (e non solo) a un rapporto sano e attivo con i nostri amici e ausiliari a quattro zampe.

Mattia Ceruti
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