Franco il cane ucciso a fucilate: una tragedia che non può restare impunita
Il dramma di un rifugio antispecista: l’ennesima vittima della violenza
A Monte San Pietro, in una fredda mattina di febbraio, Franco, un cane amato e conosciuto nel rifugio antispecista Riot Dog, è stato brutalmente ucciso da un colpo di fucile. Una vicenda drammatica che solleva interrogativi inquietanti sulla sicurezza degli animali nei boschi e sulla libertà di chi detiene armi, spesso con conseguenze fatali.
Secondo quanto riportato dal rifugio, Franco era in passeggiata con un volontario e un’altra cagnolina, Clochette, quando uno sparo ha infranto il silenzio del bosco. Da quel momento, una corsa disperata per cercare di capire cosa fosse accaduto. Il segnale GPS di Clochette, improvvisamente in movimento a 60 km/h, suggeriva che fosse stata caricata in un’auto. Poco dopo, il GPS è stato ritrovato in un laghetto, gettato via da mani umane.
Ore di ricerche febbrili hanno condotto alla tragica scoperta: il corpo di Franco era stato abbandonato in un cespuglio, con un foro di proiettile nel fianco. Un’esecuzione a sangue freddo, non un incidente.
Un delitto senza giustificazione
Il rifugio Riot Dog esclude l’ipotesi di un incidente di caccia. Il periodo venatorio era chiuso, e la polizia locale ha confermato l’assenza di battute di selezione in quella zona. Questo significa che chi ha sparato lo ha fatto deliberatamente, consapevole del proprio gesto.
Secondo i volontari del rifugio, il colpevole potrebbe essere una persona ben inserita nell’ambiente venatorio locale, capace di muoversi con un fucile senza destare sospetti. Il fatto che il GPS sia stato intenzionalmente eliminato e che il corpo di Franco sia stato nascosto fa pensare a un’azione premeditata.
Libertà o controllo? Il diritto degli animali a vivere senza catene
Una delle accuse più comuni in casi come questo è che il cane dovesse essere tenuto al guinzaglio. Ma dal rifugio arriva una risposta chiara: Franco era libero perché era amato. La libertà non è un privilegio, ma un diritto, e rinchiudere gli animali per paura che vengano uccisi non è una soluzione accettabil
Questo caso richiama tragicamente alla memoria la vicenda di Argo e Fiamma, i due cani pastore uccisi in Val Chisone da un cacciatore che li aveva scambiati per lupi. Anche in quel caso, la giustizia non ha fatto il suo corso: il caso è stato archiviato. Una tendenza preoccupante che lascia impuniti troppi episodi di violenza contro gli animali.
📖 Leggi di più sulla storia di Argo e Fiamma: Due spari, nessun colpevole: chiusa la vicenda di Argo e Fiamma
Una battaglia di civiltà
La vicenda di Franco non è un caso isolato. Ogni anno, in Italia, vengono uccisi per divertimento più di 100 milioni di animali. Un numero impressionante, a cui si aggiungono:
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- Tonnellate di piombo disperse nell’ambiente, inquinando suolo e acqua;
- Milioni di animali allevati e rilasciati per poi essere abbattuti;
- Migliaia di vittime di esche avvelenate, lasciate nei boschi da chi vuole eliminare predatori e competitori della caccia;
- Numerosi incidenti mortali, che coinvolgono non solo cacciatori ma anche persone estranee all’attività venatoria.
In questo contesto, l’animalicidio ( che noi vorremmo diventasse un reato ben definito) di Franco assume un valore simbolico ancora più forte: è il riflesso di una cultura della violenza che ancora oggi trova troppa tolleranza e impunità.
Chi ha sparato dovrà essere identificato e punito. Ma la battaglia va oltre il singolo responsabile: è necessario un cambiamento culturale e normativo che metta fine a questi episodi.
Franco non era “solo un cane”. Era un essere vivente, parte di una famiglia, un compagno di vita per i volontari del rifugio. La sua morte deve servire da monito affinché casi come questo non si ripetano.
💬 Cosa ne pensano i lettori di Dogsportal.it? Come possiamo prevenire questi episodi? Scriveteci nei commenti.
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