Il caso Report e il problema della trasparenza in cinofilia
L’inchiesta sugli allevamenti e il silenzio del settore
L’ultima puntata di Report ha acceso i riflettori su alcune gravi problematiche legate all’allevamento dei cani in Italia, sollevando questioni che per molti appassionati e professionisti del settore non rappresentano certo una novità. Dalla selezione indiscriminata di riproduttori portatori di patologie genetiche alla mancanza di controlli adeguati, il quadro emerso è preoccupante e mette in discussione l’etica di una parte del mondo allevatoriale.
Come spesso accade con le inchieste giornalistiche, si è scatenato un acceso dibattito, tra chi difende l’operato della trasmissione e chi invece critica il taglio troppo negativo del servizio, accusando Report di non aver dato spazio alle realtà virtuose. Ma è davvero questa la questione centrale?
Il ruolo di un’inchiesta e la responsabilità del settore
Un’inchiesta giornalistica, per sua natura, ha il compito di portare alla luce problemi e criticità, non di fare pubblicità a chi lavora bene. Se Report si è concentrato sugli aspetti negativi, è perché questo è lo scopo del giornalismo investigativo: rivelare storture, omissioni e, se necessario, responsabilità.
Il punto importante non è dunque se la trasmissione abbia o meno raccontato anche il “buono” della cinofilia, ma piuttosto perché il settore stesso non abbia mai costruito un vero e proprio “scudo” fatto di trasparenza, autoregolamentazione e valorizzazione delle buone pratiche.
La cinofilia italiana, tra associazioni di categoria, enti ufficiali e allevatori, avrebbe tutti gli strumenti per promuovere un’informazione chiara e accessibile sulle corrette modalità di allevamento, sugli standard sanitari, sulla selezione etica e sulla tutela del benessere animale. Se questo lavoro fosse stato fatto con continuità e serietà, inchieste come quella di Report non avrebbero avuto un impatto così dirompente.
Abbiamo un problema strutturale?
Uno dei problemi più evidenti, emerso anche dopo la messa in onda del servizio, è la tendenza diffusa nel settore a minimizzare o a non affrontare apertamente certe problematiche.
Chiunque frequenti il mondo della cinofilia sa che da anni circolano voci e informazioni su allevamenti che operano senza scrupoli, sulla vendita di cuccioli con patologie genetiche note, su pratiche discutibili nella gestione della riproduzione.
Eppure, troppo spesso si sceglie di tacere, di non esporsi, di evitare lo scontro.
Questa forma di omertà, più o meno consapevole, ha permesso a certe situazioni di radicarsi, portando alla conseguenza che oggi è una trasmissione televisiva a dover denunciare fatti che il settore stesso avrebbe dovuto affrontare per primo. Il risultato? Un possibile danno d’immagine generalizzato che colpisce indistintamente tutti, anche chi lavora con serietà e professionalità.
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Come costruire una cinofilia migliore?
Se la cinofilia italiana vuole davvero difendersi da inchieste che ne mettono in discussione l’etica, potrebbe cambiare atteggiamento. Questo significa:
- Maggiore trasparenza: gli allevatori seri devono essere i primi a denunciare pratiche scorrette e a rendere pubbliche le proprie scelte in termini di selezione, test genetici e gestione degli accoppiamenti.
- Valorizzazione delle buone pratiche: servono iniziative concrete, campagne di informazione e strumenti di verifica che aiutino i futuri proprietari a distinguere tra allevamenti etici e realtà discutibili.
- Autoregolamentazione e controlli rigorosi: le associazioni di settore devono assumersi la responsabilità di vigilare e intervenire quando necessario, senza lasciare spazio a zone grigie o compromessi.
- Educazione del pubblico: un proprietario informato è il primo baluardo contro le derive negative dell’allevamento. Bisogna insegnare a riconoscere un allevamento serio e a pretendere garanzie reali.
Le polemiche sul servizio di Report non devono distogliere l’attenzione dal vero problema: il settore cinofilo non può più permettersi di rimanere in silenzio di fronte a certe realtà.
Se si vuole costruire una cinofilia sana, “etica” e sostenibile, è necessario uscire dalla logica della difesa a oltranza in modo così corporativista e iniziare a parlare con onestà, senza paura di denunciare ciò che non va.
Gli allevatori, le associazioni e tutti gli attori del settore hanno l’opportunità (e il dovere) di dimostrare che la cinofilia può essere molto più di quello che emerge dalle inchieste televisive. Ma per farlo, devono essere i primi a prendere posizione, senza aspettare che sia un giornalista a farlo per loro.
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