Il fiuto dei cani per individuare il COVID-19: a che punto siamo?

Come si sta vedendo in questi giorni di “seconda ondata”, una delle più grandi difficoltà è quella di individuare per tempo le persone infettate dal Covid-19. La sanità è sotto pressione, i tamponi sono insufficienti e scarseggiano. Purtroppo il virus si diffonde velocemente in tutto il mondo. 

Potrebbe venirci in aiuto il fiuto del cane.

Il fiuto dei cani per individuare il COVID-19: vediamo a che punto siamo?

Il fiuto dei cani per individuare il COVID-19
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In diversi Paesi (fra cui Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Finlandia, Emirati Arabi) si sta cominciando a sperimentare l’uso del cane in questa difficile emergenza.

In particolare si è attivata subito Medical Detection Dogs, l’associazione con base nel Regno Unito di cui dirigo la sezione italiana.

Siamo solo agli inizi, ma una base solida è data dalle esperienze ormai consolidate nel campo della ricerca cinofila olfattiva, impiegata in svariati campi da tempo con successo. In particolare, nel campo delle malattie metaboliche come tumori, diabete, malaria, epilessia. E presto per il Covid-19. 

L’olfatto del cane è incredibile.

Può individuare una tavoletta di cioccolato in un campo di calcio e addirittura distinguere fra la tavoletta di cioccolato al latte e di quello fondente al 70%.

L’olfatto del cane è molto preciso, infinitamente superiore a quello umano e ha una straordinaria capacità di discriminazione. Ovvero, di riconoscere l’odore cercato anche fra altri odori affini.

Su questa capacità è basato l’uso del fiuto del cane in molti campi, dal soccorso nelle catastrofi alla ricerca di droga, esplosivi, antibracconaggio, forense (sulla scena del crimine) e così via. 

I cani che fanno ricerca medica biologica sono specializzati nel campo delle malattie metaboliche.

Sono cani “da laboratorio”, ma con questo termine non intendo cani professionisti come quelli delle amministrazioni pubbliche e delle forze dell’ordine, per esempio quelli che fanno ricerca antidroga, che vivono in box presso la struttura dove “lavorano”.

I cani da ricerca biologica entrano in laboratorio, fanno il loro lavoro specialistico poi tornano tranquillamente a casa con il proprietario.

Il loro benessere è tutelato.

I proprietari portano i cani presso la nostra struttura, nel caso della ricerca sul tumore al polmone eravamo presso l’Università di Milano, facoltà di Medicina veterinaria.

I cani fanno il loro “lavoro”, si divertono anche e poi vengono ricompensati con coccole, bocconcini e un gioco finale; dopo 20 minuti-mezzora di lavoro, con intervalli, e tornano a casa. 

Anche se l’addestramento e il “lavoro” sono quasi un gioco per loro, è un lavoro complesso. Occorre tempo per prepararli e garantire i risultati che poi possono vantare quando entrano in azione.

Nel caso di una ricerca che abbiamo fatto sul tumore al polmone, la percentuale di successo nell’individuare i campioni di urina positivi è stata fra il 95 e il 97 per cento. 

La ricerca è stata realizzata con l’Università di Milano, facoltà di Medicina Veterinaria, e l’IEO, Istituto Europeo di Oncologia. 

In queste ricerche si lavora unicamente su campioni biologici, non direttamente sulle persone. 

Il fiuto dei cani per individuare il COVID-19
Il fiuto dei cani per individuare il COVID-19

Anche nel campo del Covid, dunque, si pensa a impiegare il cane per individuare le persone contagiate.

Tuttavia bisogna muoversi ancora con cautela.

Finora abbiamo lavorato sui campioni di urina per la ricerca sul tumore al polmone, e questo non implica una possibile infezione. Il cane fiuta le sostanze volatili che indicano la presenza di un tumore; diverso è il discorso a proposito dei batteri e dei virus, contagiosi. Il cane dovrebbe annusare non direttamente il virus (che non ha odore) ma il substrato da cui potrebbe rilevarlo (sudore, saliva, urina).

Ma non si sa ancora come si può maneggiare un virus attivo.

Occorre sperimentare e creare un protocollo preciso per la sicurezza sia dell’operatore che del cane.

A quel punto si potrebbe preparare i cani anche in poche settimane.

Lo dimostra l’esperienza svolta in Germania, ad Hannover, nel luglio scorso.

È stata effettuata nel luglio scorso una ricerca da parte dell’Università di Medicina Veterinaria in collaborazione con le forze armate. Hanno lavorato sul virus inattivo in campioni di saliva, con otto cani e centinaia di campioni, e pubblicato i risultati (nel 94% dei casi i cani hanno individuato le persone positive al coronavirus).

Ora hanno iniziato a lavorare sul virus attivo. 

Altre sperimentazioni sono in corso negli aeroporti, a Helsinki in Finlandia, a Dubai e negli Stati Uniti d’America (San Francisco). Ci vogliono 15 minuti per avere l’esito: invece del tampone, si passa una spugnetta o una garza, messa sotto l’ascella della persona, e viene fatta fiutare al cane. Raccolta con tutte le accortezze, viene messa in un contenitore sterile; questo campione viene portato in un laboratorio attiguo e messo a disposizione dei cani. Nel giro di una decina di minuti si ha il risultato e si può dare un responso. 

L’attendibilità anche in questi casi arriva al 95%. 

L’altra sperimentazione importante è quella avviata dalla casa madre inglese dell’associazione di cui sono direttore, Medical Detection Dogs, che da anni prepara i cani che fanno ricerca biologica (per tumore e ora anche malaria) e assistenza (nel caso del diabete).

Medical Detection Dogs con il suo Amministratore delegato Claire Guest nell’aprile 2020 ha deciso di testare i cani anche sull’individuazione del Covid-19, insieme al Professor James Logan, capo del Dipartimento di Malattie Infettive della London School of Hygiene & Tropical Medicine e direttore di Arctec, uno dei più importanti centri di ricerca specializzata inglesi, e con l’Università di Durham. Il principio da cui si parte è che le malattie respiratorie modificano l’odore del corpo e il cane è pronto e abilitato ad accorgersene facilmente.

Inoltre, il cane rileva anche gli sbalzi di temperatura, uno dei sintomi della positività al virus.

Per la sperimentazione sono stati attivati sei cani, fra cui Asher di Claire Guest; gli altri sono due Cocker Spaniel, un Labradoodle (incrocio Labrador – Barbone), un incrocio fra Labrador e Golden Retriever e un Labrador.

La ricerca è complessa e presenta molte incognite, sia per gli aspetti di sicurezza che per la mutevolezza del virus.

Un batterio si può fiutare, un virus invece non ha odore: bisogna individuare il possibile veicolo molecolare odoroso, conseguenza dell’aggressione del virus, che il cane è in grado di rilevare.

Occorre anche individuare quale traccia biologica sia più appropriata da utilizzare correttamente ed efficacemente (sudore o saliva) e se va bene utilizzare tessuti o indumenti delle persone. Vanno individuati il momento e la modalità giusti per i rilevamenti e per la raccolta dei campioni, poiché esistono anche gli asintomatici potenzialmente infettivi. 

Se la ricerca sul Covid-19 avrà successo si ipotizza che i cani possano essere usati, ad esempio, negli aeroporti alla fine della pandemia: potrebbero testare un centinaio di persone allo sbarco in un paio di minuti, e riconoscere immediatamente chi è ancora affetto dal virus bloccando così l’emergere di nuovi focolai. 

Un segno incoraggiante è che il metodo messo a punto da MDD è già stato applicato con successo anche ad altre patologie, ultima la malaria. Sempre con l’università di Durham, MDD ha realizzato uno studio nel 2018 facendo discriminare dai cani, fra calzini provenienti dal Gambia, quelli di portatori di malaria. Il labrador Sally e l’incrocio tra Labrador e Golden retriever Lexi hanno annusato 175 calzini di cui 30 di individui malati. Hanno individuato correttamente il 90% dei sani e il 70% di quelli malati. Con un addestramento più intenso, i risultati possono sicuramente migliorare. Ciò significa che un altro flagello potrebbe essere contenuto, utilizzando magari, anche in questo caso, i cani negli aeroporti per individuare dall’odore delle persone i parassiti tipici della malaria.

Riassumendo. 

Ovviamente, questi screening veloci, non invasivi ed economici non sostituiscono tamponi e test sierologici, andrebbero valutati e semmai confermati con le metodologie mediche, e gestiti con le strutture sanitarie. Possono però fare una prima scrematura e fare risparmiare tempo, energie e denaro. 

Per lavorare con i cani bisogna avere accesso a una biobanca, con la Sanità.

Gli esperti cinofili contribuiscono con la parte tecnica, l’Università con la scientifica, la Sanità con la gestione dei campioni biologici e i relativi protocolli e controlli. 

Aldo La Spina

Aldo La Spina Esperto di comportamento animale riconosciuto a livello internazionale da APBC (Association of Pet Behaviour Counselor), educatore cinofilo ed esperto cinofilo nell’area comportamentale, è docente presso università ed enti di formazione. Dirige il centro di formazione cinofila Pet Format Net e il Centro Cinofilo Europeo. Già fra i fondatori e vicepresidente nazionale di APNEC, Associazione Professionale Nazionale Educatori Cinofili, è Presidente di APNOCS, Associazione Professionale Nazionale Operatori Cinofili per fini Sociali che si occupa di Interventi Assistiti con Animali (Pet Therapy) e cani d’assistenza, e direttore tecnico di MDDI – Medical Detection Dogs Italy onlus, che si occupa di cani d’allerta medica e per la ricerca biologica. È consulente per enti pubblici e privati. È autore dei libri Il cane nella pratica veterinaria (Edra), Manuale di educazione cinofila (Lswr), Emozioni a sei zampe (Terra Nuova), 100 idee per giocare con il tuo cane, In forma con il cane, Come calmare il cane, Come fare il Dog Sitter, I segreti per la lunga vita del tuo cane (De Vecchi), Gli straordinari talenti del tuo cane (Lswr).

Aldo La Spina
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