Il pagamento delle Unità Cinofile nei grandi eventi: vuoto normativo, dumping economico e rischio sistemico
Di Francesco Piliego
In occasione dei grandi eventi internazionali – come i Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 ,il tema dell’impiego delle Unità Cinofile operative assume una rilevanza strategica. Tuttavia, parallelamente alla crescente richiesta di servizi di cani da rilevamento (EDD, NDD, ricerca armi, supporto alla sicurezza urbana), emerge un nodo strutturale irrisolto: la totale assenza di un quadro normativo organico che disciplini in maniera chiara l’impiego delle Unità Cinofile nel settore privato.
Il recente dibattito sui compensi proposti ,nell’ordine di 13 euro lorde/ora azienda, non è una questione meramente economica. È un sintomo di un problema più profondo: la mancanza di riferimenti giuridici, tecnici e fiscali certi per il comparto.
Il quadro normativo italiano: cosa dice (e cosa non dice) la legge
Il riferimento normativo primario in materia di sicurezza privata è il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (R.D. 773/1931). Poi è necessario muoversi tra art. 134 TULPS, DM 154/2009 e DM 269/2010, per tutto quello che riguarda la sicurezza privata ed i servizi “delegati” al privato. (ma questo necessiterebbe di un approfondimento a parte)
Tuttavia:
- Le attività svolte con unità cinofile in fase preventiva ed in determinate circostanze non sono espressamente disciplinate.
- Non esiste una norma specifica che qualifichi giuridicamente l’impiego di un cane per la ricerca preventiva di esplosivi o stupefacenti in ambito privato.
- Le unità cinofile private non rientrano formalmente nella vigilanza armata, salvo casi specifici.
Questa zona grigia produce due effetti opposti:
- Blocco interpretativo: alcune Prefetture ritengono necessario l’inquadramento ex art. 134 TULPS e addirittura alcuni pensano che sia totalmente contro le norme
- “Liberi tutti” operativo: altre realtà operano senza alcun controllo strutturato, in assenza di un chiaro obbligo autorizzativo, sotto posizioni giuridiche di ODV, ASD, ecc… con conseguenti obblighi non rispettati rispetto allo stesso inquadramento.
Il Codice dei contratti pubblici disciplina gli appalti pubblici ed il principio dell’offerta economicamente più vantaggiosa dovrebbe valorizzare qualità e competenza. Tuttavia, in assenza di:
- un inquadramento professionale specifico
- requisiti minimi obbligatori per le unità cinofile
- standard nazionali/europei uniformi (esistenti)
le gare tendono a trasformarsi in gare al massimo ribasso mascherate, e se non esiste un parametro tecnico minimo obbligatorio, il prezzo diventa il fattore dominante, perché molti pensano ancora che la sicurezza sia questione di “momenti” e di “costi”: nulla di piu’ sbagliato. Per preparare un cane e metterlo “al servizio” ci vogliono anni.
L’impiego di Unità Cinofile in grandi eventi comporta:
- eventuale responsabilità ex art. 2043 c.c. (responsabilità extracontrattuale)
- eventuale responsabilità contrattuale verso il committente
- eventuale responsabilità penale in caso di evento lesivo
- eventuale responsabilità per omessa vigilanza o errata valutazione del rischio.
Questioni che inoltre, se riguardanti soggetti giuridici non inquadrati correttamente, potrebbero far venire meno le responsabilità e le coperture assicurative, ad esempio. (pensiamo a chi ad esempio svolge attività di sicurezza con tessere sportive)
Tuttavia, non esiste:
- un inquadramento professionale codificato del “Conduttore Cinofilo Operativo”
- un obbligo di certificazione nazionale
- uno standard tecnico minimo definito per legge
Ne deriva una sproporzione evidente:
alta responsabilità – assenza di riconoscimento normativo.
Il confronto europeo: perché l’Italia è indietro
In diversi Paesi europei:
- sono previsti requisiti minimi obbligatori per i team K9;
- esistono sistemi di accreditamento nazionale riconosciuti dallo Stato;
- i servizi con cani da rilevamento in grandi eventi sono regolati da protocolli standardizzati e le unità, certificate dallo stato, concorrono con le FF.OO.
In Italia, invece:
- esistono norme UNI volontarie (es. UNI 11790, UNI 11847),
- esistono schemi proprietari professionali per i cani da rilevamento nella sicurezza come quello sviliuppato da FCC
- ma non esiste un obbligo legislativo che imponga tali standard nei grandi eventi.
Il risultato è un mercato instabile, non regolato, frammentato. A margine, non per importanza, è necessario e fondamentale differenziare chi svolge attività aziendale e chi no, e chi svolge addestramento cani per la sicurezza e preparazione invece delle unità operative: il mondo è completamente differente. Nei primi casi si prepara esclusivamente il cane, nel secondo si prepara sia il cane che il conduttore a svolgere attività operativa. Oggi purtroppo, questo settore si muove tra chi lo fa come “secondo lavoro”, chi lo fa per hobby, chi con notevoli conflitti d’interesse e chi lo fa sotto un regime fiscale e giuridico non definito (ODV e enti associativi). Questo danneggia le aziende e, quasi sempre, i committenti.
Dumping economico e rischio sistemico
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Un compenso di 13 euro lorde/ora azienda (esempio di queste olimpiadi!):
- non copre i costi reali di formazione adeguata e/o certificata
- non copre assicurazioni adeguate
- non copre mantenimento, addestramento continuo e benessere del cane
- non copre costi fiscali e contributivi italiani.
In assenza di parametri normativi chiari:
- l’azienda strutturata è penalizzata;
- l’operatore improvvisato è avvantaggiato;
- il sistema sicurezza si indebolisce.
Questo crea un doppio effetto perverso: con il blocco normativo le aziende strutturate esitano ad operare, con assenza di norme vi è un’accesso indiscriminato al mercato ed il mercato non si autoregola quando mancano regole.cLa sicurezza è un sistema continuo, non una vetrina temporanea.
Il cane: uno degli strumenti più efficaci e meno normati
Il cane da rilevamento è, tecnicamente, uno dei migliori strumenti esistenti:
- capacità olfattiva non replicabile tecnologicamente,
- deterrenza visiva
- flessibilità operativa
- rapidità di screening.
Eppure:
- non esiste un albo professionale specifico,
- non esiste un riconoscimento giuridico univoco,
- non esiste una disciplina fiscale dedicata,
- non esiste una definizione normativa del team cinofilo come asset di sicurezza.
È un paradosso evidente, perché tutti vogliono i cani, ma le responsabilità ricadono sulle aziende in assenza di norme. Come puo’ un’azienda che fornisce cani per la sicurezza non avere personale certificato “Security manager” ad esempio o senza la minima esperienza nel settore? Quale affidabilità puo’ dare? La risposta c’è: il prezzo!
Più lo strumento è efficace, meno è regolato.
Serve una riforma strutturale
Il problema non è partecipare o meno a un evento, il problema è l’assenza di una cornice normativa chiara.
Servirebbe:
- Un inquadramento legislativo specifico dell’Unità Cinofila Operativa.
- Requisiti minimi obbligatori.
- Parametri economici coerenti con responsabilità e rischi.
- Uniformità interpretativa tra Prefetture e Organi dello Stato.
- Riconoscimento professionale del conduttore cinofilo operativo.
Senza questo:
- il mercato resterà instabile
- le aziende strutturate non potranno competere
- la sicurezza rischierà di diventare una voce di costo comprimibile.
La sicurezza reale ha un costo, ma soprattutto ha un valore, finché questo valore non sarà riconosciuto normativamente, il sistema resterà fragile in un mondo in evoluzione dove i privati concorrono sempre di piu’ nei servizi di sicurezza pubblici.
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