L’empatia non è un optional nelle cure veterinarie
Perché nella medicina veterinaria l’empatia fa la differenza
Chiunque viva con un cane, con un gatto o con qualsiasi altro animale domestico sa benissimo quanta cura, quanto affetto e quante emozioni entrino in gioco ogni giorno. Ormai è un dato di fatto: gli animali sono membri della famiglia. Forse dirlo sembra persino scontato, ma evidentemente non lo è, visto che continuiamo a discuterne, a giudicarlo, a sindacarlo.
Curiosamente, questo tipo di giudizio raramente viene applicato ai rapporti tra esseri umani: non lo facciamo con i figli, con i parenti, con le relazioni affettive “tradizionali”. Eppure, quando si parla di cane o di gatto, il modo in cui una persona vive quella relazione diventa spesso oggetto di valutazioni esterne, come se esistesse un unico modo corretto di voler bene a un animale.
Etologia sì, giudizio no
Spesso il riferimento è l’etologia. Ed è giusto: capire l’etogramma del proprio cane, comprenderne i bisogni specie-specifici è fondamentale. Lo diciamo anche su Dogsportal.it, lo facciamo ogni giorno. Ma l’etologia non può diventare un’arma per giudicare chi vive in modo genuino, emotivo e profondo una relazione millenaria e meravigliosa come quella tra uomo e cane.
Anche perché, se applicassimo seriamente l’etologia all’essere umano, avremmo parecchio da rimproverarci. Le città in cui viviamo, i ritmi, i contesti sociali e lavorativi hanno ben poco di “etologico”. Eppure nessuno ci mette sotto processo per questo.
Serve quindi empatia. E l’empatia non è un’opzione.
L’empatia serve a tutti, ma soprattutto a chi cura
L’empatia è necessaria nelle relazioni personali, nel lavoro, nella scuola. È fondamentale per l’educatore cinofilo, per chi lavora in canile, per tutti i professionisti che operano nella cura.
Ma chi più di tutti dovrebbe – e spesso deve – esercitarla è il medico veterinario e, più in generale, la clinica veterinaria.
Abbiamo già affrontato su Dogsportal.it il tema del burnout
il rischio è altissimo per chi lavora a contatto costante con la sofferenza animale. Provate a mettervi nei panni di una persona che ama profondamente gli animali e che, allo stesso tempo, ha il compito di curarli, guarirli, salvarli. E di convivere ogni giorno con il fatto che non sempre questo è possibile.
In questi casi, un certo distacco emotivo diventa una forma di autodifesa. Altrimenti non se ne esce. Succede anche agli psicoterapeuti, ai medici, a tutte le professioni di cura.
Ed è comprensibile.
Quando però il distacco diventa mancanza di empatia
Detto questo, può capitare – e capita – di incontrare professionisti veterinari molto poco empatici. Non si parla di competenza tecnica, ma di modo, di linguaggio, di gestione della relazione.
Porto un esempio concreto, reale, successo alla mia famiglia poche settimane fa.
Un cane anziano, un problema serio, un’urgenza reale. In una clinica veterinaria viene richiesta una TAC. Sappiamo tutti che questi esami hanno costi elevati, e nessuno mette in discussione il valore della tecnologia o del lavoro professionale.
Quello che non ha funzionato, in quel contesto, è stato il modo. Sentirsi dire: “se la volete subito costa 70 euro in più”, su una spesa che già si aggirava intorno ai 600 euro, in una situazione di forte preoccupazione emotiva, lascia addosso una sensazione sbagliata.
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Non metto in dubbio che possano esserci mille motivazioni organizzative. Ma forse, in una situazione di urgenza, sarebbe bastato dire: “vista l’urgenza, il costo è questo”. Senza porre le persone davanti a una scelta emotivamente violenta tra “urgente” e “non urgente”, per una differenza che, nel contesto complessivo, è quasi irrilevante.
Sono frasi, sono modalità, ma pesano. E fanno stare male.
Il peso economico della cura degli animali
Qui entra in gioco un problema più grande, che non riguarda il singolo veterinario ma il sistema.
Curare un animale costa tantissimo. Non esiste un sistema sanitario nazionale per i cani e i gatti. L’IVA sulle prestazioni veterinarie è al 22%. Non esiste una vera politica pubblica strutturata sul benessere animale.
Ogni anno, soprattutto a fine anno, tornano puntualmente sul tavolo proposte ed emendamenti che parlano di una possibile riduzione dell’IVA sulle prestazioni veterinarie dal 22% al 4%, equiparandole a beni e servizi essenziali. Proposte che vengono discusse, rilanciate mediaticamente, commentate, ma che troppo spesso non diventano mai leggi effettive, restando annunci, ipotesi, promesse che non trovano mai applicazione concreta.
Eppure basterebbe fermarsi un attimo a immaginare cosa significherebbe, per le famiglie, una reale riduzione dell’IVA dal 22% al 4% sulle cure veterinarie. L’impatto economico sarebbe enorme. Naturalmente, una misura del genere andrebbe accompagnata da controlli seri per evitare aumenti ingiustificati dei prezzi, ma il beneficio per chi vive con un animale sarebbe immediato e reale.
Quello che vivono le persone quando devono curare il proprio animale non è solo un problema sanitario: è economico, sociale ed emotivo. Ed è un problema che, ad oggi, continua a essere affrontato più a parole che con interventi strutturali veri.
La responsabilità empatica delle cliniche veterinarie
Le cliniche veterinarie, soprattutto quelle più strutturate, investono giustamente in tecnologie, macchinari, formazione, fondi e infrastrutture. Ma dovrebbero investire allo stesso modo anche nella professionalità empatica.
Perché il medico veterinario non cura solo un animale. Cura anche la relazione, la preoccupazione, l’ansia di una persona che sta vivendo un momento difficile.
Questo non è un attacco a nessuno, né a singole realtà. È una riflessione necessaria.
Empatia significa ricordarsi che, dall’altra parte del tavolo, non c’è solo un cliente, ma una persona con una vita, un lavoro, delle spese e un legame profondo con l’animale che sta chiedendo aiuto.
Trovare un equilibrio tra competenza, sostenibilità, rispetto delle regole ed empatia non è facile. Ma è una responsabilità che riguarda tutti. E questa, sì, è una storia che vale la pena continuare a raccontare.
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