Non è più il tempo del silenzio, ma del coraggio e dell’agire
Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Gian Maria Diano, cacciatore e appassionato di cinofilia venatoria, scritto dopo la morte di sette Setter inglesi durante il viaggio verso la Lapponia. La vicenda, che abbiamo raccontato nella nostra cronaca, ha aperto una domanda che riguarda direttamente il mondo venatorio. È la stessa richiesta di responsabilità espressa nel nostro intervento editoriale.
“Sette cani sono morti nei loro kennel, all’interno del vano di carico di un veicolo, durante una lunga trasferta che li avrebbe condotti fino in Lapponia, per prendere parte ad alcune battute di caccia”.
Quando ho letto questa notizia, mi si è raggelato il sangue.
Fermo restando che le responsabilità legate a questa vicenda verranno accertate dalle autorità giudiziarie, questo non è più il tempo di mascherare l’ignavia sotto le mentite spoglie del garantismo.
Più di 200 anni fa, nella sua Critica alla Ragion Pratica, Kant ci consegna la celebre frase “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”, lasciandoci in eredità un principio fondamentale: la legge morale è universale, non viene determinata da fattori esterni a noi (come il diritto), ma è frutto della nostra coscienza, della nostra ragione e si traduce in scelte di comportamento che elevano l’uomo rispetto ai suoi impulsi egoistici e calcoli utilitaristici.
Ed è per un moto di coscienza che ho deciso di scrivere alla redazione di Dogsportal.
Quando ho letto la notizia dei setter morti durante il viaggio verso la Lapponia, sono stato pervaso da un misto di rabbia e indignazione.
Rabbia, perché è inaccettabile che nel 2026, con il livello di avanzamento tecnologico dei sistemi di trasporto cani presenti sul mercato, sette cani debbano morire soffocati in auto.
Indignazione, perché chi scrive è un cacciatore e appassionato di cinofilia venatoria che ha investito moltissimo tempo e denaro nella salute del proprio cane, sotto ogni punto di vista.
Un cinofilo-cacciatore che cura in modo maniacale la salute del proprio cane, dall’alimentazione alle sedute di osteopatia e fisioterapia, alla stregua di un atleta.
Un cinofilo-cacciatore che ha sempre creduto nella potenza del binomio, della relazione e dell’intesa. La relazione che si crea nelle mura domestiche, che affonda le radici nei gesti d’amore quotidiano e sprigiona il suo potenziale nei terreni di prova, fino a condurti a rappresentare più volte il tricolore italiano ai Campionati del Mondo per cani da ferma.
Un cinofilo-cacciatore che nel suo piccolo ha sempre cercato di dimostrare che i cacciatori sono qualcosa di diverso da ciò che viene percepito nel pensiero mainstream.
Poi, però, accade che 7 Setter Inglesi muoiano soffocati in auto. E quel cinofilo-cacciatore vede andare in frantumi tutti gli sforzi di comunicazione che ha cercato di profondere ogni giorno da quando è entrato in cinofilia. E poi deve anche fare i conti con l’odio cieco che, a seguito di una tragedia simile, si scatena contro tutta la categoria.
“Voi cacciatori siete vigliacchi”. “Voi cacciatori siete schifosi”. “Voi cacciatori siete mostri”.
Io non sono alcuna di queste cose, così come non lo sono molti altri cacciatori e cacciatrici che ho conosciuto durante il mio percorso cinofilo e che, come me, non si separerebbero dai propri cani nemmeno in vacanza e si prendono cura della loro salute in modo esemplare.
Per questo ho deciso di fare appello alla coscienza di tutte le persone perbene che popolano il mondo venatorio. È arrivato il momento di riconoscere pubblicamente, e con fermezza, che una parte non trascurabile del mondo venatorio ha estremo bisogno di responsabilizzarsi e progredire culturalmente sul tema della cura e del benessere del cane, condannando alcuni approcci arcaici e antiscientifici che di cinofilo non hanno proprio nulla.
È arrivato il momento di innescare un serio processo di sensibilizzazione della nostra categoria, chiedendo alle associazioni/istituzioni cino-venatorie di guidarlo e rivendicando due principi fondamentali:
Il dovere della consapevolezza: avere un cane significa impegnarsi nella costruzione di una relazione, comprendere i suoi bisogni psico-fisici, dedicargli tutto l’amore, tempo e risorse servono per garantirgli una vita agiata.
Il cane come un fine, e non come un mezzo: in un periodo storico in cui la caccia non è più fonte di sostentamento per l’uomo, dobbiamo imparare ad andare a caccia non “per la carne” ma per i nostri cani, per difendere decenni di selezione zootecnica e l’esistenza di razze che altrimenti sarebbero destinate a scomparire. Un patrimonio genetico inestimabile, che nessun movimento “anti-caccia” si incaricherà mai di tutelare quando non saremo più noi a farlo.
Non intendo più accettare che la narrazione del rapporto tra i cacciatori e i propri cani venga lasciata a chi non è capace di distinguere la radenza di un Setter, la “strappata” di un Pointer, la struttura “COB” di un Epagneul Breton.
Non è più il tempo del silenzio e della neutralità. La neutralità spazzerà via tutto: la nostra cultura, le nostre tradizioni e i nostri cani, che continueranno a morire per mano di uomini scellerati, mentre il nostro silenzio lascerà spazio alla voce di chi inorridisce per la naturale “brutalità” di un Drahthaar che caccia la lepre, ma sorride di fronte alla terrificante “tenerezza” di un bouledogue dagli occhi cerulei.
È il momento di agire, per i nostri cani.
Ora.
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