Perché chiamiamo canicola i giorni più caldi dell’anno
In questo articolo parliamo di stelle, cani ed estati roventi.
Uno studio condotto tra il 2009 e il 2018 su un cospicuo campione di cani nelle città degli Stati Uniti e pubblicato su Nature nel 2023, ha confermato che con temperature molto elevate e maggiore esposizione ai raggi UV è più probabile che un cane possa mordere.
Ma gli antichi avevano già intuito questo fenomeno?
Tutti abbiamo sentito o usato la parola “canicola” per indicare quelle settimane estive in cui il caldo non lascia scampo, ma non tutti sanno che questo sostantivo deriva proprio dal latino “canicula” che significa “piccolo cane”. Per capire meglio, però, dobbiamo alzare lo sguardo al cielo.
Questo periodo può avere un inizio e una fine variabile, a seconda di epoche e luoghi, ma si colloca grosso modo tra la metà, o la fine, di luglio, e la terza settimana di agosto. Nell’Inghilterra medievale si estendeva addirittura fino a metà settembre. Tradizionalmente corrisponde alla levata eliaca della Stella del Cane, cioè Sirio, la stella più luminosa della volta celeste.
Nella sua Storia Naturale, Plinio riportava che tra metà luglio e metà agosto si verificava un numero maggiore di attacchi da parte dei cani. Ma sappiamo che Plinio consigliava anche di aggiungere guano di gallina al cibo del cane per scongiurare la rabbia, malattia che proprio in questo periodo sembrava colpire più spesso. E forse è anche per questo che i sacrifici canini nel mondo antico erano più numerosi in questo periodo: i soggetti malati andavano, purtroppo, eliminati. Il caldo rovente era infatti ritenuto responsabile di un aumento nel numero delle infezioni da rabbia e di altre malattie, inoltre faceva guastare più rapidamente il cibo, rallentava la guarigione delle ferite e portava siccità, rischiando di rovinare i raccolti. Nei culti rustici romani un flàmine, un sacerdote, doveva gettare nel fuoco le interiora di un cane e di una pecora in onore della dea Robigalia, per chiederle di impedire alla ruggine di colpire il grano.
Altre culture presentavano uno scenario meno nefasto: nell’antico Egitto questi giorni di calura estrema erano associati al cane, ma con un risvolto positivo, perché questo era il momento dell’anno in cui le esondazioni del Nilo rendevano la terra fertile, pronta per la coltivazione. Gli Egizi calcolavano il calendario proprio in base alla posizione nel cielo di Sirio che associavano alla dea Sothis.
Anche per i Celti era un momento di festa, in quanto il sorgere di Sirio segnava l’inizio di Lughnasadh, la ricorrenza legata al dio del sole.
Curioso ma vero, in occidente è proprio in questo periodo in si festeggia(va)no tre santi legati proprio ai cani: San Rocco, San Cristoforo, la cui iconografia più antica lo vuole raffigurato con la testa di un cane, e San Guinefort, un singolare culto nato in Francia nel XIII secolo e dedicato a un vero e proprio cane divenuto protettore dei bambini, una tradizione talmente radicata da non trovare fine nemmeno davanti al più severo degli inquisitori, Stefano di Borbone. Sarà infatti l’intervento diretto della Chiesa a estinguere questo culto negli anni 30 del XX secolo.

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Se di queste tradizioni sopravvive ormai il ricordo, una cosa resta immutabile: possiamo ancora lasciarci incantare dalla luce della costellazione del Cane Maggiore che ben presto sarà di nuovo visibile nella volta celeste.
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Bibliografia:
Amat, J., Les animaux familiers dans la Rome antique, Les Belles Lettres, Parigi, 2022
Pickeral, T., The Dog, 5000 years of the dog in art, Merrell, Londra, 2008
Eleanor R. Long, How the Dog Got Its Days: A Skeptical Inquiry into Traditional Star and Weather Lore, in Western Folklore, Vol. 43, No. 4, Western States Folklore Society, 1984
Ovidio, I Fasti
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