Un cane a processo: il film che mette la legge di fronte a ciò che non sa giudicare
C’è un film uscito in questi giorni nelle sale italiane che, se vi occupate di cani, non potete ignorare. Si chiama Un cane a processo, è diretto da Laetitia Dosch — attrice svizzera al suo primo lungometraggio — ed è stato selezionato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2024. Ha anche vinto la Palm Dog, il premio non ufficiale di Cannes dedicato ai migliori interpreti canini. Dettaglio non trascurabile.
La storia è ispirata a fatti realmente accaduti. Avril, avvocata abituata a difendere cause perse, si ritrova a rappresentare in tribunale un cane di nome Cosmos, accusato di aver morso una donna. Il suo umano di riferimento, Dariuch — interpretato da François Damiens — è ipovedente, socialmente marginale, e non ha nessuno dalla sua parte. Avril nemmeno, a dire il vero. Ma accetta lo stesso.
Quello che potrebbe sembrare il pretesto per una commedia brillante e leggera è in realtà qualcosa di più preciso e più tagliente. Laetitia Dosch usa l’assurdità del processo per sollevare una domanda che nel mondo cinofilo conosciamo bene: un cane è un individuo o una cosa? Secondo la legge svizzera — e non solo — è una cosa. Se viene sottoposto a eutanasia, non viene “ucciso” ma “distrutto”. Questo linguaggio non è neutro. Riflette un sistema che autorizza lo sfruttamento degli animali negando loro qualsiasi soggettività.
La regista lo dice esplicitamente nel pressbook: “Tendiamo a considerare gli animali come oggetti. Questo approccio ci autorizza a mangiarli, a sfruttarli, a negare loro qualsiasi valore che non sia la loro utilità.” Non è una posizione radicale urlata. È una domanda posta con ironia, con colori pastello, con le risate del pubblico. Ed è proprio per questo che arriva.

Il caso reale, la città spaccata, e la domanda che non passa
Il punto di partenza del film è un episodio concreto: un umano di riferimento finito sotto processo perché il suo cane aveva morso alcune persone. Una vicenda apparentemente locale che aveva finito per coinvolgere un’intera città, con petizioni, prese di posizione pubbliche, scontri tra cittadini. Dosch lo racconta e ci vede qualcosa di familiare: la stessa dinamica che ha accompagnato le battaglie per il matrimonio egualitario. Quando una mentalità cambia, la reazione ostile è immediata. L’ambiguità fa paura, la confusione fa paura, e gli esseri umani tendono a schierarsi in fretta invece di fermarsi a capire.
È una lettura che chi lavora con i cani conosce bene. Basta un morso per scatenare posizioni inconciliabili: da una parte chi vuole l’abbattimento immediato, dall’altra chi difende l’animale a prescindere. Nel mezzo, quasi mai, c’è il tempo per ricostruire davvero cosa sia successo, in quale contesto, con quale storia alle spalle. La regista lo dice con una lucidità che vale la pena ricordare: situazioni del genere richiederebbero lentezza, sfumature, dialogo. Se solo ci si sedesse attorno a un tavolo e si parlasse davvero.
Il film non risolve questa tensione. La attraversa. E lo fa ponendo una domanda ancora più scomoda: un individuo violento può cambiare? Il riferimento esplicito è White Dog (1982) di Samuel Fuller, tratto dal romanzo omonimo di Romain Gary (1970), storia di un cane addestrato a essere razzista e di un addestratore nero che si ostina a rieducarlo, contro tutto e tutti. Dosch riprende quella struttura e la porta nel presente: Avril è ossessionata dall’idea di guarire Cosmos dalla sua presunta misoginia, come se correggere un cane potesse far sparire la misoginia del mondo. È al tempo stesso commovente e ridicolo. Ed è esattamente lì che il film funziona meglio.

Perché in Un cane a processo la violenza non ha mai un’origine chiara. È iniziata con il morso o con qualcosa che è venuto prima? Con Avril che colpisce un uomo o con le parole che le erano state rivolte un momento prima? Tutto è sfocato, tutto è in escalation. E il tribunale, con la sua solennità e le sue procedure, cerca di mettere ordine in qualcosa che per natura non ne ha.
Kodi, il cane che non recita
Il cane protagonista si chiama Kodi nella vita reale, ed è un cane acrobatico di formazione circense. La Dosch racconta di aver scritto per lui coreografie elaborate, poi quasi tutte eliminate. La scelta giusta. Le scene più intense sono quelle in cui Kodi è semplicemente presente, in cui la macchina da presa cerca di catturarne l’interiorità. È un approccio che chi lavora con i cani riconoscerà immediatamente: la differenza tra un cane che “performa” e un cane che comunica è abissale.
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I personaggi che non sono quello che sembrano
C’è un altro livello del film che vale la pena nominare, e che ha a che fare con il modo in cui Dosch costruisce i suoi personaggi. Tutti, in Un cane a processo, sono prigionieri di un’immagine che non gli appartiene del tutto. Dariuch sembra un perditempo irrecuperabile. Lorene, la donna portoghese morsa da Cosmos, sembra destinata a restare nel ruolo della vittima silenziosa. Il bambino del piano di sopra sembra solo un problema. Nessuno è quello che sembra.
La regista usa questa struttura con precisione: costruisce aspettative comiche per poi virare di colpo verso qualcosa di emotivamente vero. Una delle scene più riuscite, a suo stesso dire, è quella in cui Lorene — che fino a quel momento ha parlato pochissimo — esplode con Avril. Il pubblico non se lo aspetta, perché non glielo ha permesso. Ed è esattamente questo il punto: i pregiudizi che portiamo in sala sono gli stessi che il film sta mettendo sotto processo.
Dosch lo fa con consapevolezza e con una certa gioia: vuole mettere a disagio, vuole che la risata diventi scomoda, vuole lasciare abbastanza spazio perché ognuno possa interrogarsi davvero. Non è un cinema che dà risposte rassicuranti. È un cinema che lascia il pubblico con qualcosa da fare, uscendo dalla sala.
Il punto di vista di Dogsportal
Questo film merita di essere visto, e merita di essere discusso. Non perché abbia tutte le risposte, ma perché fa le domande giuste. In Italia il dibattito sulla soggettività giuridica degli animali è ancora agli inizi — il DDL 1572 ne è un esempio, con tutte le sue contraddizioni. Un film che porta queste domande in una sala cinematografica, con intelligenza e con il senso dell’umorismo, è un fatto culturale che riguarda anche noi.
Un cane a processo è al cinema dal 23 aprile, distribuito da Academy Two. Durata 80 minuti. Vale ogni minuto.
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