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Liberare il cane oppure no? Una riflessione cinofila

Sul Corriere della Sera di qualche  giorno fa, una collega giornalista che è anche una cinofila esperta, Valentina Romanello, ha pubblicato un articolo molto interessante dedicato a un argomento sempre più “caldo”: liberare il cane oppure no? Propendendo sostanzialmente per il “no”, a mio avviso.

Lo potete leggere qui  e vi consiglio di farlo, perché merita attenzione

Tema caldo, si diceva, perché purtroppo sono frequenti e in crescita gli incidenti di vario genere, anche mortali, causati da chi libera il cane ma non ne ha il controllo (e spesso neppure gli interessa averlo, a  quanto pare).

L’autrice ha trattato l’argomento partendo dal suo personale percorso di cinofilia attiva, quando ha appreso, in modo piuttosto brusco, che il “richiamo” di cui andava tanto orgogliosa… non valeva un bel nulla, secondo la sua arcigna ma certamente saggia addestratrice. 

E ha ragione: il “richiamo” che spesso si insegna ai cani nei normali contesti educativi o sportivi generalmente funziona, a volte anche in modo spettacolare. 

Solo che è un comando contestualizzato: nel mondo esterno, fuori dal centro cinofilo, sono infiniti gli stimoli e le situazioni inattese in grado di annullare gli effetti di quello che, non dimentichiamolo mai, è il frutto di un condizionamento operante, non un comportamento naturale del cane.

E questo vale in un contesto urbano così come in campagna o nei boschi.

Leggi anche:Se i cani liberi uccidono la fauna selvatica? Chi è il “mostro”?

Da qui nasce la raccomandazione di Romanello: anche se abbiamo un ottimo richiamo, è meglio usare sempre il guinzaglio e, per permettere una maggiore mobilità esplorativa al cane, la lunghina, dove abbia senso impiegarla.

A prima vista è difficile non essere d’accordo: il richiamo non è un “superpotere” e liberare un cane  può trasformarsi in una scelta azzardata o addirittura in un rischio mortale, per il cane stesso e anche per gli altri. 

Questo soprattutto perché il mondo in cui viviamo non è stato fatto “a misura di cane” e gli ambienti adatti a liberare senza rischi i nostri fratelli con la coda non abbondano, anzi, si vanno restringendo via via.

Però, da cinofilo e da esperto di comportamento, ritengo che oltre a sottolineare doverosamente i rischi della “libertà” come ha fatto l’autrice, dovremmo anche ricordare che il cane non è nato per vivere attaccato a un guinzaglio, lungo o corto che sia, per tutta la vita. 

Perché quella non è “vita”.

Lo dice la scienza e anche la semplice osservazione: a parte le razze che abbiamo reso sostanzialmente inabili, il cane è una creatura fatta per muoversi, per esplorare. Quando un cane trotta o galoppa libero è chiaramente conscio delle proprie doti fisiche e ne gode. Ce lo svela la sua espressione che per la nostra mente da primati rimanda al sorriso. E magari lo è! 

Un cane è nato per annusare e decodificare i miliardi di odori che il nostro povero olfatto atrofizzato non coglierà né decifrerà mai, passando da uno all’altro come in una sorta di appagante “degustazione olfattivo-mentale” oppure seguendo una traccia con avidità, perché è “figlio” di un predatore e ha estremo bisogno di farlo per sentirsi vivo, vero, capace.

Per sentirsi cane, in sostanza.

Un cane è tante altre cose, ovviamente, ma è soprattutto movimento.

Quindi, liberarlo perché possa vivere la sua dimensione principale è fondamentale.

Dehasse, famoso veterinario comportamentalista, ha sintetizzato questo bisogno con la nota “formula dell’attività”, che tra le altre cose include tre pilastri quotidiani, così riassumibili:

• attività fisica (che non significa fare un giro intorno al condominio con il flexi)

• attività mentale (risolvere problemi, usare il fiuto e… fare tante cose da cane)

• attività sociale (interagire, con noi e con i suoi simili).

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Tenere il cane sempre e solo al guinzaglio, seppur in nome della sicurezza, rischia perciò di trasformarsi in una forma di deprivazione costante. Che è un maltrattamento.

E attenzione: un cane frustrato, sottostimolato o ipercontrollato raramente è un cane più “facile”, perché diventa più reattivo, meno gestibile, più esplosivo, se per caso ha modo di sfuggire alla costrizione costante. 

Altre volte, invece, il cane cui viene impedito scientemente e accuratamente di essere un cane si trasforma in una creatura spenta, triste, depressa, apatica. Cosa che è tragicamente l’obiettivo di alcune scuole di educazione, tra l’altro. 

Non li picchiano né li soffocano i cani, li spersonalizzano e li distruggono con altri metodi, non meno osceni a mio avviso. 

Personalmente, credo che il dovere per un cinofilo sia lavorare per “costruirla”, la libertà del suo cane, cioè renderla possibile nelle giuste circostanze, rispettando la libertà altrui e riducendo il rischio il più possibile.

Già, perché c’è un fatto da considerare che troppo spesso viene messo da parte, inconsciamente credo: la vita contempla anche dei rischi, non esiste un mondo sicuro al cento per cento. Né per i cani né per noi. Bisogna prenderne atto, pur facendo tutto il possibile per scongiurare i problemi.

Dunque, prudenza e buon senso sempre, ma senza dimenticare che un cane felice e appagato perché può essere se stesso nei limiti del possibile è l’obiettivo cui dovrebbe puntare chiunque scelga di vivere insieme a queste creature, meravigliose ma non facili.

È complicato costruire la libertà dei nostri fratelli con la coda? Molto, e con certe razze o tipologie è quasi un lavoro a tempo pieno. 

Servono costanza e rispetto nell’educazione, intelligenza per capire che ciò che si insegna al centro va trasferito e adattato all’esterno, coscienza e competenza nella costruzione del rapporto, cultura specifica per elaborare una gestione che tenga conto della memoria di razza, umiltà per accettare che a volte bisogna ricominciare da capo. E tanto, tanto altro ancora.

Ma ricordiamoci che nessuno è obbligato a prendere un cane: è una scelta e ogni scelta comporta conseguenze e responsabilità. 

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E quella di avere un cane accanto è tra le più impegnative in assoluto. Credo che sia giunta l’ora di capirlo, di impegnarsi a fondo e di smetterla di impedire ai cani di essere cani, quando e dove possibile. Leggi anche: Le aree cani: un’opportunità che i Comuni spesso non sanno gestire.

Tra l’altro, un cane appagato perché ha potuto essere cane… torna sempre al richiamo!

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Andrea Comini

Educatore Cinofilo & Giornalista

Educatore e istruttore cinofilo FISC da oltre vent’anni, consulente comportamentale e giornalista professionista. Studioso di etologia del cane e del lupo, si è formato con maestri internazionali ed è docente in corsi per educatori.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

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