“Prima di svuotare i canili, impariamo a non riempirli”
Fiodor Verzola, assessore alle politiche animaliste della Città di Nichelino, commenta l’emergenza legata al sovraffollamento dei canili e invita a guardare oltre le soluzioni tampone.
Assessore Verzola, i dati sul numero di cani e gatti nei canili hanno colpito molto l’opinione pubblica. Qual è la sua riflessione?
«Ho letto con attenzione i numeri impressionanti che riguardano i canili italiani, ma ciò che mi sconcerta davvero è che nessuno sembri interrogarsi sulle cause profonde di questo fenomeno. Si parla di ampliamenti, di nuovi box, di fondi importanti per accogliere sempre più animali. Ma questa è la classica dinamica del recinto che si chiude dopo che sono scappati i buoi. Non possiamo limitarci a costruire spazi sempre più grandi senza affrontare le ragioni che portano un cane o un gatto a varcare la soglia di un rifugio».
E quali sono, secondo lei, queste ragioni?
«Dietro quei numeri ci sono storie di abbandoni, di rinunce di proprietà, di persone che attraversano difficoltà economiche e sociali e non riescono più a prendersi cura dei loro animali. Ci sono famiglie che non hanno mai ricevuto un supporto concreto o un’adeguata educazione al possesso responsabile. E poi ci sono le adozioni superficiali, frutto di scelte dettate dall’estetica dell’animale, senza porsi il problema della compatibilità con il proprio stile di vita. È qui che nasce la principale causa delle rinunce di proprietà: l’aver preso un cane senza conoscere la sua genetica, senza comprenderne le motivazioni, senza chiedersi se queste possano davvero trovare spazio nella vita quotidiana. Quando ci si accorge delle incompatibilità, spesso la scelta più semplice diventa la rinuncia, ed è un fallimento che si potrebbe prevenire con più informazione e consapevolezza».
Da dove bisogna partire per cambiare davvero la situazione?
«Ancor prima di svuotare i canili, dobbiamo imparare a non riempirli. Questo significa diffondere una cultura della responsabilità, lavorare sulla prevenzione, promuovere campagne educative già nelle scuole e garantire sostegno alle famiglie in difficoltà. Adottare un animale non può essere un gesto superficiale: significa prendersi cura di un essere senziente per tutta la sua vita. Allo stesso tempo, serve aiutare chi, per motivi economici o abitativi, rischia di doversi separare dal proprio compagno di vita. Solo così possiamo davvero incidere sulle cause e non limitarci a gestire le conseguenze».
Che ruolo hanno i canili in questo scenario?
«Il loro ruolo è prezioso e indispensabile, ma non possono e non devono essere considerati la soluzione definitiva. Ogni cane che entra in un box ci ricorda che la vera sfida non è garantire più spazi, ma ridurre gli ingressi. Senza un lavoro a monte, i canili resteranno sempre pieni e continueremo a inseguire il problema anziché prevenirlo».
Negli ultimi anni si sono viste iniziative che incentivano le adozioni con rimborsi o promozioni. Che opinione ha in merito?
«Bisogna fare molta attenzione. Parlare di rimborsi per i medicinali o di pacchetti promozionali fa sembrare le adozioni quasi delle offerte commerciali. Non è questa la strada. Un cane non è un prodotto da mettere in saldo, ma un essere vivente che richiede tempo, dedizione e amore costante. La vera chiave non è “svendere” le adozioni, ma costruire un percorso di consapevolezza e conoscenza di cosa significhi vivere insieme a un animale».
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Lei ha parlato più volte di un paradosso: da un lato canili pieni, dall’altro sempre più cani acquistati.
«Esatto. Mentre i canili scoppiano, vediamo i nostri quartieri riempirsi di cani acquistati, spesso da allevamenti improvvisati o da persone senza scrupoli che lucrano sulla pelle degli animali, in molti casi operando nell’illegalità. È un fenomeno complesso che non si può liquidare con l’idea che basti portare la gente nei canili con qualche incentivo economico. Servono regole più chiare, controlli più serrati e, ancora una volta, più cultura della responsabilità».
Qual è l’appello che vuole lanciare ai nostri lettori?
«Lavoriamo insieme perché le storie di abbandono diventino sempre meno e quelle di adozione sempre di più. Ricordiamoci che dietro i numeri non ci sono statistiche fredde, ma vite. Ed è a quelle vite che dobbiamo rispetto».
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