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Il cane è davvero come un figlio? Andiamoci piano…

“Dire addio a Roscoe è stata la decisione più difficile della mia vita”.

A scrivere queste toccanti parole non una persona qualsiasi con una vita qualsiasi, ma un 7 volte campione di Formula 1, seguito su Instagram da oltre 40 milioni di followers.

Proprio per questo le sue parole hanno avuto una vastissima eco e se tante persone hanno provato empatia per quanto Lewis stava provando in quei difficili momenti, tante, sicuramente meno cinofile e magari più tifose della Ferrari, lo hanno accusato di esagerare perché, in fondo, Roscoe era solo un cane…

La scomparsa del bulldog più famoso del mondo e la reazione di Hamilton sono l’occasione per analizzare quanto sta succedendo in questo periodo, in cui si parla molto di umanizzazione del cane, se è sbagliato o meno considerarlo alla stregua di un figlio.

Ovviamente l’argomento ha finito col creare due distinti schieramenti: da una parte chi sostiene che il cane sia davvero come un figlio e dall’altro chi ritiene che si tratti invece di un’esagerazione frutto della degenerazione di questa società in cui, di figli, se ne fanno sempre meno.

Di questa competizione tra cane e bambino, sinceramente, ne faremmo sinceramente a meno e ben lo sanno le famiglie che hanno cuccioli sia a due sia a quattrozampe: un bambino che cresce con un animale accanto è davvero un bambino fortunato, purché i genitori gli insegnino ad avere nei confronti del suo amico peloso il giusto rispetto.

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Io ho avuto la fortuna di condividere la mia vita con diversi quattro zampe e anche se hanno imparato ad avere dimestichezza con i termini “mamma” e “papà” (più una comodità da parte mia, tanto loro ne ignorano il significato!), non li ho mai considerati veri e propri figli, ma sicuramente dei membri della famiglia con cui ho fatto un percorso di vita insieme, durato tanti anni in alcuni casi e pochi mesi, purtroppo, in altri.

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Ho avuto e ho tuttora con i cani con cui vivo un legame fortissimo, ne sono quasi gelosa, ma non li ho mai umanizzati e anche se hanno imparato ad apprezzare le comodità della vita casalinga, li ho sempre considerati cani, cercando di rispettare le esigenze di “caninità” (mi si perdoni l’eufemismo) che ognuno di loro aveva.

Credo che un buon partner umano, in fondo, debba adattarsi al cane che ha al fianco e soprattutto rispettarne le attitudini naturali, tenendo conto anche dell’età e delle sue condizioni di salute. Ho avuto cani giovani che sono invecchiati con me, cani adottati già anziani che hanno trascorso gli ultimi mesi di vita in un passeggino, cani che sono volati via ancora nel fiore degli anni, con tutti ho cercato di adattare il mio stile di vita per farli vivere al meglio, per tutti ho cercato di essere la migliore compagna di viaggio.

Quando il nucleo famigliare è costituito solo da due coniugi o da un single, come in molti casi oggigiorno, il cane diventa per forza di cose un membro a tutti gli effetti e se considerarlo un figlio significa tenerlo al meglio e amarlo be’, allora un cane è come un figlio. 

E se per figlio si intende sentirsi strappare via qualcosa quando vola via, piangere e soffrire per questo, anche in questo caso un cane è come un figlio. Credo che sia quanto ha provato Hamilton per Roscoe, chi ha gli ha vissuto accanto per 13 anni è qualcosa di più di un semplice animale.

Ma è il caso di fermarsi qui.

Perché so che per un genitore un figlio, che sia naturale o adottivo, è parte di sé e credo davvero che la perdita di un figlio sia uno dei dolori più grandi da sopportare. Perché non è biologicamente giusto, non è giusto che i genitori sopravvivano ai propri figli e bisognerebbe portare il massimo rispetto per questo dolore.

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Ecco la differenza sostanziale: un figlio non si può, se mi si passa il termine, “sostituire”.

Un figlio che viene a mancare non può essere rimpiazzato con un altro, la sua scomparsa si porta via un pezzo di vita dei suoi genitori che mai più sarà riempito.

Si può convivere con il dolore, si può riversare l’amore sugli altri figli, se ci sono, o decidere di metterne al mondo un altro, ma credo che sia un dolore continuo che resta inalterato nel tempo.

Perdere un cane può provocare analogo dolore, con la differenza che la maggior parte dei proprietari sceglie, chi subito chi dopo un po’ di tempo, di adottarne un altro.

Quindi si sostituisce chi non c’è più con un nuovo arrivo? 

Direi che è più corretto dire che si riempie il vuoto che la sua scomparsa ha lasciato, perché è doloroso e scioccante perderli, ma è biologicamente giusto, sappiamo tutti quanto è la loro vita media, assistere alla loro vecchiaia e alla loro morte è qualcosa che va messo in conto, anche quando la morte non avviene in modo naturale e tocca ai compagni umani la scelta di “lasciarli andare”.

È per questo che la reazione alla morte di un cane della maggior parte dei proprietari (e mi ci metto anch’io) è sempre la stessa: adottare un altro amico, perché è così bello dividere la vita con uno di loro che vale la pena anche soffrire quando se ne va. 

C’è chi è talmente innamorato di una razza che mai la tradirebbe con un’altra, c’è chi vuole solo maschi e chi solo femmine, chi ama solo i cani a pelo corto e chi sceglierebbe a vita un pelosone, chi cerca un nuovo amico che assomigli il più possibile a quello che non c’è più.

Ho avuto cani per razza e incroci, sesso ed età molto diversi tra loro e se mi capitava di vedere qualcosa in ogni nuovo amico che mi ricordava quelli che non c’erano più, era un ricordo dolcissimo. Perché a un certo punto il ricordo non fa più soffrire ma ripensi alla vita con ognuno di loro con tanta, tanta tenerezza ed è quello che auguro a Lewis Hamilton. 

Dubito che questo possa succedere a un genitore che ha perso un figlio. 

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Lorena Quarta

Da sempre appassionata di cani, ha un’esperienza ultra trentennale nel mondo del giornalismo cinofilo in cui si è occupata di ogni settore, dal mondo dell’allevamento a quello dell’agonismo, dagli aspetti caratteriali e comportamentali del cane al suo impiego sportivo e in campo sociale. Ha collaborato con le più importanti riviste del settore e pubblicato cinque libri di argomento cinofilo: "Fido e Dintorni", "Il dizionario della cinofilia", "Il rottweiler", "Il Pinscher" e "La terza vita di Jasmine", la storia della sua cagnolina anziana adottata in un canile, scritto per sostenere la sezione ENPA in cui è dal 2011 volontaria e dove si occupa dell’ufficio stampa e del Progetto Famiglia a Distanza.

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