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Non è “solo un cane”: quando difenderlo significa negarlo

Le formule che leggiamo negli spot e nei titoli dei grandi giornali nascono quasi sempre da un sentimento sincero, eppure raccontano quanto sia difficile, per noi, riconoscere valore a un essere vivente senza prima promuoverlo a qualcosa di simile a noi.

Capita di leggerle ovunque, nelle campagne dei marchi più importanti come nei titoli dei quotidiani nazionali: “chi ha amato un animale sa che non è solo un animale”, oppure “il cane non è solo un cane”. Sono frasi costruite per commuovere, e spesso ci riescono; il problema è che, per elogiare qualcuno, gli tolgono l’unica cosa che davvero gli appartiene.

Quel “solo” è la parola che tradisce tutto. Presuppone una scala, e presuppone che l’animale, da solo, occupi il gradino più basso; per salvarlo dalla sua condizione bisogna tirarlo verso l’alto, avvicinarlo a noi, dichiararlo membro onorario della famiglia umana. È un gesto affettuoso nelle intenzioni e antropocentrico nella struttura, perché continua a misurare il valore di una vita in base alla distanza che la separa dalla nostra.

Il complimento che contiene una svalutazione

Provate a rovesciare la formula e a immaginare qualcuno che dica di una persona cara: “non è solo un essere umano”. Suonerebbe strano, quasi offensivo, perché nessuno sente il bisogno di scusarsi per la propria specie. Quando invece parliamo di un segugio, di un meticcio, di un gatto, sentiamo la necessità di aggiungere qualcosa, di specificare che c’è di più, come se l’appartenenza alla sua specie fosse un difetto da compensare con una promozione simbolica.

Il paradosso è che quel “di più” nasce quasi sempre dal desiderio di difenderli. Chi scrive quelle frasi vuole dire che gli animali contano, che meritano rispetto e tutela; lo fa però usando l’unico metro che la nostra cultura ha reso disponibile, cioè la somiglianza con l’uomo. Così finiamo per riconoscere dignità a un essere vivente nella misura in cui riesce a sembrare uno di noi, e non nella misura in cui riesce a essere pienamente sé stesso.

Siamo animali anche noi

C’è poi una dimenticanza di fondo, elementare e ostinata: anche noi siamo animali. Ce lo ripetiamo raramente, e quando lo facciamo suona come una provocazione, mentre è semplicemente una descrizione biologica. Se “animale” fosse davvero una categoria neutra, quel “solo” non avrebbe alcun senso; il fatto che continui a essere avvertito come una diminuzione racconta molto di come abbiamo organizzato il mondo intorno a noi, con l’umano al centro e tutto il resto disposto in cerchi concentrici di importanza decrescente.

Amare un animale per la sua essenza animale significa allora fare un percorso più scomodo, perché richiede di rinunciare all’idea rassicurante che ci somigli. Un segugio che segue una traccia per venti minuti non sta facendo un capriccio, non sta “disubbidendo”, non sta esprimendo un carattere ribelle: sta usando l’apparato sensoriale più raffinato che gli sia stato consegnato dall’evoluzione, in un modo che a noi resterà per sempre in parte inaccessibile. Riconoscerlo non lo abbassa, lo restituisce alla sua interezza.

Le parole costruiscono le politiche

Questa non è una questione di raffinatezza lessicale. Il linguaggio con cui descriviamo gli animali produce conseguenze concrete, sulle relazioni domestiche e sulle norme.

Quando l’affetto passa dall’umanizzazione, si generano aspettative che nessun individuo può sostenere: si chiede comprensione del linguaggio verbale, gratitudine, senso di colpa, intenzionalità morale. Quando quelle aspettative vengono deluse, arriva la frustrazione, e dalla frustrazione nascono spesso l’abbandono, la rinuncia, la richiesta di soluzioni rapide a problemi che nascono da un fraintendimento di partenza.

Sul piano normativo il meccanismo è lo stesso, semplicemente ingrandito. Le categorie morali umane vengono proiettate su animali che non le possiedono, e nascono così le liste, le classificazioni per razza, l’idea che esistano soggetti buoni e soggetti pericolosi per nascita; su questo terreno abbiamo già scritto la nostra posizione parlando di [ANCHOR: maltrattamento e abuso di razza — LINK: https://www.dogsportal.it/maltrattamento-e-abuso-di-razza/] e di [ANCHOR: strumenti da difesa e strumenti di offesa — LINK: https://www.dogsportal.it/cani-come-armi-cani-da-difesa/], oltre che nella nostra [ANCHOR: contrarietà netta al DDL 1572 — LINK: https://www.dogsportal.it/plp4-e-ddl-1572-la-posizione-netta-di-dogsportal-contro-una-legge-ingiusta-e-antiscientifica/]. Una cultura che considera l’animalità un difetto da correggere produrrà sempre leggi che puniscono l’animalità invece di comprenderla.

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Una relazione tra due specie, non tra due copie

L’alternativa esiste, ed è meno poetica di quanto le pubblicità lascino intendere. Consiste nel guardare chi vive accanto a noi come un soggetto di un’altra specie, con esigenze proprie, tempi propri, un modo proprio di leggere il mondo attraverso il naso, le orecchie, la pelle; consiste nell’accettare che parte di lui ci resterà opaca, e nel considerarlo un privilegio invece che un limite.

La relazione più profonda non nasce dalla somiglianza, nasce dal riconoscimento della differenza. Chi ha vissuto anni accanto a un animale lo sa bene: i momenti che restano non sono quelli in cui sembrava umano, sono quelli in cui era inequivocabilmente sé stesso.

Forse dovremmo smettere di dire che non è solo un cane. Dovremmo imparare a dire che è un cane, e che questo, da sempre, è più che sufficiente.

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Rocco Voto

Fondatore & Editore

Fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore cinofilo e nel mondo del cane, si occupa di divulgazione cinofila promuovendo un approccio basato su etica, competenza e benessere animale.

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Rocco Voto

Rocco Voto è fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore Pet, si occupa di divulgazione scientifica e cultura cinofila. Promuove un approccio basato su etica, competenza e benessere animale, per offrire un'informazione utile e lontana da mode passeggere.

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