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Quando muore il cane, cosa dice davvero la scienza del lutto

C’è un momento, nei giorni dopo, in cui la casa diventa il posto più difficile del mondo. Non è il funerale, non è la visita in cui hai capito che non c’era più niente da fare. È il rumore della porta che si apre e nessuno che arriva, la ciotola che resti a fissare prima di deciderti a metterla via, il guinzaglio appeso dove è sempre stato. Chi non ha mai vissuto insieme a un cane fatica a capire perché quella cosa lì faccia così male, e quasi sempre lo dice, con la frase che tutti abbiamo sentito almeno una volta: era un animale.

La ricerca degli ultimi vent’anni racconta un’altra storia, e la racconta con dei numeri.

Perché quel legame si costruisce così in profondità

Nel 2015 il gruppo di Miho Nagasawa pubblica su Science il lavoro che descrive il circuito dello sguardo: quando il cane fissa negli occhi la persona con cui vive, in entrambi sale l’ossitocina, e quell’aumento spinge a cercare altro contatto, che a sua volta fa salire ancora l’ossitocina. È lo stesso meccanismo che tiene insieme una madre e un neonato, riadattato nel corso di migliaia di anni di convivenza fra due specie diverse. Non è una metafora affettuosa, è un circuito neuroendocrino misurato in laboratorio.

Nel 2014, su PLOS One, un gruppo del Massachusetts General Hospital guidato da Luke Stoeckel aveva messo quattordici madri dentro una risonanza magnetica funzionale, facendo loro guardare immagini del proprio figlio, del proprio cane, e poi di un bambino e di un cane sconosciuti. Guardando il figlio e guardando il cane si accendeva una rete comune di aree legate a emozione, ricompensa, affiliazione e cognizione sociale; le differenze restavano (le immagini del figlio attivavano il mesencefalo, quindi il cuore dei circuiti di ricompensa, mentre la risposta al proprio cane era più concentrata sul giro fusiforme, che elabora i volti), e nessuna di queste reti si accendeva davanti a un bambino o a un cane che non fossero i propri. Il legame passa per le stesse strutture dell’attaccamento. Non identiche, non sovrapponibili, ma le stesse.

Cosa succede quando quel legame si spezza

Il disturbo da lutto prolungato è entrato da pochi anni nei due grandi manuali diagnostici, l’ICD-11 dell’Organizzazione mondiale della sanità e il DSM-5-TR. Descrive un dolore che, a più di sei o dodici mesi dalla perdita a seconda del manuale, resta invalidante: il desiderio intenso di chi non c’è più, il pensiero che non lascia spazio ad altro, la difficoltà ad accettare la morte, e soprattutto il fatto che tutto questo impedisca di funzionare nella vita quotidiana. Entrambi i manuali stabiliscono che può essere diagnosticato solo dopo la morte di una persona. La morte di un animale è esplicitamente esclusa.

Nel gennaio 2026 Philip Hyland, della Maynooth University, ha pubblicato su PLOS One uno studio costruito apposta per capire se quell’esclusione abbia senso. Ha somministrato un questionario clinico validato a un campione rappresentativo di 975 adulti britannici, chiedendo quali lutti avessero vissuto, quale avessero trovato più doloroso, e misurando poi i sintomi su quel lutto specifico.

I numeri dello studio

21% di chi ha perso sia un animale sia una persona cara indica l’animale come il lutto più doloroso della propria vita
7,5% soddisfa tutti i criteri del disturbo da lutto prolungato dopo la morte di un animale, come dopo la perdita di un fratello o del partner
8,1% di tutti i casi di lutto prolungato nella popolazione nasce dalla morte di un animale, circa uno su dodici

Fonte: Philip Hyland, Maynooth University, PLOS One, gennaio 2026. Campione rappresentativo di 975 adulti del Regno Unito.

Una persona su cinque indica l’animale

Un terzo del campione aveva perso un animale amato, e di queste persone il 93% aveva perso anche un essere umano a cui era legata. Messe davanti alla scelta, il 21% ha indicato l’animale come il lutto più angosciante della propria vita. Una su cinque.

Il 7,5% di chi aveva perso un animale soddisfaceva tutti i criteri diagnostici per il disturbo da lutto prolungato: una percentuale vicinissima a quella registrata per la morte di un amico stretto (7,8%), di un nonno o di uno zio (8,3%), di un fratello o di una sorella (8,9%), e perfino del partner (9,1%). Più in alto restano solo la morte di un genitore (11,2%) e quella di un figlio, che con il 21,3% rimane il lutto a rischio più alto in assoluto e a grande distanza da tutti gli altri.

C’è poi il numero che quasi nessuno riprende, e che secondo noi è il più importante di tutti: la perdita di un animale spiega l’8,1% di tutti i casi di lutto prolungato nella popolazione, cioè circa uno su dodici, seconda soltanto alla morte di un genitore. Non perché sia il dolore più intenso, ma perché è il più frequente. I cani vivono dieci, dodici, quindici anni, e quasi chiunque ne abbia uno arriverà a seppellirlo.

L’ultima analisi dello studio è quella che chiude il discorso: i sintomi si organizzano in modo identico, statisticamente indistinguibile, che a morire sia stata una persona o un animale. Hyland scrive che escludere la perdita di un animale dai criteri diagnostici non è soltanto scientificamente infondato, ma anche crudele.

Il corpo se ne accorge prima della testa

La letteratura medica conserva una manciata di casi che sembrano scritti apposta per essere fraintesi, e vanno quindi raccontati con precisione. Nel 2017 il New England Journal of Medicine ha pubblicato il caso di una donna di 61 anni arrivata al pronto soccorso con un dolore toracico violento, poi trasportata in elicottero a Houston: i medici hanno diagnosticato una cardiomiopatia di takotsubo, la cosiddetta sindrome del cuore infranto, in cui il ventricolo sinistro si dilata temporaneamente sotto l’ondata di ormoni dello stress, mimando un infarto. Tra i fattori scatenanti la paziente riportava la morte del suo Yorkshire terrier. Altri casi simili sono stati descritti su riviste cliniche negli anni successivi.

Sono episodi rari, riguardano soprattutto donne in postmenopausa, e sarebbe scorretto trasformarli in una regola. Dicono però una cosa che chi ha vissuto quei giorni riconosce subito: il peso sul petto, il fiato corto, la sensazione fisica che qualcosa nel corpo non funzioni, non sono un modo di dire.

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Il dolore che nessuno autorizza

Nel 1987 il sociologo Kenneth Doka ha coniato l’espressione lutto non riconosciuto per descrivere quei dolori che la società non concede: quelli che non danno diritto a un permesso dal lavoro, a una telefonata di condoglianze, a un’ora di silenzio in ufficio. Il lutto per un animale è l’esempio più citato in assoluto in quella letteratura, e le ricerche successive hanno documentato quanto spesso si accompagni a vergogna, imbarazzo e isolamento; c’è perfino uno studio sperimentale che mostra come le persone giudichino meno legittimo lo stesso identico quadro di sofferenza quando riguarda un animale invece di un essere umano.

La scelta dell’eutanasia

Su questo si innesta l’aspetto più specifico e più pesante, che chi lavora in ambito veterinario conosce bene. Nessun altro lutto chiede a chi resta di scegliere il momento, di firmare, di tenere una zampa mentre accade. Le ricerche sul lutto dopo l’eutanasia mostrano che quella decisione lascia un carico di colpa particolare, il dubbio sul troppo presto o sul troppo tardi che può accompagnare le persone per mesi. Il dolore non nasce dall’aver sbagliato, nasce dall’aver dovuto scegliere.

Il cane che resta in casa

C’è infine una parte della storia che riguarda gli altri cani della famiglia. Nel 2022 un gruppo italiano coordinato da Federica Pirrone dell’Università di Milano ha pubblicato su Scientific Reports i dati raccolti su 426 persone che avevano perso un cane mentre ne avevano almeno un altro in casa. L’86% ha osservato cambiamenti nel cane rimasto: richiesta di attenzioni (67%), meno gioco (57%), calo generale di attività (46%), più sonno, più paura, meno appetito, più vocalizzazioni. Quei cambiamenti erano legati alla qualità del rapporto tra i due cani, non a quanto tempo avessero vissuto insieme, e risultavano più marcati quando erano più intensi il dolore e la rabbia della persona di riferimento.

Gli autori sono prudenti sull’interpretazione, perché non possiamo entrare nella testa di un cane e distinguere il lutto da una reazione all’assenza e al nostro stato emotivo. Quello che possiamo dire è che il cane rimasto sta peggio, e che in parte sta peggio per come stiamo noi.

Il nostro punto di vista

In questi giorni circola sui social un testo molto condiviso che promette di spiegare tutto questo con le neuroscienze, e parla di risonanze magnetiche che avrebbero confrontato il lutto per un animale con quello per un figlio, di ossitocina a livelli superiori a qualunque relazione umana, di crisi di astinenza neurochimica. Quelle ricerche non esistono. Sono frasi scritte per commuovere e per essere condivise, e il guaio è che quando qualcuno va a controllare si porta dietro anche i dati veri che aveva intorno.

Non ce n’è bisogno. I numeri autentici sono più forti di quelli inventati: una persona su cinque, tra chi ha perso sia un animale sia un essere umano, indica l’animale; un caso su dodici di lutto prolungato nella popolazione nasce dalla morte di un animale; i sintomi sono gli stessi, misurati con gli stessi strumenti clinici.

Se stai attraversando quei giorni, la cosa più utile che la ricerca ha da dirti è semplice: quello che senti ha un nome, ha una forma descritta in letteratura, e non dipende da un tuo eccesso di sentimentalismo. Se dopo mesi il dolore non ti lascia lavorare, dormire, uscire di casa, non serve aspettare che passi da solo, e parlarne con un professionista della salute mentale è una scelta ragionevole come lo sarebbe per qualsiasi altro lutto. Se invece il lutto è di qualcun altro, la cosa più utile è anche la più facile da fare: non spiegargli che era un animale, chiedigli come si chiamava.

Fonti: PLOS One, Science, Scientific Reports, New England Journal of Medicine, Cureus, Death Studies, Harvard Health Publishing, British Psychological Society

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Rocco Voto

Fondatore & Editore

Fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore cinofilo e nel mondo del cane, si occupa di divulgazione cinofila promuovendo un approccio basato su etica, competenza e benessere animale.

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Rocco Voto

Rocco Voto è fondatore ed editore di Dogsportal.it. Educatore cinofilo e consulente di comunicazione nel settore Pet, si occupa di divulgazione scientifica e cultura cinofila. Promuove un approccio basato su etica, competenza e benessere animale, per offrire un'informazione utile e lontana da mode passeggere.

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