Esistono cani buoni e cani cattivi?

Ma il cane è buono o cattivo “per natura”?

Esistono cani buoni e cani cattivi?

La domanda temo sia posta malissimo.

La domanda giusta dovrebbe essere:
guardando la natura possiamo decidere cosa sia giusto o sbagliato?

Ma anche in questo modo si corre il rischio di cadere in quella che è definita la fallacia naturalistica, ossia l’errore che consiste nel derivare principi o regole morali a partire da fatti naturali.

Per risolvere la questione, o meglio per provare ad avere un punto di vista che ci dia la possibilità di provare, se non a rispondere, a porre meglio la domanda, possiamo ricorrere al pensiero di Darwin.

Il perno della teoria di Darwin è la selezione naturale, con tre principi che ne stanno alla base

  1. Le popolazioni biologiche variano al loro interno, nel senso che nessun individuo è uguale ad un altro. Questa diversità è la condizione del cambiamento.
  2. Le variazioni non sono programmate ma vengono fuori spontaneamente e si “scontrano” con le pressioni selettive
  3. La conseguenza è che qualche individuo se la cava meglio di altri e questo gli consente di lasciare più discendenti a cui trasmettere il proprio patrimonio genetico.

Questa spiegazione da un lato è ecologica nel senso che tiene conto del ruolo che ha il cambiamento continuo del mondo, dall’altra è probabilistica, nel senso che non dirà mai che le cose andranno sicuramente così.

Resta un problema: se è vero che funziona in questo modo, l’individuo dovrà avere dalla sua, che le variazioni che lo riguardano siano altamente vantaggiose per lui, e lo siano nel qui e ora.

Tutto questo porterebbe ad una visione altamente egoistica. Ma allora come mai la natura è piena di comportamenti altruistici e cooperativi?

I comportamenti cooperativi possono essere di due tipi:

  1. Quelli che vengono compiuti per un vantaggio comune (la caccia delle leonesse). Qui si può parlare di egoismo mascherato, nel senso che aiutandoci, abbiamo maggiori vantaggi personali
  2. Quelli che non hanno un vantaggio per chi lo compie. L’omosessualità è un ottimo esempio di altruismo. Un altro buon esempio è quello di alcuni gruppi di scimpanzé, in cui i giovani maschi vengono mandati a fare da sentinella per avvertire dell’arrivo di un potenziale pericolo. Questo comportamento mette in pericolo il soggetto, favorendo il gruppo.

Lo scimpanzé che fa da sentinella, potrebbe pensare ai fatti suoi, traendo vantaggio dalla situazione.

In questo caso si comporterebbe come il nostro evasore fiscale che non paga le tasse ma usufruisce del servizio ospedaliero quando si ammala.

Un tale comportamento però tra gli scimpanzé non avviene, o meglio se avviene, il giovane maschio viene punito e allontanato dal gruppo fino a quando non dimostra di essere di nuovo affidabile.

La situazione appare quindi complessa e sotto alcuni aspetti, contraddittoria. 

In natura  infatti, normalmente prevale l’egoismo (con lo scopo di trasmettere i propri geni).

Sappiamo però che ci sono un sacco di eccezioni.

La risposta potrebbe essere questa: esiste un conflitto di interessi tra individuo e gruppo.

Nel caso dell’alveare, abbiamo un’ape regina che è l’unica a riprodursi e tutti lavorano per lei.

Ma tutti i membri del gruppo sono suoi cloni e quando un membro si immola per il bene del gruppo, anche se non vengono trasmessi i suoi geni, passano quelli del gruppo.

A questo livello, la lotta selettiva non è più tra individuo e individuo ma tra comunità diverse.

Questo sarebbe uno dei modi in cui si evolve l’altruismo.

Nel gruppo, l’evasore fiscale non prevale perché le sanzioni sociali fanno da meccanismo tampone.

In questo senso, anche nel branco, il conflitto tra gruppi fa da levatrice all’altruismo.

Una socialità difensiva e/o offensiva ci rende solidali con chi appartiene al gruppo, ma sospettosi con chi è diverso da noi. 

L’egoismo normalmente vince sempre, ma se ci sono altre forze che lo limitano come la parentela, la reciprocità e il gruppo, prevale l’altruismo.

Ma allora i neuroni specchio, il cervello sociale e tutto quanto è stato scritto e detto sull’empatia degli animali?

L’esperimento sul topo altruista.

Tempo fa hanno pubblicato su una rivista scientifica un esperimento in cui un topo ne liberava un altro, prigioniero di una gabbietta.

Alcuni hanno pensato subito all’empatia del liberatore che era consapevole dello stato di infelicità della vittima e desidera sottrarlo a quello stato. Quindi è stata ipotizzata la consapevolezza dello stato emotivo da parte dell’osservatore che compie un’azione finalizzata per far cessare la sofferenza del conspecifico.

(Cosa interessante è che poco prima fu fatto un altro esperimento, questa volta con le formiche che liberavano un compagno. Ma qui nessuno ha parlato di empatia).

Mi sembra corretto arrivare a due conclusioni:

La prima è che per pregiudizio, più una specie ci è prossima filogeneticamente o più condivide la vita con noi, più pensiamo che abbia comportamenti simili ai nostri.

La seconda, più interessante, è che l’intenzionalità dell’azione volta a liberare un altro essere da una condizione di sofferenza è davvero difficile da attribuire agli animali non sapiens.

Siamo davvero sicuri che il salvatore comprenda davvero lo stato mentale della vittima e agisca per liberarlo da quella sofferenza?

Credo che negli animali questo tipo di evidenza non ci sia e forse un atteggiamento agnostico da parte nostra sarebbe la cosa più corretta. 

Davide Cardia

addestratore ENCI Sezione 1° Dog Trainer Professional riconosciuto FCC Direttore Tecnico del centro cinofilo Gruppo Cinofilo Debù Docente in diversi stage con argomenti legati alla cinofilia e alla sua diffusione Docente corsi di formazione ENCI per addestratori sezione 1 Ospite in radio e trasmissioni televisive regionali Preparatore/Conduttore IPO e Mondioring Autore del libro “Addestramento con il premio” edizioni De Vecchi Curatore del libro “Io e il mio Bullgod” edizioni De Vecchi

Davide Cardia
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