Problemi comportamentali nel cane e il ruolo dell’Educatore cinofilo

Problemi comportamentali nel cane: l’istruttore e la presa in carico del caso

Istruttore cinofilo: osservatore privilegiato

parte prima riflessioni generali

Problemi comportamentali nel cane e il ruolo dell’Educatore cinofilo

Questo primo articolo sui problemi comportamentali del cane mira ad inquadrare la problematica osservandola con gli occhi dell’istruttore cinofilo quale soggetto privilegiato che si trova a svolgere il lavoro concreto con il proprietario e il cane in un contesto domiciliare o in campo, in collaborazione con altre figure coinvolte.

Pur non volendo entrare nelle specifiche competenze delle altre figure, non essendo questa la sede, è necessario ricordare che la figura responsabile del problema comportamentale è senza dubbio un veterinario comportamentalista.

Figura  responsabile della sicurezza delle persone, abilitata a fare diagnosi, ad elaborare una diagnosi differenziale tra un problema comportamentale propriamente detto e un problema derivante da patologie organiche e a mettere in atto la strategia terapeutica. 

L’istruttore cinofilo, formato per trattare problemi di comportamento, è il soggetto che mette in atto le tecniche di modifica comportamentale e che ha una posizione di vantaggio in tema di opportunità proprio per il lavoro che svolge; tecniche ben diverse dal normale percorso educativo che richiedono preparazione e competenza.

Problemi comportamentali visti su base scientifica

Nella definizione e attuazione del progetto che molti autori definiscono “rieducativo”, cioè di modifica del comportamento, l’istruttore utilizza tecniche basate su metodi scientifici in un percorso tuttavia creativo nella sua esecuzione, diverso e unico per ogni binomio, compatibile con la vita dell’animale e del proprietario e quanto più possibile di facile attuazione. 

Comportamenti anomali nel cane

Da istruttori cinofili i problemi comportamentali che ritroviamo nella nostra attività lavorativa sono rappresentabili come comportamenti anomali in qualità e/o quantità (o non fisiologici) che non scaturiscono da un problema organico, da una motivazione di razza correttamente espressa o dalla presenza di fattori concomitanti (assunzione sostanze/farmaci/terapie).

Spesso accompagnati da emozioni eccessive e non adattive al contesto in cui si esprimono, i problemi che affrontiamo sono in genere ingravescenti e socialmente non accettati ma possono essere anche non riconosciuti come tali e, pertanto, ignorati.

Cerchiamo di fare chiarezza e di inquadrare meglio la situazione.

Si è parlato di comportamenti anomali in qualità, cioè comportamenti non funzionali nella modalità in cui si esprimono (pensiamo ad esempio al cane che gira su se stesso con o senza cattura della coda); ma anche in quantità, cioè troppi comportamenti (ad esempio gli stati iper) o troppo pochi comportamenti (ad esempio situazioni di privazione in cui i comportamenti possono essere pressoché assenti).

Comportamenti non fisiologici

Abbiamo anche utilizzato il termine “non fisiologici” perché esistono comportamenti normali ad un determinato stadio di sviluppo ma non ad uno stadio successivo (ad esempio è normale che il cucciolo possa ingerire le sue feci, non è normale che lo faccia il soggetto adulto).

Abbiamo poi escluso la componente organica sottostante al problema comportamentale propriamente detto, pur sapendo bene che alcune patologie organiche possono scatenare la stessa sequenza propria di alcuni problemi comportamentali (pensiamo ad esempio ad alcune aggressività mediate da problemi al sistema nervoso o endocrino, non di nostra competenza).

Perchè è importante il ruolo dell’istruttore cinofilo esperto in problemi comportamentali

Come già esplicitato, differenziare un problema comportamentale da un problema organico che scatena la stessa sequenza comportamentale è una specifica competenza veterinaria ma, in un clima di tale confusione professionale in cui i proprietari scelgono autonomamente la figura a cui rivolgersi, ritengo che il nostro occhio debba essere oggi il più possibile allenato, la nostra mente aperta al dubbio, la nostra intervista mirata ad inquadrare correttamente il problema al fine di indirizzare il cane verso il percorso corretto.  

Le attitudini di razza

Abbiamo anche escluso da una definizione di problema comportamentale i comportamenti derivanti da attitudini di razza (se correttamente espressi) che possiamo inquadrare come “comportamento-problema”, cioè come qualcosa che pur essendo fisiologico per il cane comporta un disagio per il proprietario (pensiamo ad esempio ad alcuni comportamenti predatori sui gatti). Questo non significa che questi disagi non vadano affrontati ma che sicuramente hanno un approccio diverso perché non possiamo definire la predazione come qualcosa di patologico in se.  Allo stesso modo dalla definizione abbiamo escluso tutte quelle situazioni di assunzione di farmaci/terapie perché in questo caso i comportamenti anomali ne sono una conseguenza.

Carica emozionale non adattiva

Per ultimo abbiamo evidenziato la presenza di una forte carica emozionale non adattiva e non adeguata al contesto e abbiamo evidenziato il carattere ingravescente del problema comportamentale, cioè quella caratteristica che porta in genere al peggioramento nel tempo in intensità e frequenza se non si interviene e alla sua generalizzazione, cioè alla sua comparsa in contesti diversi da quello di esordio.

A volte l’ingravescenza è tale da inficiare le normali attività di vita dell’animale, l’animale non è richiamabile dalla situazione patologica e pertanto è auspicabile l’intervento del veterinario comportamentalista.

Disturbi fisici e comportamento del cane

Altre caratteristiche del problema comportamentale sono la correlazione con altri disturbi fisici, spesso sono presenti problemi intestinali, dermatologici, ecc. e la predisposizione genetica.

L’ambiente sfavorevole per il cane

Pur essendo assolutamente d’accordo sull’esistenza di “ambienti” in qualche modo detonatori del problema esiste l’elemento soggettivo del cane ed è ormai accertato il ruolo della genetica ad esempio nelle paure, quindi possiamo escludere che il solo ambiente sfavorevole possa essere causa in assoluto di problemi comportamentali.

Qual’è il ruolo dell’istruttore cinofilo?

[Disambiguazione: nel blog spesso utilizziamo il termine Istruttore cinofilo per intendere colui che addestra il cane in una particolare disciplina sportiva, in questo caso seguiamo l’interpretazione dell’autore]

Definite in generale le caratteristiche del problema comportamentale dobbiamo chiederci quale sia il ruolo dell’istruttore, che competenze debba avere e quali siano i percorsi da mettere in atto; proporre ed affrontare un programma di cambiamento con il proprietario, per il benessere del cane e la serena convivenza del sistema familiare, non è sempre semplice.

Collaborare tra professionisti differenti

La strada più interessante è per me quella della  collaborazione, un progetto da svolgere in équipe, in cui ognuno sappia riappropriarsi del proprio ruolo e interpretarlo in modo unico in funzione della situazione. 

Ascolto della domanda del cliente

Competenza specifica dell’istruttore, ancor prima delle abilità tecniche, è quella di saper ascoltare la domanda del cliente e riuscire a trasformarla in un percorso di crescita che sia rispettoso del benessere animale, del mondo valoriale del cliente e del suo sistema familiare ma anche del proprio mondo valoriale.

Win – Win – Win

Mi piace pensare, e così mi è stato insegnato nel corso in Coach del comportamento del cane, che in questa particolare triade istruttore-cane-cliente tutti possano e debbano uscire “vincenti” e migliorati da ogni trattamento, secondo una logica “win-win-win”; mi piace pensare inoltre che tutto possa avvenire senza abbandonare le proprie credenze e i propri valori perché, questi, sono i pilastri su cui ognuno di noi basa la visione del mondo che tende a perdurare nel tempo anche in funzione delle pregresse esperienze.

Evitare il conflitto con l’interlocutore

E’ chiaro allora che proporre soluzioni non aderenti ai valori del nostro interlocutore non solo non porterà i risultati sperati, perché non verrà messa in atto, ma porterà a situazioni di conflitto in cui la tendenza oppositiva del cliente non permetterà la realizzazione dell’intervento.

Credo infatti che la prima causa di fallimento degli interventi sia proprio l’incapacità di accogliere la domanda, riconoscendo il cliente come portatore di valori che possono essere diversi dai nostri.

Non dobbiamo dimenticare che il cane arriva alla nostra osservazione perché  un cliente, seppur portatore di credenze lontane dalle nostre, ha fatto la scelta di intraprendere un percorso senza la quale al cane sarebbe preclusa la possibilità di cambiamento. 

Accolta la domanda si pone il problema dell’alleanza:

c’è un alleanza privilegiata che dobbiamo stringere perché si realizzi il processo di cambiamento?

E se si, quale?

Siamo portati in maniera naturale a stringere la nostra alleanza con il cane e a volte senza rendercene conto lo facciamo “contro” il proprietario, giudicandolo e colpevolizzandolo per i comportamenti assunti e arrivando addirittura a mettere in dubbio la relazione che ha con l’animale.

Mi capita spesso di sentire frasi come “è colpa del proprietario”, frase che non solo non ha nessun senso ma nega completamente la soggettività, il carattere del cane e il ruolo che gioca la genetica in molti problemi comportamentali.

L’istruttore lavora con e sulle persone

Dobbiamo ricordare che l’istruttore svolge un lavoro con e sulle persone e che molti proprietari arrivano alla nostra consultazione quando hanno già provato altri percorsi, che non hanno funzionato, carichi di sensi di colpa e di impotenza.

Evitiamo di appesantire con sensi di colpa

C’è un ulteriore elemento della colpevolizzazione che non va sottovalutato ed è quello di non permetterci di acquisire le giuste informazioni: chi si sente giudicato inizierà ad omettere o a distorcere la realtà dei fatti.

Il solo fatto di comunicare al cliente che esiste una predisposizione genetica, che non possiamo escludere che in altro ambiente il problema sarebbe venuto fuori lo stesso permette al cliente di guardare la situazione con occhi diversi; questo non vuol dire tirarsi fuori dalla responsabilità ma permettergli di assumere una responsabilità condivisa più facile da sopportare e più funzionale al cambiamento. 

Si è parlato di sistema valoriale del cliente e di sistema valoriale dell’istruttore, perché anche quest’ultimo non va ignorato; l’intervento proposto deve allora essere aderente ai nostri pilastri, soprattutto in fatto di etica, ed è questa l’unica possibilità di non accoglimento della domanda e della non presa in carica del caso (otre ovviamente a situazioni in cui ci si accorge che la sicurezza è messa a repentaglio).

Una questione di valori

Pensiamo ad esempio alla nostra idea ormai indiscussa della preferenza dell’utilizzo  del rinforzo positivo che dovesse incontrarsi con un cliente disponibile al solo utilizzo di punizioni; non sarebbe possibile intraprendere il percorso di cambiamento perché i nostri pilastri ne uscirebbero gravemente danneggiati.

Esistono poi tutta una serie di situazioni in cui la nostra credibilità è messa in discussione dal primo momento ad esempio per la nostra fisicità, per il nostro genere e a volte anche per l’utilizzo del cibo (vi sarà capitato di sentirvi dire che col bocconcino è facile!).

In tutte queste situazioni l’istruttore valuterà l’atteggiamento e la strategia migliore da attuare, arrivando anche nei casi più estremi, a scegliere di cedere il caso ad un altro collega.

La giusta distanza professionale

Altro importante aspetto da non sottovalutare è la presa in carico del caso mantenendo una giusta distanza professionale; chi si occupa di problemi comportamentali avrà sicuramente assistito a comportamenti ambivalenti dei clienti, oscillanti tra un amore smisurato verso l’animale e crisi di pianto in cui l’unico desiderio sembra essere disfarsi del problema.

Vi sarà inoltre capitato di essere chiamati a tutte le ore, di ricevere messaggi e video di notte o di domenica, ecc.

Regolare il nostro rapporto con il cliente

Prendere in carico un caso non significa farsi portare totalmente dentro al problema vivendo le stesse frustrazioni e sofferenze del cliente.

Con ciò non voglio dire che bisogna essere freddi o peggio ancora cinici ma semplicemente che possiamo renderci disponibili, in ascolto e in empatia anche senza essere “risucchiati” dagli eventi.

Penso che questo atteggiamento sia proficuo non solo per noi ma per il cliente stesso che impara a gestire la situazione  in un ruolo più attivo, il tutto con le dovute eccezioni (capita anche di uscire di corsa perché il cane non fa uscire dalla stanza qualcuno!).

Di solito regolo queste situazioni dicendo ai proprietari di filmare e do loro delle indicazioni precise sulla modalità dei contatti e dell’invio dei video in attesa del successivo incontro; mi sembra che questo li tranquillizzi, sanno che non devono preoccuparsi se non riceveranno una risposta immediata ma allo stesso tempo sanno di essere seguiti.

Intervista con il cliente

Altra osservazione di questa prima carrellata di riflessioni riguarda l’intervista col cliente (oggetto del prossimo articolo) che deve portare alla definizione di un accordo in cui il cliente accetta alcune soluzioni tra quelle proposte.

Se manca questo accordo, se tutte le dimensioni non sono state esplicitate (tempi a disposizione del cliente, le sue capacità cognitive, retribuzione della prestazione, impegno settimanale di lavoro col cane, possibilità di mettere in atto le soluzioni proposte, ecc.) molto probabilmente il lavoro è destinato ad essere interrotto. Se saremo in grado di porre le giuste domande, in 45 minuti massimo un’ora dovremo arrivare a farci un’idea su quanto sta succedendo e saremo anche in grado di proporre una serie di soluzioni; vi renderete conto che dopo un’ora le persone non sono più attente come all’inizio e le informazioni che vi restituiscono iniziano ad essere imprecise e carenti, l’intervista smette di essere funzionale.

In conclusione: torniamo sulla collaborazione

L’ultima riflessione riguarda la collaborazione con altre figure perché, se è vero che alcune competenze sono ad uso esclusivo del veterinario, è pur vero che in campo in prima linea ci siamo noi; non è oggi pensabile non avere nessun contatto con gli altri professionisti o non riconoscere gli effetti dell’intervento in atto: siamo chiamati a dare un feedback sul miglioramento che stiamo osservando, sulle difficoltà eventuali che stiamo vivendo, su effetti inaspettati che si stanno verificando, sulle situazioni di empasse e tanto altro.

Il bravo istruttore cinofilo non diagnostica nulla ma osserva.

Ancora, siamo chiamati ad osservare il cane perché siamo gli unici che lo vedono muoversi ed esprimersi liberamente nel suo ambiente, siamo chiamati ad osservare le sue posture, le sue andature, il suo modo di relazionarsi con l’ambiente, ecc.

Tutto questo fa parte del nostro ruolo, non dobbiamo diagnosticare nulla ma dobbiamo essere abili osservatori a 360 gradi; la nostra presenza unica, peculiare e privilegiata è indispensabile al processo di cambiamento quando interpretata con responsabilità e supportata dalla giusta preparazione.

Nei prossimi articoli entreremo nel dettaglio dei problemi comportamentali, vedremo come fare un’intervista mirata che ci faccia inquadrare almeno in prima battuta il problema, espliciteremo le tecniche di modica comportamentale, entreremo nel mondo delle paure e delle aggressività e tanto altro….

Il tutto con gli occhi attenti  dell’istruttore cinofilo.

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