Razze e pericolosità: usciamo dall’equivoco?
I recenti episodi di cronaca hanno riacceso la solita diatriba tra chi punta l’indice verso alcune razze canine considerandole “troppo pericolose” e chi, invece, ripete come una mantra il concetto seguente: “Non esistono razze più aggressive di altre”.
Mi occupo di aggressività canina da molto tempo e ho maturato un approccio diverso alla questione su razze e pericolosità.
Lo propongo, sperando di dare una mano a uscire da un terribile equivoco. Terribile perché, al di là delle opinioni, inclusa la mia, ci sono esseri umani e anche cani che muoiono uccisi a morsi, una fine orrenda che non possiamo rassegnarci a considerare come “evento tragico ma casuale”.
Non lo è quasi mai.
Chiunque si occupi seriamente di cani non può negare che vi siano razze selezionate per avere un’indole più “dura” e “combattiva” di altre.
Per fare qualche esempio, i grandi molossi da presa (come il Corso o il Dogo Argentino), i Terrier di tipo Bull (come il Pitbull), i grandi guardiani del gregge (come il Caucaso), i cani da pastore che in realtà vengono selezionati da decenni come cani da difesa (il popolarissimo Pastore Tedesco è tra questi) sono tutti dotati di potenza fisica, di morso e di inclinazione a usarlo superiori alla media, per ragioni storiche e di selezione ben note.

Ma per quanto riguarda indole e combattività, che dire dei pur piccoli Terrier?
Anche loro sono tosti e raramente si tirano indietro se c’è una rissa. E cani dalla reattività eccezionale come il Pastore Belga nella sue diverse varietà o il Dobermann?
Non sono certo immuni dall’utilizzo dei denti. E ancora, che dire di un Pinscher o di un “volpino”, Italiano o Tedesco che sia?
Spesso sono assai determinati e mordaci, per quanto minuscoli.
L’elenco potrebbe continuare a lungo ma credo basti a far capire quanto la faccenda sia intricata e perché voler stilare un elenco di “razze pericolose” che abbia un senso sia decisamente arbitrario, se non stabiliamo un criterio per misurarla, la suddetta pericolosità.
E il criterio c’è, a mio avviso.
Ma prima va chiarito un concetto spesso confuso persino da chi, come alcuni veterinari comportamentalisti, dovrebbe invece padroneggiarlo: “aggressività” non è sinonimo di “pericolosità”.
Non mi dilungo nello spiegare cosa sia l’aggressività negli animali sociali come i lupi, i cani o i Primati e come debba essere considerata (chi vuole capirlo si legga “L’evoluzione del comportamento sociale canino” dell’etologo Roger Abrantes, testo fenomenale che anni fa ho avuto l’onore di tradurre insieme a Carlo Marzoli per le Edizioni Il Biancospino) e mi limito a ricordare che si tratta di una prerogativa innata, un “drive”, che appartiene a tutti i cani indistintamente, così come a tutti noi bipedi teoricamente evoluti.
Dunque, in termini etologici un Barbone nano e un Pitbull sono ugualmente dotati di un’innata capacità aggressiva, perché sono cani.
La capacità o meno di gestire correttamente questa innata pulsione che chiamiamo “aggressività”, però, fa la differenza.
Lo sviluppo della personalità di un cane, i suoi atteggiamenti verso i suoi simili, verso altri animali e verso gli esseri umani dipendono soprattutto dalla storia individuale di ciascun soggetto nonché dal percorso educativo scelto e, prima ancora, dall’impegno dell’allevatore prima e del proprietario poi nel favorirne l’inserimento nel contesto sociale. E questo indipendentemente dalla razza: un cane non socializzato avrà sempre problemi di interazione e spesso ricorrerà a un’aggressività incontrollata indotta dalla paura.
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Ma è altrettanto importante ricordare che l’opera di selezione portata avanti dall’uomo nel corso dei secoli ha modificato e plasmato, nel “bene” e nel “male”, oltre alla morfologia anche le attitudini e le inclinazioni delle diverse razze, per esempio favorendo docilità e subalternità in alcune e privilegiando invece reattività e determinazione in altre.
Un Carlino e un Mastino Napoletano sono entrambi “molossoidi puri”, hanno pari livello neotenico (sono “infanti”) e anche una millenaria storia di selezione, ed è questa che fa la differenza: il primo viene selezionato come cane da compagnia dal 600 avanti Cristo, il secondo invece viene selezionato come cane da guardia attiva, stanziale, probabilmente già durante l’Impero Romano. Ecco perché molto difficilmente un Carlino assumerà atteggiamenti di difesa estrema e un Mastino Napoletano molto facilmente lo farà: la selezione pesa a livello comportamentale, e tanto anche!
Dunque, torniamo al discorso iniziale e al criterio sensato per capire se una razza sia “potenzialmente pericolosa”.
La realtà dei fatti, cioè l‘etologia, ci dice chiaramente che tutti i cani, anche quelli piccolissimi, sono “potenzialmente pericolosi”, perché portatori del drive innato dell’aggressività, proprio come noi esseri umani. Ma ci sono tre elementi in grado di fare la differenza, in termini di pericolosità:
- la storia di selezione, che influenza la gestione dell’aggressività
- la storia individuale, che influenza le capacità di interazione sociale
- la taglia del cane, che influenza le conseguenze di un attacco
Ecco perché se abbiamo una razza storicamente selezionata per ricorrere facilmente a comportamenti aggressivi attivi, cioè attaccare con facilità e non cercare la mediazione, e/o un soggetto con bassa inibizione del morso, poco o per niente socializzato e di taglia superiore ai 18-20 chili, (cercatevi la formula dell’energia cinetica e capirete perché), abbiamo un “cane potenzialmente pericoloso” per un uomo adulto in buona salute.
Facile, non è vero?
Il problema è che spesso non vogliamo accettare la realtà dei fatti perché implicherebbe riflessioni serie sulla selezione, sulla cultura cinofila italiana e sulla gestione dei cani.
Ci tornerò, se interessa.
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