“Se il cane tira fermati”: funziona davvero?
Molti protocolli sull’andatura al guinzaglio si basano su questa indicazione: se il cane tira, fermati; quando smette di tirare, riparti.
Analizziamo però questo meccanismo in termini di apprendimento.
Quando il cane tira verso una meta (ad esempio il parchetto) e chi lo accompagna si ferma, sta applicando, tecnicamente, una punizione negativa: il movimento in avanti (stimolo appetitivo) viene rimosso in seguito al comportamento di tirare.
Quando invece il cane allenta la tensione e si riparte, il movimento in avanti viene ripristinato. In questo caso, l’avanzamento può agire come rinforzo negativo del comportamento di non tirare: la condizione avversiva (lo stop) viene tolta quando il cane smette di esercitare trazione. Ma un cane con uno stato elevato di attivazione è in grado di “percepire” questo rinforzo? Comunque, fin qui, sul piano teorico, il meccanismo appare tutto sommato coerente.
Il problema nasce nella realtà etologica del processo di apprendimento.
Il cane non vive la passeggiata come una sequenza di micro-contingenze (“ho smesso di tirare, si riparte”), ma come una catena comportamentale orientata a un obiettivo. Se la destinazione finale viene comunque raggiunta, tutti i comportamenti che hanno preceduto quel risultato, inclusa la trazione iniziale, rischiano di essere inglobati nella sequenza che ha portato al successo.
In altre parole: il comportamento di tirare continua ad essere funzionale al raggiungimento della meta.
Il breve rilascio di tensione che consente la ripartenza può non avere sufficiente salienza per essere discriminato come comportamento efficace (il dubbio che ponevo prima), mentre l’intera sequenza “tiro, mi fermo, riparto, arrivo al parco” viene consolidata dall’esito finale.
Dal punto di vista dell’apprendimento operante, il rischio è quello di rinforzare involontariamente la perseveranza nel tirare, anziché la condotta alternativa. Senza un rinforzo chiaramente contingente, immediato e percepibile del comportamento desiderato (guinzaglio morbido), il sistema tende a stabilizzare la strategia più economica per il cane: mantenere trazione fino al raggiungimento dell’obiettivo.
Ma quali altri aspetti dovremmo tenere in considerazione?
Sicuramente che i cani che tirano spesso presentano un bisogno di movimento elevato, non soddisfatto da un punto di vista gestionale: poche uscite, troppo brevi, anche in luoghi poco adeguati.
C’è anche da considerare che chi si trova a gestire questo problema percorre spesso sempre lo stesso percorso casa-parco, con il pilota automatico, senza introdurre mai variazioni.
Risulta efficace il consiglio “se tira fermati ed aspetta”? Direi proprio di no, a parte qualche caso fortuito, l’eccezione che conferma la regola. A chi nei commenti scrive “ma io col mio cane…”: il primo segno di ignoranza è trasformare la propria esperienza personale in un giudizio universale.
Leggi anche: Il tuo cane tira al guinzaglio? Auguri, sei fregato.
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