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Trentino, il racconto di Ciro Manente: “siamo scappati per salvare i nostri cani”

L’esperienza allucinante di Ciro Manente e Anna Consalvo in Trentino.

Tre anni di lavoro sul campo per favorire la convivenza con i grandi carnivori nelle Terre Alte del Nordest. Ventiquattro ore per decidere di andarsene, dopo il ritrovamento di bocconi avvelenati nel giardino di casa.

È così che si interrompe l’esperienza di Ciro Manente e Anna Consalvo, fondatori dell’associazione “Popoli&Lupi”, costretti a lasciare il Trentino per salvare la vita dei loro tre cani.

Ciro Manente è tra i principali esperti italiani di lupi e biodiversità, divulgatore di fama e, come la moglie Anna, ambasciatore del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Nel 2021 la coppia, accompagnata dai loro tre cani, si era trasferito in Trentino, in Val di Non, dopo aver vissuto in Alto Adige.

L’obiettivo era di portare avanti un’attività di divulgazione diretta sul territorio, rivolta alle popolazioni locali. Un lavoro prezioso, in una delle aree alpine più segnate dal conflitto attorno alla presenza di lupi e orsi. Eppure…

La famiglia viveva in una casa ai margini del bosco. Accanto all’attività divulgativa, Manente aveva avviato anche un monitoraggio della fauna selvatica, installando alcune fototrappole nei pressi dell’abitazione. Un’attività svolta, come in altre regioni italiane, con l’intento di documentare la presenza dei grandi carnivori nelle aree antropizzate e condividere le informazioni con chi si occupa di prevenzione: «Mi ero offerto di aiutare», spiega, «soprattutto per consentire ai forestali di avvisare la popolazione in caso di avvistamenti di orsi».

Ma le fototrappole durano poco: qualcuno le ruba, sapendo evidentemente dove fossero. Successivamente, Manente riceve una comunicazione dai forestali: deve rimuovere le telecamere perché installate su suolo comunale senza autorizzazione… nonostante fossero già state sottratte. Un episodio che contribuisce ad alimentare una sensazione di crescente isolamento.

Con il passare dei mesi, racconta Ciro, il clima attorno alla famiglia cambia sensibilmente. «Lo percepisci quando vai in giro», dice, «perché ti guardano in modo diverso». Iniziano anche a circolare voci e accuse assurde: «Qualcuno sosteneva che i lupi della zona li avessi portati io…».

Alla richiesta di quantificare l’atteggiamento prevalente incontrato in tre anni tra la popolazione locale, la risposta è netta: «Circa il 20% degli abitanti riteneva necessario lavorare sulla convivenza. L’80% era favorevole all’abbattimento totale di lupi e orsi». Una posizione che Manente sintetizza così: «Riprendiamoci il territorio perché è roba nostra».

impronysa zampa di orso in trentino

Il confronto con altre realtà come il Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, dove lupi e orsi sono presenze frequenti e storiche, è immediato: «Lì questi problemi non esistono», afferma Ciro, «ci sono pastori, cani da guardiania, controllo degli animali al pascolo». In Trentino, invece, la gestione è spesso diversa: «Per molti, la pastorizia consiste nel lasciare gli animali liberi di vagare da soli sui pascoli, senza pastore e senza cani».

Eppure, gli strumenti di prevenzione non mancherebbero: «La Provincia fornisce gratuitamente le reti elettrificate e acquista i cani da protezione», racconta, «solo che i cani non li vogliono. Dicono che il mantenimento costa troppo ». 

Tuttavia, qualcuno ci prova e decide di adottare misure efficaci, dimostrando che la convivenza è possibile, ma «chi lo ha fatto è stato ostracizzato e ostacolato da chi non vuole farlo», spiega Ciro.

Il limite della sopportazione arriva dopo un incontro pubblico in cui Manente è invitato a parlare sul tema della convivenza. Il giorno successivo, nel giardino di casa, compaiono tre polpette rosse: si tratta di bocconi avvelenati, come confermeranno le analisi. «Il giorno dopo», racconta Ciro, «abbiamo deciso di andarcene. La vita dei nostri cani non era negoziabile».

Per Manente, l’episodio è rivelatore: «In Trentino abbiamo scoperto una realtà in cui l’uso del veleno è una pratica diffusa e tollerata, un linguaggio usato per intimidire, in puro stile mafioso». Una consuetudine che, a suo avviso, «si è consolidata nel tempo grazie a una rete di connivenze che nasce dall’ignoranza diffusa e da comportamenti criminali che vengono accettati in silenzio da molti, se non incoraggiati».

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E in questo contesto malato si inserisce anche uno degli episodi più gravi avvenuto sempre nella zona: «È stata ritrovata la pelle di un cucciolo di orso in un parco giochi per bambini». Un fatto agghiacciante che Ciro considera altamente simbolico e che suona come una palese intimidazione verso chiunque lavori per la coesistenza e la conoscenza. Come a dire: “Qui comandiamo noi e facciamo quello che vogliamo quando vogliamo. E non abbiamo problemi a uccidere anche i cuccioli e a terrorizzare i bambini”. 

Il riferimento è al ritrovamento avvenuto nel settembre 2025 a Fondo, in Val di Non: la pelle di un giovane orso ucciso e scuoiato, lasciata deliberatamente all’interno di un’area giochi.

Sul ruolo delle autorità, che paiono sostanzialmente assenti, Manente puntualizza: «I forestali di cui parlo sono dipendenti provinciali, non carabinieri forestali». E aggiunge: «Quando un presidente di Provincia incita agli abbattimenti e organizza banchetti a base di carne di orso, il messaggio che passa è chiaro». 

Un messaggio che, secondo Manente, contribuisce a legittimare azioni criminali: «Di fronte a certi messaggi e comportamenti a livello istituzionale, è facile che un normale cittadino che magari è un cacciatore, non un bracconiere, si senta in diritto di uccidere animali protetti come lupi e orsi».

Dopo l’addio improvviso al Trentino, la famiglia si è trasferita in Umbria. Alla domanda sul futuro dei grandi carnivori in quelle regioni alpine, Manente risponde con pessimismo: «Secondo me gli orsi sono già diminuiti di oltre la metà». E alla domanda se si tratti di un’eliminazione silenziosa, risponde senza esitazioni: «Sì, bocconi avvelenati e soprattutto caccia illegale».

La storia di Ciro Manente e Anna Consalvo rivela un aspetto particolarmente inquietante della “questione grandi carnivori”: non c’è solo la contrapposizione tra chi lavora per la convivenza e chi non la ritiene possibile ma esiste una frangia, apparentemente intoccabile, che impedisce di fatto, con metodi criminali, la divulgazione di conoscenze utili tra la popolazione.

La ragione sembra evidente: se chi vive nelle zone popolate da lupi e orsi viene informato da esperti e in questo modo apprende come evitare la maggior parte dei problemi senza ricorrere a metodi cruenti se non in casi estremi, la narrazione basata sulla diffusione dell’ignoranza e del terrore crolla e, con essa, anche alcune posizioni di potere. 

E attenzione, questo vale su scala nazionale, non solo nelle Terre Alte del Nordest.

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Andrea Comini

Educatore Cinofilo & Giornalista

Educatore e istruttore cinofilo FISC da oltre vent’anni, consulente comportamentale e giornalista professionista. Studioso di etologia del cane e del lupo, si è formato con maestri internazionali ed è docente in corsi per educatori.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

Andrea Comini ha 128 articoli e più. Guarda tutti gli articoli di Andrea Comini

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