Segugio italiano: meraviglia estetica nel mondo

Su Dogsporta.it per volontà del caporedattore Poldo, diamo ampio spazio alla storia dei cani da caccia con particolare riferimento ai segugi di tutto il mondo.

Parliamo del Segugio Italiano?

I segugi italiani, insieme agli Appennino, e ultimamente agli istriani, sono i segugi della mia vita.

Ci ho vissuto, ci ho cacciato, ho camminato con loro in boschi fitti, in collina, nella tramontana e nel nevischio o nella guazza al mattino, e come parlarne?  

Non certo servendovi, di loro, le banalità che qualunque libro di cinofilia vi direbbe: origine sconosciuta, antica (sono raffigurati insieme ad Artemide in Grecia classica), eterna, se ci riferiamo ai walking dogs pezzati con le orecchie più brevi ma insomma segugi che i Coppinger hanno studiato.

Poi la razza si definisce nel Novecento, tramite la competenza e la visionaria capacità di Luigi Zacchetti, tramite il lavoro appassionato di grandi allevatori, tramite errori, anche, tipo il rinsanguamento con alcune razze francesi che distorcono la purezza di lavoro e di morfologia (perché, tutti lo sanno, l’aspetto del segugio, il suo stile, è modellato sul suo sistema di caccia, e quando si squilibra uno, si squilibra l’altro, irrimediabilmente).

Ed ecco il segugio italiano, meraviglia estetica del mondo. Com’è?

Incredibile.

Somiglia alle sue prede: segugio lepre, scattante, nevrile, infinitamente intelligente, segugio cerbiatto, slanciato, timido e audace.

Molto felino, anche, pigro a riposo, composto, segreto, non certo il cane cozza, tutto effusioni festevoli: ma quando vi posa il muso sul ginocchio e sì, vi abbraccia con le meravigliose orecchie, e vi guarda coi suoi splendidi occhi, vi dice sono tuo, e tu sei mio, meglio, molto meglio di qualsiasi razza che vi saltella a piedi con sventolio di coda e orecchie a turbina…

Com’è il segugio italiano, dicevamo?

Complicato.

Spesso, lo vedete, triste: mesto, si dice in Toscana: composto, serio, sdegnoso: ha capito.

Non sarà sciolto.

Non potrà essere se stesso.

Spesso, incredibilmente vivace: lo notate nel movimento fiammeggiante di corsa di alcuni maschi, nella grazia farfallina di alcune bellissime femmine.

Sciolto, perlustra il terreno, in ampi cerchi. Se ha uno stile incredibile, rarissimo, addirittura a spirale.

Cerca l’usta, la traccia della lepre: i cacherelli, le ginestre smozzicate, un graffio leggero della zampa.

Dà voce, traducendo, per i compagni di muta e per il conduttore attento, la sua indagine, il suo pensiero, la sua valutazione: del resto, il gesto primario della conoscenza è proprio questo, un cacciatore, uomo o animale, chino a decifrare le tracce della preda.

Poi, dipana la braccata.

Si avvicina al covo.

La sua tensione va alle stelle.

Gli occhi si dilatano, talvolta il pelo sulle scapole si drizza, i colpi di voce diventano radi, sofferti.

La braccata viene masticata, sniffata, con un effetto magnifico, quasi perturbante.

Lo scovatore rallenta, teso come una corda.

Poi, avviene.

L’urlo di scovo è una catarsi, il cielo si rovescia, la seguita si lancia come fosforo per il bosco, e può snodarsi talmente incalzante da diventare una serie di riscovi, perché la lepre pressata applica le sue mille trappole per distanziarsi dai nemici e lo specialista, l’inseguitore, la riscova mille volte, finché ha fiato nelle vene.

La canizza è una polifonia indescrivibile, un canto a più voci che non si può raffigurarsi, se non lo si è sentito.

Nella muta, o nella coppia, ogni segugio è uno specialista.

L’accostatore, lo scovatore, l’inseguitore si scambiano fluidamente la leadership.

I segugi si coalizzano

Unico gruppo di predatori a farlo, i segugi si coalizzano per battere una preda infinitamente più piccola di loro: potrebbero averne ragione a singolo: ma hanno perfettamente conservato le radici lupesche della collaborazione, e la loro caccia in branco è magia e filosofia. Come lo è il loro incredibile equilibrio.

Se l’istinto di caccia, il richiamo della foresta, scriveva Gildo Fioravanti, è superiore all’amicizia verso il conduttore, il segugio è inutilizzabile dall’uomo, ma se tale istinto difetta, è inservibile per la ragione opposta. Conquistare l’infinito, e rientrare. Questo vuol dire segugio.   

Susanna Pietrosanti

Susanna Pietrosanti , dottore di ricerca in storia della caccia in Toscana, é autrice di vari saggi sulla caccia in Italia e in Europa. Ha collaborato con la rivista ufficiale della SIPS, Società Italiana Pro Segugio. Ama i segugi e divide il bosco e la vita con loro da sempre.

Susanna Pietrosanti
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