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L’estinzione dei cani da lavoro sarà la terza fase dell’evoluzione canina?

Secondo uno studio i “cani da lavoro” non saranno più adatti per una grande parte della nostra società.

Uno studio condotto negli Stati Uniti da Brian Hare (professore di antropologia evolutiva e direttore del Duke Dog Cognition Center alla Duke University, in North Carolina) e Vanessa Woods (responsabile della sezione cuccioli del suddetto Duke Dog Cognition Center) propone una visione interessante, e a suo modo anche preoccupante, sull’evoluzione in atto da parte del cane domestico, quel Canis lupus familiaris che ci accompagna da almeno 30mila anni.

I due studiosi, infatti, ritengono che i nostri fratelli con la coda stiano attraversando, o si accingano a farlo, una terza fase evolutiva della loro storia etologica, dopo le prime due costituite sostanzialmente dalla trasformazione in cane partendo dall’auto-domesticazione del lupo, durante la Preistoria, e poi nella suddivisione in tipologie specializzate (caccia, traino, guardia, pastorizia eccetera) di pari passo con lo sviluppo della società umana cui sono strettamente legati come specie, al punto da poter tranquillamente parlare di co-evoluzione

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+Secondo Hare e Woods, poiché la società umana, perlomeno nei Paesi maggiormente sviluppati, sta evolvendo (o involvendo?) verso uno stile di vita via via più lontano dalle esigenze che avevano portato alla selezione di molteplici razze da lavoro adatte ai compiti più utili al nostro benessere, la persistenza di una selezione canina funzionale ai compiti del passato creerebbe più difficoltà che benefici: i cani da lavoro… che non lavorano vanno in sofferenza psicofisica, condizione che sfocia in difficoltà di convivenza, problemi comportamentali e tutte quelle situazioni complesse e conflittuali che i professionisti cinofili ben conoscono.

border collie in estate

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Un altro problema che, secondo i due studiosi, deriverebbe dalla selezione originaria di molte razze, in particolare da guardia e difesa, che includono per tradizione anche tanti “pastori”, nasce dal fatto che tale processo ha privilegiato anche la diffidenza verso gli estranei, la difesa territoriale e la reazione di difesa attiva a protezione del nucleo famigliare.

Tutte qualità molto apprezzate fino a qualche tempo fa ma che oggi, secondo Hare e Woods, in una società che vede sempre di più il cane come “membro della famiglia”, ammettendolo in casa praticamente con i medesimi diritti e spazi di noi bipedi, diventano più un problema che altro: se arrivano ospiti, che si fa con un cane territoriale e protettivo?

E se è diffidente e proattivo, anche portarlo in giro diventa molto complicato.

Ugualmente, esplorare liberamente il territorio, seguire tracce e cacciare altri animali, specializzazioni tipiche di tantissime razze, sono comportamenti di selezione sempre meno apprezzati, sia perché il numero di cacciatori è in continua diminuzione, anche per via di una crescente sensibilità sul tema da parte della popolazione nei Paesi sviluppati, sia perché gli spazi realmente liberi e nel contempo sicuri dove questi cani possono scaricare energie in modo coerente con la loro memoria di razza sono in costante diminuzione, a causa della continua espansione dei centri urbani e dell’antropizzazione del territorio.

Sulla base di queste e altre constatazioni, veritiere va detto, Hare e Woods propongono quella che ritengono sia la soluzione, considerandola anche come l’inevitabile direzione che comunque prenderà, nel tempo, la selezione canina nei Paesi sviluppati.

Partendo dalla loro esperienza con i cani da assistenza, i due studiosi identificano nel percorso di selezione, socializzazione e abituazione cui sono esposti i cuccioli destinati a questi delicatissimi compiti l’iter ideale per ottenere soggetti particolarmente adatti al nuovo ruolo che il cane sta assumendo nella società umana più “moderna” (che non necessariamente corrisponde a “più evoluta”, a mio modesto avviso).

Questo soprattutto perché i cani destinati al supporto di persone con difficoltà psicofisiche di varia natura devono necessariamente avere un carattere aperto e socievole ma anche non troppo esuberante, elevata docilità, competitività intraspecifica ridotta ai minimi termini, reattività molto contenuta a tutti gli stimoli ambientali, buona predisposizione all’apprendimento e grande desiderio di collaborare, per citare alcune caratteristiche ideali di questa tipologia di cane.

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Nello specifico, l’esperienza dei due esperti si riferisce ai Retriever, i cani che più di tutti trovano impiego, con risultati ottimali, nell’assistenza.

Ma il particolare che fa la maggiore differenza, hanno evidenziato Hare e Woods, è il fatto che questi cani, selezionati e allevati da generazioni specificamente per il compito in questione, presentano in genere livelli di ossitocina più elevati rispetto ad altre tipologie di cani. E il livello di ossitocina, il cosiddetto “ormone dell’amore”, viene considerata da tempo come il fattore che determina la predisposizione o meno allo sviluppo di legami sociali a livello interspecifico, cioè tra i cani e gli esseri umani.

Dunque, orientare la selezione futura nella direzione seguita da chi alleva e prepara cani da assistenza, potrebbe essere secondo Hare e Woods la soluzione a buona parte delle difficoltà che si riscontrano da tempo nella convivenza e nella gestione dei cani da lavoro di selezione storica inseriti in contesti sempre più lontani dalle esigenze che ne hanno determinato la nascita e la ragion d’essere all’interno della società umana.

Fin qui il resoconto sommario del lavoro condotto da questi due studiosi, lavoro interessante e, ripeto, basato su considerazioni veritiere che tutti i professionisti della cinofilia conoscono circa la difficoltà per i cani da lavoro di adattarsi a stili di vita che nulla hanno a che fare con le loro esigenze etologiche e di selezione.

Ma che la “terza ondata evolutiva” della specie canina, come l’hanno definita Hare e Woods, debba essere per forza quella che i due immaginano non è detto.

Almeno mi auguro, sperando che saranno comunque sempre tanti i cinofili innamorati delle qualità incredibili che tante razze canine portano in dote grazie alla lunga selezione che hanno vissuto e che la soluzione al conflitto tra le esigenze etologiche dei cani da lavoro e il nostro stile di vita risieda, come sempre, nel dedicarsi ad attività adeguate insieme ai nostri fratelli con la coda,

Naturalmente, parlo di cani selezionati e allevati seguendo con sempre maggiore attenzione le medesime linee guida utilizzate per i cani da assistenza, perché in realtà il discorso sulla socializzazione e l’abituazione è patrimonio della cinofilia evoluta ormai da decenni e sappiamo benissimo quanto sia determinante per il benessere dei cani e di chi le sceglie.

Ma se il futuro della cinofilia sarà quello prefigurato dai due studiosi, cioè cani sempre più simili a quelli che alcune “scuole di pensiero”, anche italiane, cercano di ottenere spegnendone vitalità e intelligenza fino a trasformarli in qualcosa di simile a un peluche vivente, sarò lieto di essermene andato prima, come l’anagrafe esigerà.

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Andrea Comini

Educatore Cinofilo & Giornalista

Educatore e istruttore cinofilo FISC da oltre vent’anni, consulente comportamentale e giornalista professionista. Studioso di etologia del cane e del lupo, si è formato con maestri internazionali ed è docente in corsi per educatori.

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Andrea Comini

Educatore e istruttore cinofilo fisc da oltre vent'anni, consulente sui problemi comportamentali, si è formato con Carlo Marzoli, Inki Sjosten, David Appleby, Roger Abrantes, Joel Dehasse. Studioso di etologia del cane e del lupo, docente in diversi corsi di formazione per educatori. Giornalista professionista.

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